Mister Patterson Dog On The Road
“Soltanto un motociclista riesce a capire perché i cani amano mettere la testa fuori dal finestrino.”
Percorsi in moto reali, itinerari motociclistici documentati, tracce GPX scaricabili.
Su Mister Patterson – Dog on the Road trovi viaggi in moto realmente percorsi, raccontati con precisione e accompagnati da file GPX pronti all’uso. Non suggerimenti teorici né selezioni turistiche costruite a tavolino, ma strade testate sul campo, in Italia e in Europa, lungo strade secondarie, valichi di montagna, confini e territori poco frequentati.
Ogni itinerario in moto nasce da un’uscita reale ed è descritto in modo concreto: chilometri, tempi di percorrenza, soste, condizioni dell’asfalto, tratti sterrati, meteo e imprevisti. Le tracce GPX moto permettono di seguire il percorso con precisione su Garmin e altre app di navigazione, mentre i testi aiutano a capire dove si sta andando e cosa aspettarsi lungo la strada.
Percorsi in moto, viaggi on e off-road e tracce GPX verificate
Strade alte della Carnia tra asfalto e ghiaia
Il giro parte nell’area tra Gemona del Friuli, Osoppo e Artegna, quella fascia di territorio dove la pianura friulana comincia a piegarsi verso le montagne senza fare troppa scena. La traccia GPX modificata segna un anello di circa 257 chilometri, fatto in una bella giornata di giugno con la BMW R12 GS, con partenza poco sotto i 200 metri di quota e punto più alto oltre i 1.800 metri. Non è un percorso infinito, ma è denso. E quando un itinerario è denso, spesso stanca più di uno lungo e banale, perché qui non si sta solo seduti a consumare benzina come se fosse un dovere civico. I primi chilometri salgono verso Gemona e Venzone, passando dentro un Friuli che porta ancora addosso la memoria del terremoto del 1976. Gemona è uno di quei luoghi dove la parola ricostruzione non è decorativa. Il Duomo, le pietre rimesse insieme, il centro storico tornato in piedi, raccontano una tenacia concreta, poco incline alla retorica. Venzone, cinta dalle mura medievali e famosa anche per le sue mummie conservate nella cripta, arriva poco dopo come una parentesi severa e precisa. In moto si attraversa senza bisogno di teatralità: strada pulita, fondo generalmente buono, curve dolci e traffico variabile secondo l’orario. La mattina presto resta la scelta migliore, perché più tardi la valle si popola di auto, ciclisti e turisti convinti di essere soli al mondo, fenomeno scientificamente ancora non spiegato. Da Resiutta e Chiusaforte la traccia prende direzione nord, lungo la Val Canale, con l’asfalto che si fa più alpino e meno accomodante. La carreggiata resta leggibile, ma le ombre dei versanti trattengono umidità e sporco, soprattutto dopo piogge recenti. La R12 GS lavora bene in questo ambiente: posizione alta, controllo facile, motore elastico e sospensioni capaci di assorbire rattoppi, giunti e qualche bordo rovinato. Qui conviene guidare rotondi. Le curve non chiedono aggressività, chiedono misura. Entrare sporchi di freno o larghi di traiettoria in queste valli è un modo elegante per ricordarsi che la montagna non ha senso dell’umorismo. La salita verso Passo Pramollo cambia completamente il ritmo. Si sale decisi, con quota che cresce e vegetazione che si infittisce. Il valico, collegato all’area austriaca di Nassfeld, porta il giro fuori dall’Italia, anche se solo per una parte dell’anello. Serve quindi avere con sé carta d’identità valida per l’espatrio o passaporto, patente, carta di circolazione e assicurazione. Per l’Austria, sulle autostrade è richiesta la vignetta, ma su questo giro si resta su viabilità ordinaria. In moto è comunque sensato portare un kit di pronto soccorso, perché oltre confine certe cose non sono considerate folklore da baule, ma dotazione seria. Sul versante austriaco l’ambiente cambia senza bisogno di cartelli poetici. L’ordine stradale diventa più netto, i margini sono curati, le case e i pascoli raccontano Carinzia più che Friuli. L’asfalto di solito è buono, ma nelle zone alte possono comparire ghiaia fine, acqua di scolo e residui portati dai temporali. La strada alterna tratti scorrevoli a curve più chiuse, con discese dove non bisogna lasciare lavorare solo il freno posteriore come se dovesse pagare lui il viaggio. La luce di giugno in quota taglia il paesaggio in modo secco, con passaggi rapidi tra sole pieno e ombra fredda. È una guida bella, ma non distratta. Il rientro verso il Friuli avviene attraverso la zona di Cason di Lanza, uno dei tratti più interessanti della traccia. La malga si trova attorno ai 1550 metri, nello spartiacque tra Paularo e Pontebba. Qui la strada diventa più stretta, più concreta, meno educata. Il fondo può presentare buche, rattoppi, ghiaia ai bordi e sporco nei tornanti. Con la BMW R12 GS non è un problema, purché la si guidi come una maxienduro e non come una sportiva travestita. Le curve chiudono, il bosco nasconde la visibilità e la carreggiata, in alcuni punti, non concede spazio a interpretazioni creative. Meglio tenere margine, guardare lungo e usare il motore più della fretta. Scendendo verso Paularo, Treppo Carnico e poi l’area di Ravascletto, la Carnia si prende il centro del viaggio. Case in pietra e legno, prati inclinati, torrenti, boschi fitti e quel silenzio da valle laterale che sembra sempre un po’ più serio del necessario. Il Monte Zoncolan, noto al ciclismo e agli impianti invernali, viene agganciato dalla traccia nella parte alta, dove la quota supera abbondantemente i 1700 metri. La salita è fisica, la discesa richiede lucidità. Dopo molte curve la stanchezza arriva mascherata da confidenza, ed è proprio lì che bisogna diventare noiosi. Essere noiosi, in moto, a volte salva il conto del carrozziere. La parte verso Ovaro, Sauris e Casera Razzo è quella che dà al giro il carattere più alpino. Sauris vive tra lago, boschi, pascoli e tradizioni di origine germanofona. Qui il prosciutto affumicato con legno di faggio è parte reale della cultura locale, non un adesivo gastronomico messo lì per vendere taglieri a gente con gli scarponcini puliti. La strada che porta verso Casera Razzo sale alta, fino oltre i 1.800 metri nella traccia, con fondo variabile e tratti dove la ghiaia ai lati rientra facilmente in traiettoria. In una giornata asciutta di giugno è un passaggio piacevole, ma resta montagna: luce forte, vento possibile, temperatura più fresca e curve dove l’errore si paga subito, senza ricevuta. Il rientro verso Ampezzo, Verzegnis, Cavazzo Carnico e poi Gemona chiude l’anello abbassando progressivamente la quota. La strada torna più larga, ma non per questo va sottovalutata. Nei fondovalle il caldo aumenta, l’asfalto cambia grip e il traffico riprende densità. Dopo Casera Razzo e Sauris sembra quasi di scendere da un altro giro, uno di quelli dove il Friuli non è più solo Friuli, ma confine, Carnia, Austria, malghe, boschi e strade sporche quanto basta. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Dalle Langhe al Monferrato in moto passando per la Liguria interna
Partire da Borgo San Dalmazzo il 23 maggio 2026 con una Ducati Multistrada V4 S Pikes Peak significa avere già chiaro che la giornata non sarà una semplice passeggiata tra colline. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, e in questo caso serve davvero seguirla con attenzione, perché il giro cambia pelle più volte: pianura cuneese, prime ondulazioni verso le Langhe, passaggio sul Bormida, ingresso nella Liguria interna, poi risalita verso l’Ovadese e il Novese, fino a chiudere nei pressi di Libarna, dove la strada moderna passa accanto a quella memoria romana che ogni tanto ricorda a noi motociclisti che l’idea di viaggiare scomodi non l’abbiamo inventata noi. Da Borgo San Dalmazzo si parte a circa 640 metri di quota, con l’aria ancora fresca della valle e le montagne alle spalle. La zona non è neutra: qui il territorio porta addosso la memoria delle valli cuneesi, delle vie di transito verso la Francia e della Resistenza. Uscendo verso Boves, la strada si muove con andamento ordinato, ancora largo, senza quella cattiveria sottile che arriverà più avanti. Boves merita rispetto prima ancora che una sosta. Il paese è legato all’eccidio del 19 settembre 1943, una delle prime rappresaglie tedesche contro civili dopo l’armistizio. Passarci in moto non significa fare turismo della memoria, formula orrenda che qualcuno prima o poi stamperà su una brochure. Significa attraversare un luogo reale con il casco acceso anche dentro la testa. La SP311 verso Morozzo lascia progressivamente il clima di valle. Il fondo è generalmente scorrevole, ma su queste provinciali piemontesi conviene non innamorarsi troppo della traiettoria pulita: qualche rattoppo, giunti consumati, residui agricoli ai margini e brecciolino nei tagli delle curve fanno parte del paesaggio tanto quanto i campi. La Multistrada Pikes Peak qui lavora bene, anzi benissimo, purché non la si tratti come se ogni provinciale fosse una pista appena lavata da commissari svizzeri. Morozzo introduce alla pianura più aperta, quella dove l’occhio prende respiro e il motore resta basso, con una guida di raccordo. Il traffico è locale, mezzi agricoli compresi, più evidente nelle ore centrali e vicino ai paesi. Al mattino presto la strada è più pulita come ritmo, non sempre come fondo. Rocca de’ Baldi arriva con un cambio di tono. Il castello, nato come struttura difensiva e poi trasformato nei secoli in residenza signorile, oggi ospita anche il Museo Storico Etnografico Augusto Doro, dedicato alla cultura contadina del territorio. È un passaggio coerente con il giro, perché qui la moto attraversa un Piemonte meno celebrato e più concreto, fatto di cascine, fossi, cortili, case basse e strade che non cercano effetti speciali. Dopo Rocca de’ Baldi e Mirabello la traccia comincia a puntare verso le colline vere. Non è ancora Langa scenografica da cartolina, e meglio così. Le curve diventano più frequenti, il piano si rompe, il paesaggio prende pieghe lunghe. Murazzano è uno dei punti alti del giro, anche in senso culturale. Siamo nelle Langhe cuneesi, con colline più asciutte, noccioleti, prati, boschi e crinali che guardano verso la valle del Belbo e del Bormida. Il paese dà il nome al Murazzano DOP, formaggio a pasta fresca prodotto con latte ovino di pecora delle Langhe, puro o misto con quota prevalente ovina. È una notizia utile anche al motociclista, perché le soste non servono solo a fare foto al cupolino. Servono a capire dove si sta passando e magari a mangiare qualcosa che non sia l’ennesimo panino industriale con consistenza da guarnizione per lavandino. La salita verso Murazzano e poi l’andamento per Bragioli mettono in evidenza la parte più bella della guida. La quota si avvicina agli 800 metri, la luce cambia, l’aria si asciuga, la vegetazione passa da campi aperti a tratti più ombrosi. Le curve non sono tutte uguali: alcune entrano morbide e chiudono in ritardo, altre si appoggiano al versante e invitano a far scorrere la moto, ma basta poco per trovare ghiaia nel punto in cui un trattore è uscito da una laterale. Il ritmo giusto non è quello aggressivo. È quello continuo, pulito, da terza marcia intelligente, una cosa che l’umanità potrebbe applicare anche alle discussioni sui social, ma non pretendiamo miracoli. Dopo il fiume Bormida, Gottasecca segna un passaggio più severo. Qui il paesaggio diventa meno pettinato. La SP9 e poi la SP33 bis entrano in un territorio di crinali, boschi e valloni, dove il confine culturale inizia a farsi sentire ancora prima di quello amministrativo. Il Piemonte agricolo delle Langhe alte lascia spazio a una zona di margine, storicamente abituata ai passaggi, agli scambi, alle strade secondarie. Lodisio e la SP29 bis accompagnano verso Piana Crixia, ormai in provincia di Savona. Il cambio di regione non è un cartello e basta. È una variazione di dialetto, di edilizia, di vegetazione, di luce. Le case sembrano più liguri anche quando il mare non si vede, le strade si fanno più strette e il fondo pretende più attenzione. Piana Crixia è uno dei punti geologicamente più interessanti del percorso. Il Parco naturale regionale è noto per i calanchi e per il Fungo di pietra, una formazione alta circa 15 metri costituita da un masso ofiolitico sostenuto da una colonna modellata dall’erosione. Qui la moto attraversa una Liguria interna che non ha nulla della cartolina costiera. Niente stabilimenti, niente traffico da infradito, niente scooter che spuntano da ogni pertugio come zanzare con assicurazione. Solo colline scavate, argille, strade che seguono il terreno e un microclima diverso, più umido nei fondovalle e più ventilato sui dossi. Da Piana Crixia verso Squaneto e Mioglia la guida diventa più raccolta. La carreggiata può restringersi, l’asfalto alterna tratti discreti a zone più vissute, con rattoppi e avvallamenti. In primavera inoltrata, dopo piogge recenti, nei sottoboschi e nelle curve in ombra si può trovare sporco portato dall’acqua. La Multistrada Pikes Peak, con il suo avantreno preciso, dà molta confidenza, ma proprio per questo bisogna ricordarsi che la fiducia è una brava compagna solo finché non diventa presunzione. La SP216 sale verso Cimaferle con andamento più mosso. Qui si sente la quota più che leggerla: l’aria cambia, il bosco chiude, la strada richiede mani leggere e sguardo lungo. Il passaggio verso la SP208 e Cassinelle porta dentro l’Appennino ligure piemontese, una terra che non ama le definizioni facili. Si entra e si esce da identità diverse: Liguria interna, Monferrato meridionale, Ovadese, colline dell’Alessandrino. Il confine culturale è concreto. In pochi chilometri cambiano il modo di parlare, i prodotti, il vino, persino il modo in cui i paesi stanno sulla collina. Da queste parti il comportamento corretto è semplice: velocità bassa nei centri abitati, niente sorpassi teatrali, attenzione a ciclisti, escursionisti, animali domestici e veicoli agricoli. Sembra banale, ma evidentemente per alcuni serve ancora scriverlo, magari in corpo 72 sul serbatoio. Molare e Belforte Monferrato riportano verso un Piemonte più aperto, ma non meno interessante. Il traffico può aumentare avvicinandosi ai collegamenti principali dell’Ovadese. I distributori diventano più facili da trovare nei centri maggiori, ma sulle tratte interne conviene non giocare alla roulette della riserva. Su un giro di circa 200 chilometri non è un problema serio, però partire con il pieno resta una di quelle abitudini noiose che evitano storie ancora più noiose. Per la documentazione, essendo un percorso interamente italiano, non serve nulla di diverso da ciò che un motociclista dovrebbe avere sempre con sé: patente valida, carta di circolazione, assicurazione in regola, revisione del mezzo, documento personale. Il casco è obbligatorio, e il buon senso, purtroppo, non ancora imposto dal Codice della Strada. Casaleggio Boiro e Parodi Ligure preparano l’arrivo verso Gavi. Qui cambia di nuovo il tono. Il territorio comincia a parlare di Monferrato, di vigneti, di antiche vie tra Genova e la Pianura Padana. Gavi è dominata dal suo Forte, struttura militare legata alla Repubblica di Genova e poi alla storia sabauda. Nel 2026 le visite vanno verificate sul calendario ufficiale, anche perché sono indicati lavori e aperture programmate. Per chi arriva in moto, Gavi è una sosta naturale: strade più ordinate, paese vivo, colline coltivate, vino bianco Cortese che qui ha trovato una delle sue espressioni più note. Naturalmente chi guida assaggia con la testa, non con il bicchiere pieno. Siamo già abbastanza creativi senza aggiungere alcol e tornanti. Il tratto finale verso Libarna chiude il viaggio con una nota storica precisa. L’area archeologica, nel comune di Serravalle Scrivia, conserva i resti della città romana di Libarna, emersa soprattutto a partire dai lavori ottocenteschi per la Strada Regia dei Giovi e per le linee ferroviarie. È una fine coerente per un giro nato a Borgo San Dalmazzo, passato per Boves, le Langhe, la Liguria interna e il Monferrato. Si parte da un Piemonte alpino e resistente, si attraversa un mondo agricolo e collinare, si entra per poco in una Liguria senza mare ma piena di carattere, e si finisce davanti a una strada antica, quasi a ricordare che ogni tracciato nuovo passa sopra tracce precedenti. La giornata non è estrema, ma richiede attenzione costante. La quota non è alta come sui grandi passi alpini, però il dislivello complessivo si sente. Le salite e le discese sono continue, il fondo cambia spesso, la luce nei boschi può nascondere umido o sporco, e le curve delle provinciali non sempre perdonano l’ingresso allegro. Il periodo migliore resta la tarda primavera o l’inizio autunno, evitando le ore più calde e i fine settimana affollati nei pressi dei borghi più conosciuti. Il 23 maggio, con la vegetazione già piena e l’aria ancora non soffocante, la strada offre il suo lato più leggibile. Borgo San Dalmazzo resta alle spalle, Libarna arriva senza clamore, e la moto si spegne dopo un giro che ha cambiato provincia, regione, accento e fondo stradale senza mai perdere il filo.
Maddalena, Verdon e Col de Turini in moto
Il 22 maggio 2026 il giro parte da Beguda, poco sopra Borgo San Dalmazzo, con la Ducati Multistrada V4 Pikes Peak già nel suo ambiente naturale: strada vera, quota che sale presto, ritmo da tenere pulito e una giornata lunga davanti. La traccia GPX controllata conferma un anello di circa 434 chilometri, con quota massima poco sopra i 2100 metri e ritorno sempre nel Cuneese. Non è il classico giro “vado a prendere un caffè oltre confine”, anche se poi il caffè ci sta sempre. È una traversata ampia tra Alpi Marittime, Ubaye, Alta Provenza, Verdon, entroterra nizzardo e rientro dal Tenda, con un continuo cambio di paesaggio, lingua, odori, cartelli e modo di stare in strada. Da Beguda si prende la SS21 verso Demonte, Vinadio e Argentera. La Valle Stura sale con decisione ma senza cattiveria, seguendo un fondovalle largo, poi sempre più alpino. L’asfalto italiano è generalmente buono, ma qualche rattoppo, giunto e residuo invernale ai bordi non mancano, soprattutto salendo verso Argentera. La Multistrada qui lavora bene di coppia, senza bisogno di cercare guida aggressiva: curve medie, tornanti più larghi mano a mano che si prende quota, carreggiata abbastanza leggibile. A maggio, sopra i 1500 metri, il microclima cambia in fretta. Sole sul fondovalle, aria tagliente più in alto, chiazze umide dove la luce arriva tardi. È il genere di strada dove il turismo in auto può comparire all’improvviso dietro una curva, magari con la solita convinzione umana che il centro della carreggiata sia un’opinione personale. Il Colle della Maddalena, chiamato in Francia Col de Larche, segna il passaggio reale tra Italia e Francia. Siamo intorno ai 1991 metri, in un valico storico tra Alpi Cozie e Marittime, collegamento naturale tra Cuneese e valle dell’Ubaye. Qui il confine non è solo una linea amministrativa. Cambiano i cartelli, cambia la manutenzione della strada, cambia anche il comportamento medio degli automobilisti. Sul lato francese la D900 scende verso Larche e Barcelonnette con un disegno più aperto, più scorrevole, spesso con asfalto migliore ma anche con tratti dove ghiaietto e brecciolino si accumulano nelle zone d’ombra o all’esterno curva. La guida diventa meno spezzata e più rotonda. Conviene lasciar correre la moto senza forzare le staccate, perché la carreggiata invita, ma i margini alpini non perdonano l’entusiasmo da depliant. Il passaggio di confine richiede documenti in ordine. Anche in area Schengen è necessario avere carta d’identità valida per l’espatrio o passaporto valido, patente, libretto, assicurazione e carta verde se prevista dalla propria compagnia, anche se per Francia e Italia normalmente la copertura RCA europea è già integrata. In Francia, per la moto, servono casco omologato, guanti certificati CE e gilet alta visibilità da tenere a bordo. Il gilet va indossato in caso di emergenza, e fuori dai centri abitati di notte o con visibilità ridotta. È una di quelle regole semplici che diventano importanti quando sei fermo sul bordo della D900 con il vento che ti sposta la giacca e i camper che passano come se stessero pilotando navi da carico. Barcelonnette merita più di un attraversamento distratto. È il centro della valle dell’Ubaye e porta addosso una storia curiosa: tra Ottocento e primo Novecento molti abitanti della valle emigrarono in Messico, fecero fortuna nel commercio e nel tessile, poi tornarono costruendo ville borghesi con influenze Art Nouveau, Art Déco e gusto esotico. Le cosiddette ville messicane sono ancora visibili, soprattutto lungo i viali alberati. È un dettaglio che racconta bene la zona: alpina, francese, ma con una memoria migratoria inattesa. Dal punto di vista motociclistico Barcelonnette è anche un buon punto per rifornire, controllare pressione mentale e livello reale di stanchezza. La benzina qui conviene farla, perché più avanti il giro si fa lungo e frammentato. Da Barcelonnette si prosegue verso Saint Laurent e poi verso il Col Saint Jean e il Col du Fanget. Qui il percorso cambia carattere. Le strade diventano più secondarie, la vegetazione si addensa, il ritmo si abbassa. Il Col du Fanget supera i 1400 metri e attraversa una zona meno celebrata ma molto interessante per chi guida: sede stradale più stretta, curve cieche, fondo variabile, presenza possibile di sporco portato da mezzi agricoli o dal dilavamento. Non è una strada difficile, ma chiede attenzione. I tornanti non sono scenografici come quelli da cartolina, sono più pratici, inseriti in un territorio vissuto, dove una curva può aprirsi su un pascolo o chiudersi tra alberi e rocce senza preavviso. Lì la Pikes Peak va tenuta composta, evitando di sfruttare tutta la carreggiata, perché sul secondario francese ogni tanto arriva un furgone locale con idee molto chiare sulla propria traiettoria. La D7 e poi la D900A conducono verso Digne les Bains, attraversando un territorio che lascia gradualmente l’alta montagna e scende verso l’Alta Provenza. La luce cambia, più secca, più netta. La roccia diventa protagonista. Digne non è solo una città termale, è anche uno dei centri del Geoparco UNESCO dell’Alta Provenza, con la celebre Dalle aux Ammonites e un patrimonio geologico che racconta centinaia di milioni di anni. In moto si percepisce dalla strada: versanti piegati, strati inclinati, gole, pareti chiare e scure. Non serve essere geologi per capire che qui la montagna è stata torchiata, sollevata, piegata e poi consegnata ai motociclisti, categoria che almeno qualche utilità evolutiva doveva averla. Da Digne la N85 porta verso sud est. È la storica Route Napoléon, tracciato legato al ritorno di Napoleone dall’isola d’Elba nel 1815, anche se la moto, per fortuna, non pretende di rifare la storia con cavalli, proclami e fanfare. La guida qui si fa più veloce, ma resta tecnica. L’asfalto è generalmente buono, la carreggiata ampia, le curve più leggibili. Il Col de l’Orme, poi la zona di Chaudon Norante e Barrême, introducono un tratto dove la strada alterna saliscendi e pieghe morbide. Attenzione però ai controlli di velocità e al diverso modo francese di gestire i limiti: nei centri abitati il limite inizia dal cartello del paese e finisce al cartello barrato. Non serve sempre il cartello numerico. Sembra una sottigliezza, fino a quando non arriva la multa a ricordare che la grammatica stradale francese è più importante del proprio umore. Barrême è uno di quei paesi dell’Alta Provenza che si attraversano facilmente senza fermarsi, ma il suo contesto racconta bene il passaggio tra montagna interna e territorio provenzale. La N202 verso il Col des Robines e poi verso il Verdon diventa uno dei tratti più piacevoli del giro. La strada segue vallate più aperte, con curve veloci, pareti rocciose e tratti dove il vento laterale può farsi sentire. Il fondo è quasi sempre sincero, ma in prossimità di accessi laterali e zone boschive è prudente aspettarsi pietrisco. La guida qui deve rimanere fluida. Frenare forte dentro la curva non serve, salvo voler discutere con l’elettronica della Ducati, che è educata ma non miracolosa. Il Verdon arriva con il Lac de Castillon e Saint Julien du Verdon. Il lago artificiale di Castillon, sul corso del Verdon, è uno specchio d’acqua incassato tra montagne e pendii, lungo diversi chilometri, con rive frequentate in stagione per balneazione e attività nautiche. Per chi viaggia in moto è soprattutto una pausa visiva: dopo ore di roccia, valichi e fondovalle, il blu del lago cambia il passo mentale. Saint Julien du Verdon si appoggia sopra l’acqua con una dimensione raccolta, più quieta rispetto alle zone più note delle gole. A maggio il traffico è ancora gestibile, molto meglio che in piena estate, quando camper, auto a noleggio e turismo distratto trasformano anche le strade belle in un test psicologico. Dal Col de Toutes Aures si scende e si risale verso Rouaine e Pont de Gueydan, entrando in una parte di percorso più complessa. Qui le strade non vanno sottovalutate. La D4202 e la D6202 lavorano tra vallate strette, pareti, ponti, gallerie e paesi. La zona di Puget Théniers, scritto correttamente così e non come lo pronuncerebbe un navigatore in crisi esistenziale, è un punto importante della valle del Var. Da qui il giro punta verso Plan du Var e poi sale con la M2565 verso il Col de Turini. Il passaggio è netto: dal fondovalle più caldo si entra nell’entroterra nizzardo, boscoso, tortuoso, verticale. La strada si stringe, la vegetazione torna fitta, l’umidità può rimanere sotto gli alberi anche quando altrove è asciutto. Il Col de Turini, a circa 1600 metri, è uno dei nomi più noti delle Alpi Marittime anche per il Rallye Monte Carlo. Su due ruote non va preso come una pista, e sarebbe utile tatuarlo sul serbatoio di qualcuno. È una strada magnifica perché tecnica: tornanti stretti, cambi di pendenza, sequenze di curve che obbligano a guardare lontano, ma anche fondo non sempre omogeneo, zone d’ombra, aghi di pino, umidità e ciclisti. La Pikes Peak qui è precisa, forse perfino troppo comunicativa se il polso destro si lascia convincere dalla scenografia. Meglio entrare larghi il giusto, chiudere puliti, uscire senza tagliare. La carreggiata non è sempre generosa e i muretti di pietra non sono morbidi per tradizione locale. Da Turini si scende verso Sospel, altro luogo dove il confine culturale si sente. La Francia qui è già quasi mediterranea ma ancora alpina, con architetture liguri, colori più caldi, ritmo diverso. Sospel ha un centro storico interessante, il ponte sul fiume Bévéra e una posizione strategica lungo le vie tra Nizza, Mentone, la Roya e il Piemonte. Nei paesi francesi conviene tenere un comportamento sobrio: casco tolto prima di entrare nei locali, saluto, pazienza, niente parcheggi da “tanto sto solo due minuti”. La moto viene rispettata, ma il motociclista rumoroso e invadente resta quello che è: un problema mobile con scarico aftermarket. Il rientro passa per il Col de Pérus e il Col de Brouis, altri due passaggi molto guidati, più raccolti rispetto al Turini ma non meno interessanti. Il Col de Brouis collega il settore di Sospel con la valle della Roya, in un ambiente dove la strada si appoggia ai versanti con curve medie, tornanti e tratti panoramici. Dopo Breil sur Roya e Tende, il percorso arriva al tunnel del Colle di Tenda, punto delicato del giro. Dopo anni di lavori e chiusure, il nuovo tunnel è stato riaperto con circolazione regolata a senso unico alternato e fasce orarie. Il 22 maggio 2026, essendo venerdì, il transito andava considerato dentro le finestre previste, con possibili attese. Prima di pianificare questo giro oggi, è indispensabile verificare gli orari aggiornati su fonti ufficiali, perché il Tenda non è un valico da improvvisare a fine giornata con il serbatoio basso e la fiducia nell’universo. L’universo, in genere, non gestisce la viabilità ANAS. Superato il tunnel, il ritorno in Italia cambia di nuovo il tono della giornata. Limone Piemonte riporta alla valle Vermenagna, con la SS20 che scende verso Vernante, Robilante e Borgo San Dalmazzo. Qui la guida torna più familiare, ma non va mollata l’attenzione. Dopo oltre quattrocento chilometri e molte ore di sella, il rischio vero non è il tornante difficile, è quello facile preso con la testa già alla doccia. L’asfalto italiano alterna buoni tratti e zone più segnate, il traffico locale aumenta scendendo, e il rientro verso Borgo San Dalmazzo chiude un anello completo, duro il giusto, molto vario e decisamente più serio di quanto dica la distanza sulla carta. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. In questo caso è particolarmente utile perché il percorso attraversa molte denominazioni francesi non immediate, colli secondari, cambi di strada e paesi dove sbagliare svolta è facilissimo. I nomi sembrano messi lì per umiliare chi scrive in italiano, ma seguendo la traccia si resta sul percorso corretto senza trasformare una giornata alpina in una raccolta di deviazioni creative. Il giro finisce a Borgo San Dalmazzo, con la sensazione netta di aver attraversato tre mondi in un giorno: il Piemonte alpino, la Francia interna dell’Ubaye e dell’Alta Provenza, poi l’entroterra delle Alpi Marittime fino al ritorno dal Tenda.
Croazia e Bosnia in moto da Zara a Pisak
Maggio 2026, BMW R12 GS, Croazia e Bosnia. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. Questo è uno di quei giri in cui la mappa, prima ancora della strada, ti fa capire che non stai entrando in un percorso da cartolina facile. Zara, Benkovac, Radučić, Knin, poi la 33, la M142, Bosansko Grahovo, Drvar, Šipovo, Glamoč, Livno, Buško Jezero, Aržano e Pisak. Scritti così sembrano già più ordinati, ma dal vivo i nomi cambiano faccia a ogni cartello, con accenti, grafie locali, varianti croate e bosniache. Non è un problema, anzi è parte del viaggio. Però è il motivo per cui qui la traccia GPX non è un accessorio elegante da blogger con la giacca pulita. È il filo da seguire per non trasformare una giornata di guida in un esercizio di interpretazione slava applicata alla segnaletica. La partenza da Zara ha ancora la luce dell’Adriatico, quella chiara e tagliente che sul casco arriva di lato e rende il mare una presenza continua anche quando non lo vedi più. Uscendo dalla città si lascia la costa e si entra nell’interno della Dalmazia, verso Benkovac, dove il paesaggio si asciuga subito. La strada cambia ritmo senza fare cerimonie. Meno turismo, meno traffico ordinato da lungomare, più pietra, cespugli bassi, muretti, case sparse e quella sensazione di retroterra balcanico che non concede troppe decorazioni. L’asfalto in questa prima parte è generalmente buono, ma non va guidato con leggerezza. Ci sono tratti regolari alternati a rattoppi, giunti secchi, brevi cambi di grip e qualche ingresso laterale dove può comparire ghiaietto portato dai mezzi agricoli. La R12 GS qui lavora bene, perché non chiede una guida nervosa. Va lasciata respirare tra una piega e l’altra, senza cercare la linea perfetta da pista, che su certe strade è una fantasia da gente che guarda troppi video promozionali. Verso Radučić e Knin il terreno prende più corpo. Knin non è solo un nome sulla mappa. È una città legata alla storia croata, con la grande fortezza che domina dall’alto e ricorda quanto questa zona sia stata frontiera, passaggio, presidio, ferita. Chi viaggia in moto lo percepisce anche senza fermarsi troppo. Le strade non scorrono come in una regione qualsiasi. Qui ogni valle sembra avere avuto un ruolo, ogni collina pare messa in posizione di controllo. Dal punto di vista della guida, si passa da tratti più larghi e leggibili a segmenti dove la strada si stringe e si appoggia al rilievo, con curve più lente e visibilità ridotta. A settembre il caldo della costa si attenua, ma nelle ore centrali il sole resta serio. In compenso, appena si sale di quota e ci si avvicina alle zone interne, l’aria diventa più secca, meno marina, e la vegetazione cambia. Meno oleandro da cartolina, più bosco, pietra, pascoli e silenzio. Il passaggio verso la Bosnia non è solo una riga sul navigatore. È un cambio concreto. La Croazia è Unione Europea, Schengen, euro, standard più familiari per chi arriva dall’Italia. La Bosnia ed Erzegovina è un altro mondo amministrativo e culturale, non peggiore, non migliore, semplicemente diverso. Alla frontiera conviene arrivare già pronti, senza rovistare nelle borse come se il passaporto potesse materializzarsi per compassione. Servono documento valido per l’espatrio, patente, carta di circolazione, assicurazione e, anche se il Certificato Internazionale di Assicurazione non risulta più obbligatorio per l’ingresso in Bosnia, una copia della cosiddetta Carta Verde è ancora prudente portarla. Fa parte di quelle cose che occupano poco spazio e possono risparmiare discussioni, cioè una delle poche magie vere del viaggio moderno. Dopo il confine, entrando verso Bosansko Grahovo, la strada si fa più rada. I paesi si allungano lungo la carreggiata, le case hanno cortili aperti, legna accatastata, piccoli negozi essenziali, stazioni di servizio che non sempre sembrano nate ieri. Qui è meglio non fare i raffinati: quando trovi benzina, fai benzina. Non perché si attraversi il Sahara, ma perché l’idea italiana del distributore ogni dieci minuti non funziona sempre. La moneta è il marco convertibile, anche se in alcune zone turistiche l’euro può essere accettato informalmente, con tutte le approssimazioni del caso. Meglio avere contante locale, pagare senza fare i professori di cambio e salutare con calma. In Bosnia il rapporto con le persone è spesso diretto, sobrio, poco incline alla teatralità. Gentilezza sì, invadenza no. Nei bar e nei piccoli locali conviene entrare con rispetto, chiedere prima, non fotografare persone, case o situazioni private come se il mondo fosse un fondale gratuito per social network. La civiltà, a quanto pare, ogni tanto richiede ancora fatica. La M142 verso Drvar è una delle parti più interessanti del giro. Il tracciato attraversa altopiani e zone boscose dove la quota si sente più nella temperatura che nel numero. La traccia supera i mille metri in più punti e arriva oltre i 1300 metri, abbastanza per cambiare luce, odore e ritmo della guida. Le curve non sono sempre spettacolari nel senso turistico del termine, ma sono vere. Alcune si aprono dolcemente, altre chiudono senza preavviso, e nei tratti ombreggiati il fondo può trattenere umidità o sporco anche quando il cielo è pulito. L’asfalto bosniaco lungo questo tipo di percorrenza è variabile. Ci sono pezzi dignitosi, quasi sorprendenti, e poi improvvisi rattoppi, avvallamenti, bordo carreggiata consumato, ghiaia sottile nelle curve vicino agli accessi sterrati. La guida migliore è quella rotonda, con traiettorie conservative e freno motore usato bene. La BMW R12 GS, con la sua impostazione più classica rispetto alle maxi enduro ipertecnologiche, qui ha senso. Non serve aggredire. Serve leggere. Drvar porta con sé una storia pesante. È legata alla Seconda guerra mondiale, alla resistenza jugoslava e alla figura di Tito, con la celebre grotta che fu rifugio e simbolo durante gli eventi del 1944. Non è un luogo da liquidare con due foto e una battuta. Attraversarlo significa entrare in una Bosnia interna dove la memoria jugoslava, la guerra recente e la vita quotidiana convivono in modo non sempre facile da decifrare. Per il motociclista questo si traduce in un atteggiamento semplice: rispetto. Niente commenti da bar sulle bandiere, sulle religioni, sulle guerre, sulle etnie. In Bosnia convivono bosgnacchi, croati e serbi, con tradizioni cattoliche, ortodosse e musulmane, e chi arriva da fuori farebbe bene a ricordarsi di essere ospite. Strano concetto, essere ospiti. Pare serva ancora. Da Drvar verso Podovi, Kolunić e poi lungo la M5 il viaggio prende una dimensione più ampia. La strada alterna boschi e aperture improvvise, con carreggiate che invitano a tenere andatura, ma non bisogna farsi ingannare. I limiti in Bosnia sono più bassi rispetto all’abitudine italiana sulle statali veloci: in genere 50 nei centri abitati, 80 fuori dai centri, 100 sulle strade riservate ai veicoli a motore e 130 in autostrada dove presente, salvo diversa segnaletica. I fari anabbaglianti vanno tenuti accesi, il casco è obbligatorio, il gilet riflettente è una di quelle dotazioni che sarebbe sciocco non avere a portata di mano. I controlli di polizia esistono, spesso discreti ma presenti, e sulle strade balcaniche l’idea di fare il fenomeno funziona male. Molto male. La zona di Jezero e Šipovo cambia ancora registro. L’acqua torna protagonista, con il sistema del Pliva e del Janj, corsi d’acqua limpidi che tagliano un territorio più verde, montano, meno aspro rispetto agli altopiani nudi. Qui la guida diventa più morbida, quasi rilassata, ma solo se non ci si distrae. Le curve seguono il terreno, l’umidità vicino ai fiumi può cambiare la percezione del fondo e nei paesi bisogna aspettarsi cani, trattori, pedoni, auto ferme dove non dovrebbero stare. Il mondo, del resto, non è stato progettato per il motociclista europeo col navigatore aggiornato. Gravissima mancanza. Da Gerzovo e Mlinište verso la M15 si risale dentro una Bosnia più alta, forestale, con la strada che lavora tra salite lunghe e discese dove i freni vanno usati con criterio. È un tratto da fare senza fretta, specialmente se il meteo cambia. A settembre il tempo può passare dal sole pulito alla nuvola bassa in poco, e quando l’aria si raffredda in quota anche l’asfalto perde quella confidenza immediata che aveva poco prima. Le ombre dei boschi tagliano la carreggiata, il microclima cambia a ogni versante, e il motociclista attento lo sente sulle mani prima ancora che sul termometro. Glamoč appare con il suo campo ampio, severo, quasi sospeso. È uno di quei luoghi dove la Bosnia sembra aprirsi tutta insieme, senza mare, senza fronzoli, con spazio e vento. La strada qui può dare soddisfazione, perché la visuale si allunga e la moto scorre bene, ma resta il solito discorso: attenzione al fondo, agli animali, ai mezzi lenti, alle curve che arrivano dopo lunghi rettilinei e sembrano più facili di quello che sono. Livno, più a sud, riporta una presenza urbana più definita e un paesaggio famoso anche per i cavalli selvatici dell’area del Cincar e dell’altopiano di Kruzi. Non sempre si vedono, e non è un safari da pretendere su appuntamento. Però sapere che quella vita esiste lì attorno cambia lo sguardo sul territorio. Da Livno verso Buško Jezero la luce si apre ancora. Il lago artificiale, tra i più estesi della Bosnia ed Erzegovina, distende l’orizzonte e prepara mentalmente al rientro verso la Croazia. La M16 e le strade successive riportano gradualmente verso il confine, Aržano e poi la discesa verso Pisak, dove l’Adriatico ricompare come una lama blu in fondo alla strada. Dopo ore di altopiani, boschi, frontiere e paesi dai nomi duri, il mare sembra quasi troppo facile. In realtà è solo il finale naturale di un giro che ha attraversato due paesi vicini e diversi, due modi di abitare lo stesso spazio balcanico, due culture separate da una frontiera vera e da una storia che non si cancella con un timbro. L’arrivo verso Pisak chiude il cerchio con una discesa che va guidata pulita, senza lasciarsi prendere dalla voglia di arrivare. Le strade costiere croate sanno essere splendide e traditrici insieme, con traffico turistico, auto distratte, pullman, camper e accessi laterali. Dopo la Bosnia interna, ordinata a modo suo e spesso più silenziosa, la costa sembra quasi rumorosa. La R12 GS si rimette in linea sul mare, il casco prende di nuovo odore di sale, e la traccia finisce dove la Dalmazia torna a fare quello che le riesce meglio: ricordarti che sei arrivato, ma che la strada, naturalmente, non aveva nessuna intenzione di spiegarti tutto.
Croazia da Zara a Sveti Juraj attraverso il Velebit
Zara, Velebit e rientro al mare: Croazia interna in BMW R 12 GS Il giro del 29 maggio 2026 in Croazia, percorso con la BMW R 12 GS, parte da Zara, Zadar nella forma croata, città adriatica con una storia lunga e stratificata, romana, veneziana, austro-ungarica e croata. Le sue mura, inserite nel sistema difensivo veneziano riconosciuto dall’UNESCO, restano sullo sfondo mentre la moto lascia il traffico urbano e comincia a puntare verso l’interno. È lì che il viaggio cambia subito tono. La costa resta alle spalle, insieme al mare, ai camper, agli autobus turistici e a quella guida intermittente che sulle strade litoranee può diventare più esercizio di pazienza che piacere motociclistico. La traccia GPX del percorso misura circa 219 chilometri e collega Zara a Sveti Juraj attraversando Burilovac Gornji, Dekić, Glavica, Petrali, la strada 59113, Lovinac, la 5165, Brkići, Pavlice, la 591100, Villa Suzana, la 50, Medak, Gospić, la 25, Novoselo Trnovačko, ancora la 25, Brušane, la 5199, la 5126, Štirovača, Krasno e Oltari. Alcuni nomi dei paesi croati non sono facili da scrivere, ricordare o digitare correttamente, e fingere il contrario sarebbe una cortesia inutile. Scaricando però la traccia e seguendola sul navigatore, il percorso diventa ripetibile al cento per cento, senza dover interpretare ogni cartello come se fosse un esame di linguistica slava. Uscendo da Zara, la strada attraversa prima una fascia ancora abitata, con rotonde, incroci e asfalto generalmente buono ma non sempre omogeneo. Poi, verso Burilovac Gornji, Dekić e Glavica, il paesaggio si apre. Le case si diradano, la vegetazione mediterranea lascia spazio a una campagna più asciutta, fatta di pietra, muretti, accessi sterrati e carreggiate secondarie. Il fondo è quasi sempre asfaltato, ma richiede attenzione. In diversi punti possono comparire ghiaietta, sporco portato dai trattori, rattoppi trasversali e piccoli cambi di grip. Nulla di drammatico, ma abbastanza per ricordare che la traiettoria pulita vale più della fretta. Verso Petrali e la strada 59113 la guida diventa più fluida. Le curve sono leggibili, non particolarmente strette, ma spesso raccordate in modo irregolare. La BMW R 12 GS si muove bene in questo contesto: è agile, semplice da inserire, stabile sul misto e meno impegnativa delle grandi maxi cariche come muli in vacanza. Non serve forzarla. Qui il piacere sta nel mantenere ritmo, sguardo lungo e margine, lasciando che la strada accompagni verso l’interno della Lika. Lovinac segna l’ingresso in una Croazia più continentale. L’altitudine sale senza brutalità, ma il cambiamento si sente nella luce, nell’aria e nel paesaggio. I campi carsici, le ondulazioni e le montagne sullo sfondo cominciano a preparare il Velebit. Sulla 5165, passando per Brkići e Pavlice, la strada resta piacevole, con tratti scorrevoli alternati a curve più raccolte. L’asfalto non è sempre perfetto, qualche bordo è sporco e nei punti meno esposti il fondo può conservare umidità. È una guida da motociclista sveglio, non da passeggero del proprio entusiasmo. Dopo Villa Suzana, la strada 50 porta verso Medak e Gospić. Qui il percorso si appoggia a una direttrice più importante, con carreggiata più ampia e fondo mediamente migliore. Gospić è il principale centro della Lika e rappresenta una sosta logica per carburante, acqua e pausa. Poco distante si trova Smiljan, luogo di nascita di Nikola Tesla, riferimento culturale importante della zona. Ma il senso del giro non è fermarsi a compilare cartoline: è attraversare un territorio vero, meno turistico della costa, più ruvido e silenzioso. Da Gospić, seguendo la 25 verso Novoselo Trnovačko e Brušane, il Velebit comincia a farsi sentire. La strada sale, la vegetazione aumenta, l’aria diventa più fresca. Brušane introduce alla parte più montana del giro. Sulle strade 5199 e 5126 la guida richiede precisione: curve in ombra, fondo variabile, possibili sassolini, foglie, aghi di pino e rami nei tratti boscati. Il traffico è scarso, ma proprio per questo non bisogna rilassarsi troppo. Quando sei lontano dai centri abitati, anche una sciocchezza meccanica o una scivolata stupida diventano subito più interessanti di quanto desideri. Štirovača, intorno ai 1100 metri di quota, è uno dei passaggi più belli del percorso. Nel Velebit settentrionale, tra boschi di conifere, sorgenti e ambiente carsico, la Croazia cambia completamente pelle. Dopo la luce dura dell’interno, qui arrivano ombra, fresco e silenzio. La R 12 GS lavora bene: posizione alta, buon controllo, motore pronto ma non invadente. Conviene guidare rotondi, senza tagliare le curve e senza cercare prestazioni inutili. La strada premia chi legge il fondo, non chi recita la parte dell’eroe in solitaria. Da Štirovača si prosegue verso Krasno, importante località montana legata al Parco nazionale del Velebit settentrionale. Il paesaggio alterna boschi, radure e case sparse. Poi la traccia scende verso Oltari, preparando il ritorno al mare. La discesa è uno dei momenti più piacevoli della giornata: curve, perdita di quota, luce che cambia, aria che torna più salmastra. Ma va affrontata con rispetto. In discesa ogni errore pesa di più, soprattutto se l’asfalto presenta rattoppi o sporco ai margini. L’arrivo a Sveti Juraj chiude il giro davanti all’Adriatico, a sud di Senj, con il Velebit alle spalle. Dopo costa, campagna interna, Lika, boschi e quota, il mare torna improvvisamente davanti alla ruota anteriore. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, ed è particolarmente utile per seguire senza incertezze un itinerario fatto di strade vere, nomi complicati e passaggi che meritano attenzione. Cavalletto giù, casco tolto, aria di mare. Il viaggio finisce lì.
Dalle colline di Senigallia a Cesena, passando per Montefeltro e Appennino romagnolo
L’8 maggio 2026 è stato uno di quei giorni in cui parti sapendo già che la strada non ti farà sconti. Non per forza pericolosa, non necessariamente cattiva, ma nervosa sì. Una di quelle giornate in cui il meteo sembra aver letto la tua traccia GPX e aver deciso di mettersi di traverso con metodo, senza esagerare troppo, giusto per ricordarti che viaggiare in moto resta una faccenda seria. La BMW R12 G/S era pronta, l’autostrada da Verona fino all’uscita di Senigallia ha fatto il suo dovere di trasferimento, cioè quello di portarti da un punto all’altro senza poesia e con tutto il fascino di un nastro trasportatore per esseri umani motorizzati. Poi, appena lasciata la costa adriatica, è iniziato il giro vero. Senigallia resta alle spalle con la sua aria marina, il porto alla foce del Misa e quella luce bassa dell’Adriatico che in una giornata serena saprebbe anche mettersi in posa. Ma l’8 maggio il cielo era parecchio nuvoloso, compatto a tratti, rotto solo da aperture pallide, come se il sole avesse timbrato il cartellino ma senza particolare entusiasmo. Dall’entroterra senigalliese la strada comincia a salire con discrezione, lasciando la pianura costiera e infilando le prime colline marchigiane. Qui la guida cambia subito registro. Non c’è ancora l’Appennino duro, quello dei passi veri, ma il paesaggio si piega in ondulazioni continue, campi lavorati, filari, piccoli crinali e case sparse. La moto lavora bene in terza e quarta, con curve morbide, visibilità spesso buona, ma carreggiate non sempre regolari. L’asfalto marchigiano interno, in primavera, non va mai preso come una promessa. Può essere buono per due chilometri e poi presentarti una toppa, una crepa, un cedimento laterale, qualche sassolino lavato giù dalla pioggia. Un dialogo civile, insomma, se per civile intendiamo una conversazione in cui l’altro ogni tanto ti tira una sedia. Verso Pianello e Nidastore il percorso entra in un territorio di colline più isolate, meno turistico e più agricolo, con una rete di strade secondarie che richiede attenzione. Qui il traffico è scarso, e questo è un vantaggio, ma la scarsità di traffico porta con sé anche l’altra faccia della medaglia: meno manutenzione percepita, più sporco in traiettoria, più possibilità di trovare ghiaia vicino agli accessi poderali e nei punti dove l’acqua attraversa la strada. La R12 G/S in questi tratti si lascia portare con naturalezza, a patto di non confondere la coppia generosa con un permesso scritto per fare gli stupidi. Sui raccordi collinari il bicilindrico tiene bene il passo, aiuta a riprendere fuori dalle curve lente senza dover lavorare troppo di cambio, ma la guida resta fisica, attenta, con lo sguardo che deve stare più avanti della ruota anteriore e non appoggiato al panorama come fanno quelli che poi raccontano di essere stati “traditi dall’asfalto”. L’asfalto non tradisce. L’asfalto avvisa, solo che spesso parla sottovoce. Pergola arriva dopo un tratto che profuma già di entroterra vero. La cittadina è legata ai Bronzi Dorati da Cartoceto, uno dei ritrovamenti archeologici più importanti delle Marche, scoperti nel 1946 nella frazione di Cartoceto di Pergola e oggi conservati nel museo cittadino. Sono un riferimento storico concreto, non una decorazione da dépliant, e ricordano quanto queste valli siano state attraversate e abitate molto prima che noi arrivassimo con navigatori, pneumatici tassellati e l’illusione moderna di aver inventato l’avventura. Da motociclista, però, Pergola è anche un punto utile perché segna un cambio di passo. Le colline si fanno più compatte, il disegno stradale meno aperto, l’aria meno marina. Qui, se il cielo è carico, l’umidità si sente sulla visiera e sui guanti, e dopo uno scroscio breve la strada può restare lucida nei tratti in ombra, soprattutto dove gli alberi chiudono la luce. La salita verso Cagli porta dentro un’area di grande interesse stradale. Cagli, la Cale romana, è cresciuta lungo la Via Flaminia, tra il Monte Catria, il Monte Nerone e i corsi del Bosso e del Burano. È una posizione che storicamente non è casuale: controllare queste valli significava controllare passaggi, merci, uomini, eserciti, pellegrini e tutti gli altri complicati modi con cui l’umanità ha sempre cercato di complicarsi gli spostamenti. Il motociclista, almeno, si limita a complicarseli per scelta. L’avvicinamento a Cagli offre una guida più piena, con curve più leggibili e un paesaggio che comincia a stringere l’orizzonte. L’altimetria sale senza strappi estremi, ma la percezione di quota cambia. Le colline basse lasciano spazio ai rilievi dell’Appennino umbro marchigiano, il verde si infittisce, le pareti si avvicinano, il fondo stradale diventa più sensibile all’acqua e alle frane. Da Cagli la SP82 in direzione Piobbico è uno dei tratti più interessanti del giro. Qui si entra nell’area dominata dal Monte Nerone, che raggiunge i 1525 metri e segna il paesaggio con una presenza netta, massiccia, quasi severa. Non serve inventarsi epica da quattro soldi. Basta guardare la montagna quando le nubi le si appoggiano addosso e capisci che il meteo qui cambia in fretta. La strada si sviluppa tra gole, versanti boscosi e pareti calcaree, con un andamento che richiede fluidità. Le curve non sono tutte uguali, ed è proprio questo il bello. Alcune si aprono con garbo, altre chiudono più del previsto, altre ancora sono accompagnate da brevi tratti umidi, rattoppi e piccole scariche di ghiaia vicino al ciglio. Nei giorni instabili, specialmente dopo scrosci temporaleschi, questa zona va guidata con una marcia mentale in meno. Non significa andare piano per paura, significa lasciare margine, che è una cosa diversa e molto più intelligente. Una distinzione sottile, quindi naturalmente spesso ignorata. Piobbico, stretto tra il Monte Nerone e il Montiego, è uno di quei paesi che per il motociclista valgono anche come pausa visiva. Non sempre bisogna fermarsi mezz’ora, a volte basta attraversare piano, sentire il cambio di ambiente, guardare come le case si appoggiano al fondovalle e come le strade ripartono verso l’interno. Il territorio ha una storia antica, con tracce romane e medievali diffuse, ma ciò che interessa durante la guida è soprattutto la forma del paesaggio. Qui l’Appennino non è ancora quello romagnolo, ma ne anticipa già il carattere. Strade strette, valli laterali, boschi, piccoli ponti, curve con poca fuga visiva. Quando il cielo è scuro la luce diventa piatta, il contrasto cala e leggere il fondo diventa più difficile. Nei tratti sotto gli alberi, il bagnato rimane più a lungo. E quando trovi un tratto asciutto dopo uno umido, non è il momento di rilassarsi. È il momento di chiedersi dove sarà la prossima sorpresa, perché la strada, molto gentilmente, non te lo manda su WhatsApp. La SP81 verso Sant’Angelo in Vado mantiene un ritmo appenninico piacevole ma mai banale. Sant’Angelo è una località importante della Massa Trabaria e conserva testimonianze romane rilevanti, tra cui la Domus del Mito, nota per i mosaici ispirati alla mitologia classica. È anche terra di tartufo, e il tartufo qui non è un accessorio gastronomico buttato dentro per fare colore: è economia, identità locale, calendario di eventi, odore di bosco e di terra calcarea. Per chi guida, questa parte del percorso alterna aperture di valle e tratti più raccolti. La moto scorre bene, ma le deviazioni causate da frane cominciano a diventare parte del viaggio. Piccoli aggiramenti, strade chiuse, cartelli provvisori, tratti in cui devi rallentare, controllare, tornare indietro o inventarti una variante ragionevole. Ragionevole, non eroica. Perché tra l’eroismo e la stupidità, sulle strade franate, la distanza spesso è larga quanto una cunetta. Dopo Sant’Angelo in Vado, con SP7 e SP9, il giro entra in una rete di collegamenti minori verso Belforte all’Isauro. Qui la guida diventa più intima, più da entroterra, con carreggiate che spesso seguono il terreno invece di dominarlo. Il fondo può cambiare rapidamente. Nei punti esposti al ruscellamento la ghiaia si deposita in uscita di curva, proprio dove vorresti riaprire il gas. Nei tratti in discesa bisogna tenere la moto composta, usare il freno motore, non appendersi all’anteriore e ricordarsi che una maxi o una classica enduro moderna perdona tanto, ma non riscrive le leggi della fisica. La R12 G/S, con il suo assetto stabile e il motore pieno, dà una bella sensazione di controllo su queste strade. È una moto che invita a guidare rotondo, senza inutili isterismi. Ma quando la sede stradale è stretta, sporca e bagnata a chiazze, il polso destro deve restare educato. Un concetto rivoluzionario, pare. Belforte all’Isauro introduce il Montefeltro più appartato, quello che si muove tra Marche, Romagna e Toscana con confini storici e amministrativi che nel tempo hanno cambiato padrone più volte. Qui il paesaggio non è addomesticato. È abitato, certo, coltivato, attraversato, ma conserva una ruvidità evidente. Le colline diventano dorsali, i versanti si aprono e richiudono, i boschi aumentano. La SP99 e la SP12 verso Carpegna richiedono concentrazione perché il tracciato tende a salire, piegare, cambiare esposizione. L’asfalto in alcuni punti può essere buono e persino divertente, poi arrivano rattoppi, giunti, deformazioni, qualche tratto segnato dall’inverno. L’8 maggio, con nuvole basse e scrosci brevi, la sensazione era quella di guidare dentro un territorio in movimento. Non solo per le curve, ma per il suolo stesso. Le frane incontrate lungo il percorso non sono un’anomalia esotica. In questi ambienti, tra argille, versanti ripidi, piogge primaverili e strade secondarie, il dissesto è una presenza concreta. Carpegna è uno dei punti chiave del giro. Il Monte Carpegna arriva a 1415 metri ed è il rilievo dominante del Parco naturale del Sasso Simone e Simoncello, area protetta che interessa il cuore del Montefeltro e presenta quote comprese all’incirca tra i 670 metri e la cima del Carpegna. Il parco è fatto di boschi, pascoli sommitali, ambienti argillosi e rilievi che hanno una personalità forte. Nei pressi del Sasso Simone e del Simoncello il paesaggio cambia ancora: più aria di montagna, più bosco, più silenzio, più umidità. Il versante del Carpegna è anche noto per la foresta demaniale e per ambienti ricchi di fauna, compresi rapaci e mammiferi tipici della media montagna. Tutto molto bello, certo. Poi però sei in moto, in una giornata nuvolosa, e quello che conta subito è la temperatura che scende, la visiera che si sporca, la gomma che deve leggere un fondo non sempre pulito e la necessità di non farsi distrarre da un panorama che ti chiama proprio mentre la curva chiude. La strada per Valpiano e poi verso Ca’ Bicci lavora sui versanti, tra passaggi più stretti e tratti dove l’ambiente sembra svuotarsi di traffico. Qui il motociclista deve accettare una guida meno continua. Non è il tratto da pennellare in sequenza come su un passo alpino perfetto. È una strada da interpretare. A volte lasci correre, a volte rallenti senza motivo apparente perché qualcosa nella luce, nel colore dell’asfalto o nella linea del fosso ti dice che non conviene fidarsi. Ed è spesso lì che trovi la ghiaia, il fango trascinato da un accesso laterale, un cedimento, una piccola frana già ripulita ma non abbastanza da dimenticarla. Le deviazioni obbligate dagli smottamenti hanno spezzato il ritmo, però hanno anche dato al giro una qualità più reale. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, ma in giornate così la traccia va letta come una base di lavoro, non come un ordine divino inciso su pietra. Anche Mosè, con certe provinciali appenniniche, avrebbe aggiornato il percorso. Ponte Messa segna un rientro verso la Valmarecchia e verso un ambiente più romagnolo, pur restando in quella zona di cerniera dove le identità locali si incrociano. La strada tende a diventare più leggibile, ma non per questo più banale. Via San Vincenzo e l’avvicinamento a Sant’Agata Feltria riportano dentro una Romagna alta, appenninica, fatta di borghi, calanchi, rocce, boschi e pieghe profonde. Sant’Agata Feltria ha origini antiche, legate anche agli Umbri Sarsinati, ed è passata nei secoli sotto diverse famiglie e domini, tra cui Malatesta, Montefeltro e Fregoso. La Rocca Fregoso domina il paese e oggi è legata anche al progetto della Rocca delle Fiabe, ma il borgo conserva una sostanza storica che va oltre il nome gentile. È terra di tartufo bianco pregiato, di fiere autunnali, di prodotti locali che raccontano il bosco meglio di tante frasi patinate. Per chi passa in moto, Sant’Agata è soprattutto uno snodo scenografico e tecnico: arrivi da strade che salgono e scendono con decisione, attraversi un abitato compatto, poi riparti verso Sarsina con un cambio di ritmo evidente. La SP88 verso Sarsina è una strada che chiede pazienza e precisione. Non è larga, non sempre è perfettamente pulita, e dopo piogge brevi può presentare tratti scivolosi in ombra. La discesa verso la valle del Savio va gestita con freni leggeri, traiettorie pulite e attenzione alle curve cieche. Qui il paesaggio romagnolo si fa più severo, meno morbido delle colline marchigiane iniziali. Le quote non sono estreme, ma la percezione di isolamento è maggiore. Il traffico rimane generalmente contenuto, con qualche mezzo locale, furgoni, auto di residenti, trattori nei tratti agricoli. Nei giorni feriali e fuori stagione turistica si guida bene, ma proprio perché c’è poco traffico può capitare di incontrare chi la strada la conosce a memoria e la usa come se fosse il corridoio di casa. Tradotto: meglio non invadere, meglio non fidarsi delle curve cieche, meglio ricordarsi che il centro della carreggiata non è un’opinione filosofica. Sarsina merita sempre un pensiero. È la città natale di Tito Maccio Plauto, uno dei grandi autori della commedia latina, e conserva nella Basilica di San Vicinio uno dei luoghi religiosi più noti della Romagna interna. La basilica, di impianto romanico, è legata alla figura del santo vissuto tra III e IV secolo, e alla tradizione della catena di San Vicinio, ancora oggi oggetto di devozione. Anche qui la storia non è una scenografia. È stratificazione. Romani, cristianesimo antico, medioevo, vescovi, pellegrinaggi, teatro, Appennino. La moto attraversa tutto questo in pochi minuti, e forse è proprio questa una delle cose più forti del viaggio: non ti fermi sempre, non approfondisci tutto, ma colleghi fisicamente i luoghi. Li metti in sequenza con il corpo, con la guida, con il rumore del motore che cambia tra una valle e l’altra. Una forma di conoscenza imperfetta, ma viva. Molto più viva di certi itinerari costruiti a tavolino da gente che probabilmente pensa che una curva sporca sia un problema morale. Da Sarsina la SP128 sale verso il Passo Monte Finocchio. Questo è uno dei tratti tecnicamente più belli del finale, anche perché arriva quando la giornata è già lunga e la concentrazione comincia a pesare. Il passo mette in comunicazione l’area del Savio con quella del Borello e raggiunge quote intorno ai 600 metri, con salite e discese non estreme ma continue. Da Ranchio il versante presenta circa 6,4 chilometri di salita, con pendenza media attorno al 5,4 per cento e massime poco sopra l’8 per cento. Numeri da bicicletta, certo, ma utili anche in moto per capire il carattere della strada. Non è un muro, non è un passo alpino, è una salita appenninica vera, fatta di curve ampie alternate a tornanti e cambi di pendenza. Se l’asfalto è asciutto, si guida con gusto. Con il fondo umido e qualche residuo portato dalla pioggia, diventa una strada da rispetto. Il Passo Monte Finocchio ha una bellezza asciutta. Non cerca applausi. Sale tra boschi, crinali e aperture improvvise, poi scende verso Ranchi e Piavola con un andamento che può diventare molto piacevole se si trova il ritmo giusto. Qui la R12 G/S si muove bene, stabile nei cambi di direzione e capace di assorbire le imperfezioni senza trasmettere quella sensazione di fragilità che su certe strade rovina la guida. Però il finale di giornata non perdona la distrazione. Dopo tanta strada, qualche scroscio, deviazioni per frane, continui cambi di fondo e di luce, il rischio non è la curva difficile. Il rischio è quella facile, affrontata con mezzo secondo di stanchezza in più. È lì che il viaggio ti presenta il conto, perché il viaggio, a differenza del barista, non ti chiede se vuoi pagare con carta. Ranchi e Piavola portano gradualmente verso un paesaggio più basso, più aperto, già orientato verso Cesena. La SP129 chiude il giro appenninico con una discesa progressiva, meno drammatica ma ancora interessante, tra case sparse, piccoli appezzamenti, vegetazione che cambia e una luce ormai più stanca. Dopo i boschi e i rilievi del Montefeltro, dopo le pieghe del Nerone, dopo il Carpegna e le provinciali segnate dall’acqua, questo tratto ha il sapore del rientro. Non ancora autostrada, non ancora fine. È quella parte in cui la moto sembra aver capito prima di te che la giornata sta scendendo, e tu cominci a fare i conti con la benzina, con la stanchezza, con il casco bagnato a chiazze, con i guanti che hanno preso abbastanza umidità da ricordarti che sì, sei vivo, e sì, potevi anche startene sul divano come una persona socialmente approvata. Cesena arriva come punto pratico di chiusura. Dopo Piavola, il rientro verso la città e poi l’autostrada riporta il viaggio dentro una dimensione più ordinaria. Il traffico aumenta, la segnaletica si fa più urbana, la guida perde quella tensione appenninica e torna a essere gestione. Cesena, con la sua posizione tra pianura romagnola e valle del Savio, è uno sbocco naturale per un itinerario come questo. Si esce dalla parte più interna dell’Appennino e si torna verso la rete veloce, verso il rientro, verso quei chilometri autostradali che nessuno racconta volentieri ma che fanno parte del gioco. Il giro dell’8 maggio 2026 è stato questo: una lunga traversata giornaliera dall’entroterra di Senigallia fino alla provincia di Cesena, passando per colline agricole, borghi storici, strade secondarie, passi appenninici, pioggia breve, nuvole pesanti e frane abbastanza numerose da ricordare che queste montagne sono vive, e quando decidono di muoversi non mandano richiesta di autorizzazione.
Tra Borcola e Pianella: sterrato, storia e curve tra Posina e Tonezza
Parto da Piazza con quella luce ancora un po’ incerta che rimane sospesa tra pianura e primi rilievi. La BMW R12 GS gira rotonda, il bicilindrico ha quel modo quasi educato di prendere giri, ma sotto si sente che ha più sostanza di quanto sembri. Appena si imbocca la SP138 la strada comincia subito a cambiare carattere, si stringe, si incunea tra i versanti e smette rapidamente di essere una semplice via di collegamento. L’asfalto qui è quello tipico delle provinciali di montagna meno trafficate. Non perfetto, qualche rattoppo, ma grip sincero. Le curve non sono mai banali, e soprattutto non sono mai tutte uguali. Ti costringono a lavorare con il busto, a guidare davvero, senza automatismi. Salendo verso il Passo della Borcola, quota poco sopra i 1200 metri, la vegetazione cambia in modo quasi brusco. I castagni lasciano spazio ai faggi e poi agli abeti. L’aria diventa più fredda, più pulita. Qui la strada si apre un attimo, concede respiro, poi torna a stringere. Il Passo della Borcola non è solo un punto geografico. Durante la Prima Guerra Mondiale era una zona strategica, linea di collegamento tra la Val Posina e l’altopiano di Tonezza. Ancora oggi, guardando bene tra i boschi, si trovano resti di postazioni, mulattiere militari, segni concreti di un fronte che qui non era affatto secondario. Scollinato il passo, la discesa verso Posina cambia ritmo. L’asfalto diventa leggermente più scorrevole, ma attenzione. Alcuni tratti restano umidi anche quando il resto è asciutto. Ombra fitta, acqua che trasuda dalla montagna, e qualche residuo di foglie che non se ne va mai davvero. Posina arriva quasi all’improvviso. Un paese che sembra fermo, ma non morto. Qui si respira ancora una certa coerenza architettonica, niente stravolgimenti inutili. Un punto buono per fermarsi, anche solo per prendere un caffè e guardare la valle. Si riparte sulla SP81, direzione Crosara. Qui la strada cambia ancora pelle. Più stretta, più nervosa, meno perdonante. Il fondo è discreto ma irregolare. In alcuni punti si sente che gli inverni hanno fatto il loro lavoro, e non sempre qualcuno si è preso la briga di rimediare. Crosara è poco più di un passaggio, ma è il preludio a qualcosa di diverso. Da qui si entra in una dimensione più isolata. Si sale verso i Casoni dei Busati, e la sensazione è quella di allontanarsi davvero da tutto. Il traffico sparisce, il silenzio aumenta. La strada diventa progressivamente più ruvida. Non è ancora sterrato, ma lo anticipa. Asfalto consumato, bordi sporchi, qualche tratto con ghiaia portata giù dalle piogge. La R12 GS qui si muove con naturalezza. È il suo ambiente, anche quando finge di essere una moto elegante. Arrivare ai Casoni dei Busati è come entrare in una cartolina che però non è stata ripulita per i turisti. Strutture in pietra, prati ancora segnati dall’inverno, e quell’aria sospesa che trovi solo dove il tempo ha meno fretta. Da qui inizia la parte interessante. Si sale verso Malga Zolle di Fuori e Malga Zolle di Dentro. Il fondo diventa più incerto, e le prime chiazze di neve compaiono nei punti più in ombra. Non sono un problema vero, ma sono un segnale chiaro. Sei in quota, e la stagione qui arriva sempre con un po’ di ritardo. Le malghe sono vive. Non nel senso turistico del termine, ma nel senso vero. Qui si lavora ancora, si produce, si mantiene una tradizione che altrove è diventata solo estetica. Il territorio è aperto, più ampio, e la vista comincia ad allargarsi. Poi arriva il Passo della Pianella. E qui entra in gioco la parte “non autorizzata”. La strada è ufficialmente chiusa, riservata a chi ha permessi specifici. Ma il fondo c’è, la traccia è evidente, e tecnicamente è percorribile. Sterrato compatto, qualche pietra smossa, tratti più scavati dall’acqua. Non è uno sterrato difficile, ma va preso con rispetto. In alcuni punti il bosco chiude la luce, e le macchie di neve restano lì, a ricordarti che basta poco per cambiare condizioni. Il grip varia, e serve una guida pulita, senza forzature inutili. Il fascino qui è tutto nella sensazione di isolamento. Nessun rumore artificiale, solo il motore che rimbalza tra gli alberi e il suono delle gomme sul fondo. Il Passo della Pianella non ha la fama di altri valichi, e forse è proprio questo il suo valore. È rimasto fuori dai circuiti più battuti, e si sente. Si scende poi verso la SP92. Il ritorno all’asfalto è quasi strano. Dopo lo sterrato, la moto sembra galleggiare. Ma non dura molto. La SP92 richiede attenzione, perché alterna tratti buoni ad altri più segnati. Si prosegue sulla SP136 verso il Passo della Vena. Qui il paesaggio cambia ancora. Più aperto, meno boschivo in alcuni tratti, con scorci che iniziano a guardare verso la pianura. Il Passo della Vena è meno impegnativo dal punto di vista tecnico, ma non va sottovalutato. Curve più ampie, ma visibilità non sempre perfetta. L’asfalto è mediamente buono, ma con qualche tratto sporco nei punti meno esposti al sole. Da lì si scende verso Tonezza del Cimone. Località con una storia interessante, soprattutto legata alla Grande Guerra. Qui passavano linee di rifornimento, e la zona era fondamentale per il controllo del fronte dell’Altopiano dei Sette Comuni. Ancora oggi si trovano fortificazioni, trincee e percorsi militari. Tonezza ha anche un’altra anima, più recente. Negli anni del dopoguerra è diventata una piccola stazione turistica, mantenendo però una dimensione contenuta. Non è mai esplosa, e forse è stata la sua fortuna. La discesa verso Arsiero cambia completamente scenario. Si torna verso la valle, la temperatura sale, la vegetazione si fa più morbida. L’asfalto migliora, la guida diventa più fluida. Arsiero è un punto di passaggio importante, con una storia industriale legata soprattutto alla lavorazione del legno e alla presenza di opifici lungo il torrente Astico. Durante la Prima Guerra Mondiale fu duramente colpita, praticamente rasa al suolo nel 1916 durante la Strafexpedition austro-ungarica. Ripartendo verso Velo d’Astico e poi Vajo, la strada si distende. Dopo tutto quello che è venuto prima, sembra quasi una chiusura naturale. Nessuna spettacolarità forzata, solo chilometri che scorrono e che ti riportano lentamente verso una dimensione più quotidiana. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Orrido di Via Mala e Crocedomini
Parto da Verona con il solito trasferimento autostradale che serve solo a togliersi di mezzo la pianura, monotona come una riunione il lunedì mattina. L’uscita a Capriolo segna il momento in cui si torna a respirare davvero. Il traffico si dirada, il motore smette di lavorare a noia costante e ricomincia a vivere. Capriolo è ancora addormentata quando la attraverso. Strade pulite, qualche auto parcheggiata, niente di particolare. Ma è il passaggio necessario per infilarsi verso Sarnico, dove il Lago d’Iseo compare all’improvviso sulla destra, come se qualcuno avesse deciso di spegnere il grigio e accendere un po’ di colore. La strada tra Sarnico e Castro segue il lago senza mai annoiare. Asfalto generalmente buono, qualche rattoppo qua e là ma niente che disturbi davvero. Curve ampie, scorrevoli, quelle che ti fanno trovare subito il ritmo giusto senza dover pensare troppo. Nei weekend un po’ di traffico c’è sempre, ma gestibile se non ti incaponisci a fare il pilota della MotoGP su una statale. Salendo verso Castro il paesaggio cambia. Il lago si stringe, le pareti rocciose si avvicinano e l’aria diventa più fresca. È una transizione graduale ma evidente, come quando passi da una stanza piena di gente a una più silenziosa. Poi si entra nell’interno, direzione Costa Volpino e Castelfranco, e qui la musica cambia. Le strade iniziano a salire con più decisione. L’asfalto resta discreto, ma si comincia a trovare qualche tratto sporco, soprattutto nelle zone in ombra. Niente di drammatico, ma è il classico punto dove chi guida distratto inizia a fare errori. Verso Angolo Terme la valle si apre e si richiude senza preavviso. È una zona che alterna tratti veloci a sezioni più tecniche. Curve cieche, cambi di pendenza, qualche avvallamento che arriva quando meno te lo aspetti. Qui la guida deve diventare pulita, senza fretta. Non è il posto giusto per improvvisare. E poi arriva lui, l’Orrido della Via Mala. L’ingresso al percorso pedonale è ben segnalato. Appena prima, sulla destra, c’è quel locale che sembra messo lì apposta per i motociclisti che hanno capito quando è il momento di fermarsi. Birra fatta come si deve, niente acqua colorata, e taglieri seri, con salumi e formaggi che non arrivano da una busta anonima del supermercato. Ci si ferma volentieri. Non solo per mangiare, ma perché il posto ha quel ritmo lento che ti fa scendere dalla moto senza fretta. Il rumore dell’acqua che scende nell’orrido sotto, l’aria fresca che arriva dalle pareti rocciose. È uno di quei punti dove capisci perché sei partito. Riparto e la strada si stringe. Si sale verso Dosso e poi verso il Passo Croce degli Angeli. Qui cambia tutto. L’asfalto diventa più irregolare, in alcuni tratti anche ruvido. Le curve si fanno più strette, spesso in sequenza. Tornanti veri, non quelli larghi da turismo tranquillo. La vegetazione si infittisce. Ombra, umidità, e ogni tanto qualche residuo di ghiaia portata giù dall’acqua. Serve attenzione, soprattutto in uscita di curva. La moto qui non perdona distrazioni. Però se la guidi bene, ti restituisce tutto. È uno di quei tratti dove senti davvero cosa sta succedendo sotto le ruote. Il Passo Croce degli Angeli arriva quasi senza annunciarsi. Non è uno di quei passi iconici pieni di cartelli e bar. È più discreto. Ma proprio per questo ha senso. Sei in mezzo alla montagna, senza fronzoli. Scendendo verso Borno la strada torna a respirare. Curve più aperte, asfalto migliore. Si può guidare in modo più fluido, lasciando scorrere la moto senza forzarla. Il traffico qui è quasi assente, ed è una di quelle rare situazioni in cui puoi mantenere un ritmo costante senza dover continuamente frenare per qualcuno davanti. Borno è ordinata, pulita, tipico paese di montagna che vive tra turismo e vita reale. Non è finta, e si vede. Da qui si punta verso il Passo Crocedomini, e qui si entra in un altro livello. Il Crocedomini non è una strada perfetta. Ed è esattamente il suo punto di forza. L’asfalto cambia continuamente, in alcuni tratti è buono, in altri segnato, con rattoppi e qualche deformazione. Ma è sempre leggibile. Le curve si susseguono senza uno schema preciso. Non è una sequenza da pista, è una strada vera. Salite, falsopiani, discese leggere. L’altitudine si sente, l’aria diventa più fredda, la luce cambia. Anche il suono del motore sembra diverso. Ad aprile si trovano ancora residui di neve ai lati, soprattutto nei punti meno esposti. Non danno fastidio, ma ricordano che qui la stagione arriva sempre un po’ dopo. Il traffico è quasi nullo. Qualche ciclista, qualcuno in macchina, raramente altri motociclisti. È uno di quei posti dove puoi stare da solo abbastanza a lungo da dimenticarti che esiste il resto. La discesa verso Bagolino è più tecnica. Curve strette, carreggiata che si riduce, asfalto che richiede rispetto. Non è il momento di rilassarsi troppo. Anche perché nei tratti più ombreggiati si può trovare sporco, soprattutto dopo l’inverno. Bagolino merita sempre una sosta, anche solo veloce. Non solo per il famoso Bagòss, ma perché è uno di quei paesi che hanno ancora una struttura autentica. Strade strette, case in pietra, niente costruzioni fuori contesto. Scendendo verso Ponte Caffaro si rivede l’acqua. Il Lago d’Idro appare all’improvviso, più piccolo dell’Iseo ma con un carattere tutto suo. La strada qui è più rilassata, scorrevole, perfetta per abbassare un attimo il ritmo. Da Ponte Caffaro a Vestone e poi Gavardo si torna gradualmente alla realtà. Il traffico aumenta, le curve si allargano, l’asfalto migliora. È il classico rientro dove inizi già a pensare che il bello è stato prima. Ma non è un rientro noioso. La valle tiene ancora un minimo di movimento, abbastanza da non farti spegnere il cervello completamente. A Gavardo si chiude il giro vero. Poi di nuovo autostrada verso Verona. Velocità costante, pensieri che scorrono più delle ruote. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
SP28 e SP359R: il lato tecnico dell’Appennino tra Varsi, Bardi e Monte Pelizzone
Arrivo a Fornovo di Taro poco prima delle dieci, dopo il classico trasferimento autostradale che serve solo a togliersi di mezzo la pianura. L’aria cambia già all’uscita del casello, più fresca, più pulita, con quell’odore leggero di terra umida che in aprile non tradisce mai. La Multistrada V4 Pikes Peak si assesta subito su un ritmo diverso, più naturale, come se anche lei sapesse che da qui inizia il giro vero. La SP28 si prende senza pensarci troppo, direzione Varsi. I primi chilometri scorrono dentro una valle ancora larga, con curve morbide e un asfalto che alterna tratti rifatti a pezzi più vecchi, mai davvero fastidiosi ma da leggere con attenzione. Qui non serve forzare, anzi. È una strada che invita a lasciar scorrere la moto, a lavorare di coppia, tenendo una linea pulita. Il traffico è quello tipico del sabato mattina, qualche auto locale, nessuna fretta. Man mano che si sale, la valle si stringe e la SP28 cambia carattere. Le curve si fanno più ravvicinate, l’asfalto perde un po’ di uniformità e compaiono le prime zone d’ombra dove l’umidità resta più a lungo. Niente di critico, ma è il classico punto in cui conviene ricordarsi che siamo ancora in primavera. La ciclistica della Pikes Peak qui lavora precisa, quasi chirurgica, ma richiede una guida altrettanto pulita. Se entri sporco, te lo fa notare. Varsi arriva senza annunciarsi troppo. È uno di quei paesi che sembrano stare lì da sempre, incastrati tra le pieghe della valle del Ceno. Breve attraversamento, giusto il tempo di incrociare qualche volto locale e ripartire verso Bardi, dove la strada diventa più interessante anche dal punto di vista paesaggistico. Il tratto tra Varsi e Bardi è uno di quelli che non stancano mai. L’asfalto migliora a tratti, le curve si allungano e iniziano a comparire scorci più aperti. E poi, improvviso ma inevitabile, il Castello di Bardi. Massiccio, arroccato su uno sperone di diaspro rosso, domina la valle con una presenza che non ha bisogno di presentazioni. È uno dei manieri meglio conservati dell’Emilia, con origini che risalgono almeno al IX secolo e una storia lunga fatta di assedi, famiglie nobiliari e leggende che qui non mancano mai. Si esce dal paese e si imbocca la SP359R, direzione Valico Monte Pelizzone. Qui si inizia a fare sul serio. La strada prende quota con decisione, le curve diventano più tecniche e la carreggiata si restringe quel tanto che basta per obbligare a guidare davvero. L’asfalto è generalmente buono, ma non perfetto. Ci sono tratti con piccoli avvallamenti e qualche residuo di ghiaia portata giù dalle piogge. La salita verso il Monte Pelizzone è una sequenza continua di curve di ogni tipo. Tornanti stretti, pieghe più veloci, cambi di pendenza che richiedono attenzione soprattutto in uscita. La moto qui dà il meglio, stabile, precisa, con un avantreno che comunica tutto. Il V4 spinge pieno anche ai medi, permettendo di uscire forte senza dover lavorare troppo di cambio. Il paesaggio cambia progressivamente. I boschi si fanno più fitti, la luce si spezza tra i rami e la temperatura scende di qualche grado. È uno di quei tratti in cui il microclima si percepisce chiaramente. Nelle zone più in ombra l’asfalto resta freddo, e si sente. Il Valico del Monte Pelizzone arriva senza un vero punto scenografico evidente, ma lo riconosci per la sensazione di aver raggiunto una quota diversa. Siamo intorno ai 1000 metri, più o meno, e l’aria lo conferma. Da qui si prende la SP15 verso Morfasso. Il cambio di versante si avverte subito. La strada diventa leggermente più scorrevole, ma mantiene una certa irregolarità nel fondo. Alcuni tratti sono stati rifatti, altri meno. È una guida che richiede adattamento continuo. Morfasso è un altro passaggio rapido, ma interessante. Siamo già in provincia di Piacenza e il paesaggio ha qualcosa di diverso, meno chiuso, più aperto. Si prosegue verso Prato Barbieri, uno dei punti più particolari di questo giro. La salita verso Prato Barbieri è tecnica. Strada stretta, curve ravvicinate, asfalto che alterna grip buono a tratti più lisci. Qui capita spesso di trovare sporco portato dai mezzi agricoli o residui di foglie nei punti più chiusi. Serve occhio, soprattutto nelle prime percorrenze stagionali. Arrivati in quota, il paesaggio si apre improvvisamente. Prato Barbieri è una zona ampia, quasi un altopiano, utilizzata anche per attività all’aperto e conosciuta tra chi frequenta queste zone per trekking e, in inverno, per la neve. In moto si apprezza per il cambio di respiro dopo la salita. Si scende verso Bettola. La SP che porta giù è più scorrevole, con curve ampie e visibilità migliore. L’asfalto qui è mediamente buono, ma non mancano i classici rattoppi longitudinali che, presi in piega, si fanno sentire. Bettola è un centro più vivo rispetto ai paesi precedenti. Qui una sosta ha senso, anche solo per un caffè o per fare rifornimento. I distributori non sono ovunque in queste zone, meglio non tirarla troppo. Si riparte sulla SP39 verso Cerro e Perino. Questo tratto è uno di quelli più vari. Si passa da sezioni veloci a tratti più stretti, con cambi di ritmo continui. Il fondo è generalmente buono, ma con qualche sorpresa nelle zone più ombreggiate. Perino segna l’avvicinamento alla SS45, una delle strade più conosciute dell’Appennino ligure-emiliano. Appena ci si immette, la differenza si sente subito. Carreggiata più ampia, asfalto migliore, curve più leggibili. La SS45 in direzione Bobbio è un piacere da guidare. Segue il corso del Trebbia, con una sequenza di curve veloci e panorami che si aprono sulla valle. Il traffico qui può aumentare, soprattutto nei weekend, ma resta generalmente gestibile. Bobbio è una tappa quasi obbligata. Il Ponte Gobbo, con le sue arcate irregolari, è uno dei simboli più riconoscibili della zona. Costruito in epoca romana e rimaneggiato nei secoli, porta con sé storie e leggende, tra cui quella del diavolo che avrebbe contribuito alla sua costruzione. Attraversare Bobbio richiede calma. Tra turisti, pedoni e traffico locale, è facile trovare rallentamenti. Ma fa parte del contesto. Si esce dal paese e si prende la SP34 verso il Passo della Crocetta. Questo è uno dei tratti più tecnici della giornata. La strada si stringe, le curve si fanno più impegnative e l’asfalto, pur discreto, presenta qualche imperfezione. La salita al Passo della Crocetta è continua. Tornanti stretti, cambi di pendenza e tratti in cui la visibilità è limitata. Qui la guida deve tornare precisa, senza forzature. Il rischio di trovare ghiaia in uscita di curva è concreto, soprattutto dopo piogge recenti. Il passo, intorno agli 800 metri, segna un altro cambio di scenario. Più aperto, meno boschivo, con una luce diversa. Si scende verso Nibbiano. La strada migliora leggermente in termini di scorrevolezza, ma resta da guidare con attenzione. Alcuni tratti presentano segni di usura, crepe e piccoli avvallamenti. Nibbiano arriva con un’aria più tranquilla. Da qui si prende la SS412 in direzione Borgonovo Val Tidone. Questo è l’ultimo tratto, più rilassato rispetto al resto del giro. La SS412 è più ampia, con curve dolci e un asfalto generalmente buono. Dopo una giornata così, è quasi una decompressione. Si può alzare lo sguardo, lasciar respirare la guida e arrivare a Borgonovo con la sensazione di aver fatto un giro completo, senza bisogno di aggiungere altro. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Da Goito al Cerreto e ritorno, con il solco di Equi Terme nel mezzo..
La BMW R12 GS era fredda quando l'ho tirata fuori dal garage. Tre aprile, mattina presto, temperatura intorno ai sette gradi a Goito. Il pianoro della bassa mantovana a quell'ora è immobile, avvolto in una luce piatta che scivola sul Po come se non avesse fretta di diventare giorno. Ho lasciato riscaldare il motore quanto bastava, controllato la pressione delle gomme, messo in tasca le solite cose, e sono partito verso sud. Goito è un punto di partenza pratico, non scenografico. Capoluogo di niente in particolare, è una di quelle cittadine pianpadane che esistono per servire il territorio circostante. Strade larghe, rotonde, qualche capannone, un distributore aperto. Esattamente quello che serve per iniziare un giro lungo senza inutili cerimonie. La R12 GS, nella sua configurazione standard, si è messa in moto con quel sound basso e rotondo del boxer bicilindrico che fa capire subito quanto lavoro BMW abbia fatto sulle vibrazioni rispetto alle generazioni precedenti. Il manubrio largo trasmette fiducia istantanea. Non bisogna ancora chiederle nulla di particolare. La direzione è ovest, poi quasi subito sud-ovest verso Torre d'Oglio, che si raggiunge percorrendo strade provinciali che costeggiando il Mincio entrano progressivamente nella campagna più profonda della bassa mantovana. L'asfalto qui è quello tipico della pianura irrigua: continui rattoppi sovrapposti nel tempo, qualche solco trasversale nei punti in cui i mezzi agricoli pesanti attraversano la carreggiata, ghiaia residua ai lati nelle stagioni di raccolta. In aprile il terreno è bagnato e la vegetazione ai margini è già verde, ma il fondo stradale è ancora compresso e abbastanza pulito. Si guida con calma, non ha senso fare altro. Torre d'Oglio è una frazione di Marcaria, e deve il suo nome alla torre viscontea che presidia il punto di confluenza tra il Mincio e il Po. È un posto silenzioso, con una riserva naturale che gli gira intorno. Non ci si ferma necessariamente, ma è un punto di snodo del territorio che vale la pena attraversare lentamente. Da Torre d'Oglio si punta su Viadana, seguendo argini e strade che corrono parallele al Grande Fiume senza mai avvicinarsi abbastanza da vederlo. In questo tratto il Po è presente più come sistema di riferimento mentale che come elemento visivo. Viadana è un centro più consistente, capoluogo dell'omonima zona, storicamente importante per il commercio fluviale e per la ceramica. Chi vuole fare benzina qui può farlo senza problemi, ci sono distributori sulla statale. Il traffico di mattina presto è scarso e le strade che scendono dal Mantovano verso il Reggiano sono libere. Passando il Po si entra nel territorio emiliano. Brescello è il primo comune rilevante, e qui l'argine comincia a fare da spartiacque mentale tra pianura e Appennino. Brescello è conosciuta a livello internazionale per essere la città di Peppone e Don Camillo, i personaggi creati da Giovanni Guareschi che appartengono alla letteratura italiana del Novecento con un peso specifico più alto di quanto spesso si riconosca. I film della serie vennero girati in gran parte qui, e la riconoscibilità dei luoghi rispetto alle immagini dei film è ancora alta. C'è un museo dedicato, c'è la piazza con la statua dei due personaggi, c'è un'atmosfera che è rimasta abbastanza integra. Non è un luogo per visitatori di massa, ma per chi passa in moto e ha mezz'ora è una sosta che vale. Il fatto che Guareschi abbia ambientato qui la guerra fredda vista dal basso, con quella sagacia narrativa che mescola ideologia e vita quotidiana, rende il posto più interessante di un qualsiasi borgo fotografato per Instagram. Lasciata Brescello, la pianura comincia a perdere la propria orizzontale certezza. Il territorio sale impercettibilmente verso Reggio Emilia e poi verso l'Appennino, e la R12 GS con le sue sospensioni semi-attive Telelever inizia a fare esattamente quello per cui è stata progettata: assorbe le irregolarità senza trasmettere movimenti bruschi, mantiene la stabilità in rettilineo, e rende la guida piacevolmente neutrale. Non è una moto che emoziona sulla pianura, ma è una moto che non stanca. La risalita verso l'Appennino tosco-emiliano prende progressivamente forma seguendo la direttrice che attraversa la Valle del Tresinaro e poi si innesta sulla viabilità che sale verso Castelnovo ne' Monti e i valichi principali. Ma il percorso di questo giro non sale direttamente: punta invece verso i passi meno frequentati e più interni, quelli che portano in Lunigiana attraverso la cresta appenninica. Lagrimone è uno di questi snodi. Si trova in provincia di Parma, in Comune di Palanzano, a circa 900 metri di quota. Ci si arriva dopo aver lasciato la pianura reggiana e aver attraversato la media collina parmense, con strade che salgono in modo progressivo, curvilinee ma non ancora selvatiche. L'asfalto inizia a cambiare carattere: meno rattoppi industriali, qualche crepa dovuta al ciclo gelo-disgelo invernale, cordoli più stretti, qualche foglia residua agli angoli delle curve. La vegetazione passa dal fondo-valle con robinie e coltivi a boschi misti dove il faggio inizia a comparire. Lagrimone è un piccolo abitato che si attraversa senza quasi rendersene conto, ma è un punto di riferimento per chi percorre le strade parmensi dell'alto Appennino. Da qui verso Rigoso la strada scende e risale attraverso vallecole minori, con curve di raggio medio che chiedono continuità di ritmo più che tecnica estrema. La R12 GS in questo contesto esprime bene la propria vocazione: è una moto da percorsi misti, non è una supersportiva da pieghe radicali, ma la sua ciclistica consente di guidare con un ritmo sostenuto senza che la moto si irrigidisca o diventi imprevedibile. Il motore boxer da 1300 cc eroga in modo lineare, senza strappi, e la coppia disponibile a regimi medi rende superfluo scalare marcia ogni volta che il tracciato si restringe o sale. Rigoso si trova poco sopra i mille metri. È una frazione di piccole dimensioni nel comune di Monchio delle Corti, in Appennino parmense. Il paesaggio qui è già quello dell'alta montagna appenninica: prati aperti sui crinali, boschi fitti sui versanti, silenzi che durano. In aprile il verde è ancora quello dell'inizio stagione, brillante e frastagliato. Le temperature a quest'altitudine si abbassano rispetto alla mattina di partenza, e con la R12 GS dotata di paramani e prese d'aria frontali regolabili si gestisce il freddo senza dover fermarsi. Chi non ha una sella riscaldata attiva e grips termici in questa parte del giro li rimpiangerà. Dal crinale parmense si scende verso il Passo del Lagastrello, a 1201 metri di quota, che segna il confine tra Emilia-Romagna e Toscana, ovvero tra la provincia di Parma e quella di Massa-Carrara. Il Lagastrello è uno dei valichi appenninici meno noti ma più apprezzati da chi percorre queste strade regolarmente. Il motivo è semplice: traffico contenuto, asfalto mediamente buono con qualche tratto da affrontare con attenzione nei tornanti inferiori dove il fondo tende ad ammorbidirsi verso la primavera, e una veduta sull'omonimo lago di origine glaciale che è genuinamente degna di nota. Il lago del Lagastrello è un bacino naturale racchiuso in una conca boscosa, e al primo giorno di aprile con poca neve residua sui versanti esposti a nord ha un'austerità paesaggistica interessante. La discesa verso la Lunigiana inizia qui. Il versante toscano del Lagastrello è tecnicamente più impegnativo del versante emiliano. Le curve si moltiplicano, il raggio si riduce, i guardrail non sempre ci sono dove sarebbero utili. In aprile il rischio più concreto è rappresentato dalle zone umide all'uscita delle curve in ombra, dove l'acqua di scioglimento del manto erboso si raccoglie trasformando l'asfalto in una superficie viscida che non segnala nulla prima del cedimento di aderenza. Con la R12 GS e il sistema ABS combinato con la gestione dinamica della trazione, si gestisce la situazione senza drammi, ma è comunque corretto tenere una velocità adeguata e non affidarsi alla sola elettronica come rete di sicurezza. Licciana Nardi è il primo centro rilevante del versante lunigianense. Si trova a circa 200 metri di quota, nella Valle del Magra, ed è uno dei comuni tipici della Lunigiana: castelli medievali, strade strette, pietra grigia che assorbe la luce più di quanto la rifletta. Il paese ha un castello che risale all'epoca medievale e che è ben conservato, una piazza centrale con bar e una pasticceria che in stagione lavora bene. In aprile, di mattina, è un posto tranquillo dove fermarsi dieci minuti e bere qualcosa di caldo. La Lunigiana è storicamente una terra di transito, l'anticamera dell'Appennino per chi veniva dalla costa tirrenica e cercava di raggiungere la pianura padana, e questa vocazione di passaggio è rimasta nella morfologia dei suoi borghi: compatti, funzionali, senza la ridondanza decorativa della Toscana più turistica. Magliano, nel contesto di questo percorso, si colloca nella zona di Fivizzano, poco prima di puntare verso Equi Terme. È un termine che può riferirsi a più frazioni dell'area, ma il tracciato qui scorre tra la fondovalle e i contrafforti calcarei che preannunciano le Alpi Apuane a ovest. La vegetazione cambia ancora: compaiono i castagni, i boschi si infittiscono sui versanti, i coltivi sono terrazzati e in parte abbandonati. Si guida su strade secondarie che connettono le frazioni con la principale, strade di qualità variabile, qualche cantiere di manutenzione già avviato con la stagione, segnaletica a volte incoerente. Utile avere la navigazione attiva anche se si conosce il territorio. Equi Terme merita una sosta dedicata. Il paese si trova nel comune di Fivizzano, a circa 250 metri di quota, al limitare del complesso carsico delle Alpi Apuane. Le terme sono note almeno dall'Ottocento, e la struttura termale è ancora attiva con trattamenti specifici per patologie respiratorie e osteoarticolari, documentata nel trattamento delle acque solfo-bicarbonate. Ma quello che rende Equi Terme singolare è la presenza delle grotte carsiche che si aprono nel fianco del monte sopra il paese: le Grotte di Equi sono tra le poche grotte apuane visitabili, e conservano tracce di presenza umana preistorica oltre a formazioni speleologiche di rilievo. La gola che conduce all'ingresso delle grotte, localmente chiamata il Solco di Equi, è un percorso a piedi di pochi minuti che merita assolutamente il tempo di fermare la moto, togliersi il casco e camminare. Il canyon è stretto, con pareti calcaree che salgono verticali per decine di metri, e l'acqua del torrente Lucido scorre sul fondo con un rumore che riempie lo spazio interamente. In aprile il livello dell'acqua è alto per i disgeli e l'atmosfera è quella di un luogo ancora non ancora colonizzato dalla stagione turistica. Farlo adesso, all'inizio dell'aprile, ha senso proprio per questo. Fivizzano è il capoluogo di questa zona lunigianense. Centro storico di discrete dimensioni, con una piazza principale dove si affaccia un palazzo seicentesco con una fontana medicea, Fivizzano fu un importante centro culturale tra Cinque e Seicento, sede della prima tipografia toscana istituita al di fuori di Firenze. Il legame con la cultura umanistica è documentato e si ritrova nei dettagli architettonici del centro storico. È un posto dove fermarsi a mangiare se il giro è organizzato con un pranzo in Lunigiana: ci sono trattorie che propongono la cucina locale con testaroli, lardo di Colonnata in versione non commerciale, funghi secchi, e carne di montagna preparata semplicemente. Niente di sofisticato, ma solido. Lasciata Fivizzano, si risale verso il Passo del Cerreto. Questo è il tratto tecnicamente più interessante dell'intera giornata. Il Passo del Cerreto si trova a 1261 metri, collega la Lunigiana con la Reggio Emilia, è la SS63 e rappresenta uno dei valichi storici dell'Appennino tosco-emiliano. La strada che sale da Fivizzano è ben asfaltata, con curvature ampie nella parte inferiore che poi si stringono progressivamente verso il passo. In aprile il segnale di obbligo catene è già rimosso, ma è lecito aspettarsi fondo bagnato e zone in ombra con residui di sabbia dispersi dall'inverno. Al passo c'è un piccolo bar che in stagione è punto di ritrovo per motociclisti: aperto o chiuso dipende dall'anno e dal proprietario, ma il parcheggio al passo è sempre un buon posto per fermarsi, togliere i guanti, guardare da dove si è venuti e da dove si andrà. La discesa verso il versante reggiano è più aperta e meno tecnica rispetto alla salita dalla Lunigiana. La strada si allarga progressivamente, le curve aumentano il proprio raggio, il paesaggio si apre verso la media montagna reggiana. Si entra progressivamente nel territorio dell'Appennino Reggiano, che è diverso per carattere da quello toscano appena lasciato: meno aspro, più coltivato, con una presenza umana più distribuita e una rete viaria meglio mantenuta per ragioni legate all'economia lattiero-casearia che in questa zona è strutturale. Busana è una piccola frazione nel comune di Ramiseto, sulla via del ritorno verso Castelnovo ne' Monti. È un paese di quota media, circa 600 metri, con una chiesa e poco altro di rilevante, ma rappresenta uno dei passaggi tipici di questo versante. Le strade qui sono strette e ben tenute, con un asfalto recente su alcuni tratti che restituisce una sensazione di guida molto netta e pulita rispetto a quanto percorso in mattinata sul versante opposto. La R12 GS su questi tratti esprime la propria ciclistica in modo molto evidente: il retrotreno ben piantato, il Telelever anteriore che non si immerge in frenata, la posizione di guida che resta comoda senza essere passiva. Non è un'enduro da off-road, ma su strade di montagna asfaltate è una delle moto più complete disponibili nel segmento. Castelnovo ne' Monti è il centro principale dell'Appennino Reggiano. È una città di servizi, con tutto quello che serve per un motociclista che viene da fuori: benzina, meccanici, ristoranti, alberghi, farmacia. La Pietra di Bismantova è la formazione rocciosa che domina il territorio circostante e che Dante citò nel Purgatorio, anche se l'identificazione dantesca è oggetto di discussione tra gli studiosi. La roccia è comunque reale, verticale, visibile da chilometri, e la si vede emergere dai boschi mentre si scende verso Castelnovo. Dante o non Dante, è un elemento geografico di assoluto rilievo visivo. Gli appassionati di arrampicata la conoscono bene: è una palestra di roccia storica per il centro Italia. Da Castelnovo ne' Monti si scende verso Casina. La strada perde quota rapidamente attraverso la collina reggiana, con curve ben segnalate e un fondo abbastanza regolare. Il traffico qui aumenta rispetto ai passi, ci sono camion e furgoni che servono le frazioni, qualche trattore. Il paesaggio cambia ancora: sparisce il bosco fitto e compaiono i vigneti, i frutteti, e quella tessitura del paesaggio agricolo emiliano che è riconoscibile anche da lontano. Casina è un comune che non ha attrattive specifiche per il turismo, ma la sua posizione al limite tra la collina e l'alta pianura è un indicatore preciso di quanto manca al fondovalle. Sordiglio è una frazione nel comune di Canossa, e da qui si entra nel territorio di Canossa, uno dei luoghi storicamente più rilevanti dell'intero Appennino settentrionale. Il castello di Canossa, o meglio quello che ne rimane dopo la distruzione del 1255, si trova su uno sperone trachitico a quota 580 metri circa, visibile da lontano per chi conosce dove guardare. La storia che si compì qui nel gennaio del 1077 è quella dell'Umiliazione di Canossa: l'imperatore Enrico IV che attese nel cortile del castello per tre giorni la revoca della scomunica papale da parte di Gregorio VII. È un evento che ha segnato il rapporto tra potere politico e autorità religiosa nell'Europa medievale, e che ha lasciato nella lingua italiana un'espressione ancora in uso. Il museo e l'area archeologica sono visitabili. La Contessa Matilde di Canossa, che gestiva il feudo e fece da mediatrice in quella circostanza, è una figura storica di primo piano per questo territorio. Fermarsi a Canossa vale l'uscita dal percorso principale. La discesa verso Sant'Ilario d'Enza porta definitivamente fuori dall'Appennino. La strada perde l'ultimo dislivello significativo in pochi chilometri, il paesaggio si spiana, compaiono i capannoni, gli svincoli, la segnaletica verde. Sant'Ilario d'Enza è sul confine tra la provincia di Reggio Emilia e quella di Parma, lungo la Via Emilia, ed è uno di quei centri che servono soprattutto il traffico di passaggio. C'è un punto di sosta con distributore e bar a lato della SS9 che è uno dei punti di rifornimento classici per chi percorre la Via Emilia in moto. A quest'ora del pomeriggio il traffico sulla Statale è quello del rientro lavorativo: scorrevole ma denso, con qualche rallentamento nei pressi delle rotatorie. Si inserisce la moto nel flusso, si mantiene la velocità del traffico, si guarda quello che si ha davanti. Dall'imbocco della pianura verso Goito il ritorno richiede ancora un'ora abbondante. Si attraversa il Po un'altra volta, si rientra nel Mantovano, le luci sono già più basse sull'orizzonte. La pianura alla sera di inizio aprile ha quella luminosità dorata e rarefatta che la rende percorribile con piacere anche su strade ordinarie. La R12 GS ha percorso circa 380 chilometri totali, con circa 2500 metri di dislivello cumulato, e ha gestito tutto senza problemi: un serbatoio da 19 litri con un consumo medio intorno ai 5 litri ogni 100 km in percorso misto significa che si è potuto fare l'intero giro con un solo rifornimento intermedio, fatto a Fivizzano. Il motore è rimasto uniforme dalla partenza al rientro. La sella, dopo 380 km, fa sentire quello che fanno sentire tutte le selle. Ma è un prezzo accettabile. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Lessinia e Colli Euganei in sella alla BMW R12 GS
Sabato 28 marzo 2026 è una di quelle giornate che partono senza bisogno di pensarci troppo. Aria fresca, luce pulita e la voglia semplice di stare in moto. La BMW R12 GS è lì, pronta, e basta accenderla per capire che sarà un giro fatto più di sensazioni che di numeri. Si esce da Bussolengo con calma, senza fretta. La pianura serve a entrare nel ritmo, a sciogliere le mani e a trovare quella sintonia tra gas e strada che arriva sempre dopo pochi chilometri. Il traffico è quello giusto, presente ma mai fastidioso, e la direzione verso Negrar segna subito il cambio di scenario. La Valpolicella non si presenta mai in modo brusco, entra piano. Le curve arrivano senza avvertire, la strada comincia a salire e scendere con continuità e i vigneti accompagnano lo sguardo senza distrarre. È una guida che invita a non forzare, a stare dentro il ritmo naturale della strada. La R12 GS qui è perfettamente a suo agio, leggera nei cambi di direzione, stabile quando serve. Superato Montecchio, la strada si fa un filo più raccolta. Verso Vigo e Alcenago si sale senza accorgersene davvero, ma lo senti. Cambia l’aria, cambia il silenzio, cambia anche la luce nei tratti più ombreggiati. Ci sono punti dove l’asfalto è perfetto e altri dove racconta qualche stagione in più, ma non è mai qualcosa che rovina la guida. Basta restare fluidi. Cerro è uno di quei paesi in cui si entra senza fretta, quasi per rispetto. Le case sono vicine alla strada, le curve più strette, e si rallenta in modo naturale. Appena fuori, però, la strada riprende respiro e si comincia a salire verso Roverè Veronese, che è uno dei passaggi più belli di questa prima parte. Qui la guida diventa più interessante. Le curve si susseguono con una certa logica, niente di complicato, ma abbastanza da tenerti concentrato. Non serve andare forte, anzi. È uno di quei tratti dove ti godi ogni curva per quello che è. La moto accompagna, non impone. Arrivati a Roverè si percepisce chiaramente di essere più in alto. L’aria è più fresca, il paesaggio cambia, il verde diventa più fitto. Verso Velo Veronese la strada si apre un po’, diventa più scorrevole, e si può tenere un passo continuo senza interruzioni. Poi si scende verso Selva di Progno e qui il carattere cambia di nuovo. La strada si stringe, le curve diventano più ravvicinate, alcune un po’ più chiuse. È un tratto che richiede attenzione ma che restituisce molto. Ogni curva ha il suo perché, e se la affronti nel modo giusto diventa quasi naturale. La discesa verso San Bortolo è uno di quei momenti in cui ti affidi più al feeling che alla tecnica. Curve strette, pendenza che si fa sentire e quella sensazione di dover sempre guardare un po’ più avanti. Niente di difficile, ma è il tipo di strada che ti tiene dentro. Vestenanova arriva quasi come una pausa. La strada resta interessante ma meno impegnativa, il paesaggio si apre un po’ e si respira diversamente. Da lì verso Chiampo si scende ancora, con un susseguirsi di curve che accompagnano senza mai diventare monotone. Chiampo riporta alla realtà del traffico, ma senza stress. È solo un passaggio, il tempo di attraversare e riprendere verso Brendole e Arcugnano, dove tutto cambia ancora. Le colline qui sono diverse, più morbide, più aperte. La guida diventa più rilassata, più fluida. Longare e poi Grisignano segnano il ritorno alla pianura. Le strade si distendono, il ritmo cambia. Non è meno interessante, è semplicemente diverso. Qui si scorre, si lascia andare la moto senza pensarci troppo. Taggi di Sopra passa veloce, poi la deviazione verso il Ristorante Cà Novena è quasi una sorpresa. La strada si restringe, torna a muoversi un po’, e sembra di uscire per un attimo dal percorso principale. È uno di quei tratti che capitano per caso ma restano. Ripartendo verso Piove di Sacco si entra nella pianura vera. Più traffico, più linee dritte, meno curve. Bovolenta e Pernumia sono passaggi rapidi, ma è proprio qui che si ricomincia a salire verso i Colli Euganei. Arquà Petrarca cambia completamente l’atmosfera. Strade più strette, ritmo più lento, un contesto che ti porta a rallentare senza che qualcuno lo chieda. Anche la moto sembra adeguarsi. Verso Este la strada torna a scorrere, più larga, più veloce. Poi Noventa Vicentina e Cologna Veneta accompagnano il rientro, senza mai annoiare davvero. Sono quei tratti che servono a chiudere il cerchio. Belfiore segna il ritorno verso casa, con un traffico che aumenta ma senza diventare pesante. San Martino Buon Albergo è l’ultimo passaggio prima di rientrare completamente.
Transalpina 26, una linea continua da Trieste a Borgo San Dalmazzo
Negli ultimi anni ho seguito una linea precisa, quasi ostinata. Una linea che tagliava l’Italia dall’alto verso il basso e poi risaliva, seguendo gli Appennini senza cercare scorciatoie. La Transappenninica è nata così, non come progetto chiuso ma come modo di leggere il territorio dalla sella, lasciando che fossero le strade secondarie, i fondi irregolari, le quote e le stagioni a decidere il ritmo. Dopo tre anni passati a misurare la dorsale del Paese in verticale, era inevitabile che prima o poi lo sguardo si spostasse di lato. La Transalpina 26 nasce esattamente da questa necessità. Cambia l’asse, non cambia l’approccio. Non più nord–sud, ma est–ovest. Non più una spina dorsale lunga e continua, ma un arco fatto di pieghe, valichi, interruzioni naturali e ripartenze. Le Alpi non si attraversano come una catena unica, si attraversano accettando la loro frammentazione. Questo primo GPX, da Trieste a Borgo San Dalmazzo, è l’inizio di una traversata longitudinale che non ha l’ambizione di “fare tutto”, ma quella più concreta di tenere una linea logica attraverso l’arco alpino. Si parte da Trieste, che è già di per sé una soglia più che una città. Il Carso alle spalle, il mare davanti, e subito dopo l’entroterra che si chiude, sale, si fa ruvido. Nei primi chilometri il paesaggio cambia in fretta, la strada si stringe, l’asfalto perde quell’uniformità rassicurante delle pianure e inizia a raccontare l’inverno appena passato. È una partenza che non concede gradualità: o accetti il cambio di passo, o sei fuori contesto. Avvicinandosi alle Alpi Giulie la guida diventa più attenta. Le curve non sono mai buttate lì, seguono pieghe antiche del terreno. Le ombre al mattino restano fredde, l’umidità si sente soprattutto nei tratti in sottobosco. È una zona che in primavera va presa con rispetto, perché il fondo può cambiare nel giro di poche centinaia di metri. Non è raro trovare ghiaia residua, tratti umidi, piccoli ristagni d’acqua. Tutto normale, tutto parte del gioco. Procedendo verso ovest la Transalpina entra nel mondo dolomitico, dove la quota si stabilizza e il paesaggio si apre senza diventare mai veramente “facile”. Qui la luce cambia spesso, rimbalza sulle pareti chiare, entra negli occhi in modo secco. La strada alterna tratti scorrevoli a passaggi più lenti, dove la moto va accompagnata e non forzata. In questa fase del percorso il traffico può essere un’incognita, soprattutto nei fine settimana di maggio, ma basta anticipare le partenze o allungare leggermente i tempi per ritrovare il silenzio necessario. Il Trentino rappresenta una sorta di cerniera della Transalpina 26. Le valli si allungano, le salite diventano più regolari, le discese più lunghe. È qui che si sente davvero la dimensione “orizzontale” del viaggio. I chilometri scorrono, ma non si accumulano mai in modo banale. Ogni valle ha il suo microclima, ogni versante reagisce in modo diverso alla stessa giornata di sole. Al mattino l’aria è spesso frizzante anche a quote non elevate, mentre nel primo pomeriggio non è raro incrociare nuvole in formazione rapida. Entrando in Lombardia, e poi salendo verso l’alta quota valtellinese, la Transalpina mostra il suo lato più fisico. Le salite si fanno lunghe, continue, senza strappi inutili ma nemmeno veri momenti di respiro. L’asfalto, qui, porta addosso i segni dell’inverno alpino. Rattoppi, giunti, differenze di grip tra una corsia e l’altra. È una guida che richiede concentrazione costante, soprattutto nelle prime ore del giorno, quando il fondo non ha ancora temperatura. L’ultimo settore, quello piemontese, accompagna lentamente verso la chiusura naturale del percorso. Borgo San Dalmazzo non è un arrivo celebrativo, è un punto logico. È una porta, come Trieste all’inizio. Qui le Alpi cambiano carattere, si abbassano gradualmente, si allargano, lasciano intravedere un altro mondo possibile. La Transalpina 26 finisce qui non perché “finisce”, ma perché da qualche parte bisogna fermarsi per poter ripartire. Questo primo attraversamento è pensato per la primavera, tra fine aprile e maggio. È il momento in cui le montagne iniziano a concedere passaggi, ma senza essere ancora addomesticate. Alcuni passi possono essere appena riaperti, altri ancora segnati da residui di neve ai bordi. Le temperature variano molto, anche nella stessa giornata. È un periodo che premia chi osserva, chi sa aspettare, chi accetta di rallentare. La Transalpina 26 non nasce per essere consumata in fretta. È un progetto che richiede tempo, finestre giuste, e una certa disponibilità a tornare sui propri passi quando serve. Come sempre, la traccia GPX completa è disponibile sul blog. Il resto, come sempre, lo farà la strada. Finestra 1 – la più logica in assoluto Venerdì 25 aprile – Sabato 26 – Domenica 27 aprile 2026 Finestra 2 – equilibrio perfetto tra luce e aperture Venerdì 1 maggio – Sabato 2 – Domenica 3 maggio 2026 Finestra 3 – la più sicura dal punto di vista alpino Venerdì 8 maggio – Sabato 9 – Domenica 10 maggio 2026
