Mister Patterson Dog On The Road
“Soltanto un motociclista riesce a capire perché i cani amano mettere la testa fuori dal finestrino.”
Percorsi in moto reali, itinerari motociclistici documentati, tracce GPX scaricabili.
Su Mister Patterson – Dog on the Road trovi viaggi in moto realmente percorsi, raccontati con precisione e accompagnati da file GPX pronti all’uso. Non suggerimenti teorici né selezioni turistiche costruite a tavolino, ma strade testate sul campo, in Italia e in Europa, lungo strade secondarie, valichi di montagna, confini e territori poco frequentati.
Ogni itinerario in moto nasce da un’uscita reale ed è descritto in modo concreto: chilometri, tempi di percorrenza, soste, condizioni dell’asfalto, tratti sterrati, meteo e imprevisti. Le tracce GPX moto permettono di seguire il percorso con precisione su Garmin e altre app di navigazione, mentre i testi aiutano a capire dove si sta andando e cosa aspettarsi lungo la strada.
Percorsi in moto, viaggi on e off-road e tracce GPX verificate
Dalle colline di Senigallia a Cesena, passando per Montefeltro e Appennino romagnolo
L’8 maggio 2026 è stato uno di quei giorni in cui parti sapendo già che la strada non ti farà sconti. Non per forza pericolosa, non necessariamente cattiva, ma nervosa sì. Una di quelle giornate in cui il meteo sembra aver letto la tua traccia GPX e aver deciso di mettersi di traverso con metodo, senza esagerare troppo, giusto per ricordarti che viaggiare in moto resta una faccenda seria. La BMW R12 G/S era pronta, l’autostrada da Verona fino all’uscita di Senigallia ha fatto il suo dovere di trasferimento, cioè quello di portarti da un punto all’altro senza poesia e con tutto il fascino di un nastro trasportatore per esseri umani motorizzati. Poi, appena lasciata la costa adriatica, è iniziato il giro vero. Senigallia resta alle spalle con la sua aria marina, il porto alla foce del Misa e quella luce bassa dell’Adriatico che in una giornata serena saprebbe anche mettersi in posa. Ma l’8 maggio il cielo era parecchio nuvoloso, compatto a tratti, rotto solo da aperture pallide, come se il sole avesse timbrato il cartellino ma senza particolare entusiasmo. Dall’entroterra senigalliese la strada comincia a salire con discrezione, lasciando la pianura costiera e infilando le prime colline marchigiane. Qui la guida cambia subito registro. Non c’è ancora l’Appennino duro, quello dei passi veri, ma il paesaggio si piega in ondulazioni continue, campi lavorati, filari, piccoli crinali e case sparse. La moto lavora bene in terza e quarta, con curve morbide, visibilità spesso buona, ma carreggiate non sempre regolari. L’asfalto marchigiano interno, in primavera, non va mai preso come una promessa. Può essere buono per due chilometri e poi presentarti una toppa, una crepa, un cedimento laterale, qualche sassolino lavato giù dalla pioggia. Un dialogo civile, insomma, se per civile intendiamo una conversazione in cui l’altro ogni tanto ti tira una sedia. Verso Pianello e Nidastore il percorso entra in un territorio di colline più isolate, meno turistico e più agricolo, con una rete di strade secondarie che richiede attenzione. Qui il traffico è scarso, e questo è un vantaggio, ma la scarsità di traffico porta con sé anche l’altra faccia della medaglia: meno manutenzione percepita, più sporco in traiettoria, più possibilità di trovare ghiaia vicino agli accessi poderali e nei punti dove l’acqua attraversa la strada. La R12 G/S in questi tratti si lascia portare con naturalezza, a patto di non confondere la coppia generosa con un permesso scritto per fare gli stupidi. Sui raccordi collinari il bicilindrico tiene bene il passo, aiuta a riprendere fuori dalle curve lente senza dover lavorare troppo di cambio, ma la guida resta fisica, attenta, con lo sguardo che deve stare più avanti della ruota anteriore e non appoggiato al panorama come fanno quelli che poi raccontano di essere stati “traditi dall’asfalto”. L’asfalto non tradisce. L’asfalto avvisa, solo che spesso parla sottovoce. Pergola arriva dopo un tratto che profuma già di entroterra vero. La cittadina è legata ai Bronzi Dorati da Cartoceto, uno dei ritrovamenti archeologici più importanti delle Marche, scoperti nel 1946 nella frazione di Cartoceto di Pergola e oggi conservati nel museo cittadino. Sono un riferimento storico concreto, non una decorazione da dépliant, e ricordano quanto queste valli siano state attraversate e abitate molto prima che noi arrivassimo con navigatori, pneumatici tassellati e l’illusione moderna di aver inventato l’avventura. Da motociclista, però, Pergola è anche un punto utile perché segna un cambio di passo. Le colline si fanno più compatte, il disegno stradale meno aperto, l’aria meno marina. Qui, se il cielo è carico, l’umidità si sente sulla visiera e sui guanti, e dopo uno scroscio breve la strada può restare lucida nei tratti in ombra, soprattutto dove gli alberi chiudono la luce. La salita verso Cagli porta dentro un’area di grande interesse stradale. Cagli, la Cale romana, è cresciuta lungo la Via Flaminia, tra il Monte Catria, il Monte Nerone e i corsi del Bosso e del Burano. È una posizione che storicamente non è casuale: controllare queste valli significava controllare passaggi, merci, uomini, eserciti, pellegrini e tutti gli altri complicati modi con cui l’umanità ha sempre cercato di complicarsi gli spostamenti. Il motociclista, almeno, si limita a complicarseli per scelta. L’avvicinamento a Cagli offre una guida più piena, con curve più leggibili e un paesaggio che comincia a stringere l’orizzonte. L’altimetria sale senza strappi estremi, ma la percezione di quota cambia. Le colline basse lasciano spazio ai rilievi dell’Appennino umbro marchigiano, il verde si infittisce, le pareti si avvicinano, il fondo stradale diventa più sensibile all’acqua e alle frane. Da Cagli la SP82 in direzione Piobbico è uno dei tratti più interessanti del giro. Qui si entra nell’area dominata dal Monte Nerone, che raggiunge i 1525 metri e segna il paesaggio con una presenza netta, massiccia, quasi severa. Non serve inventarsi epica da quattro soldi. Basta guardare la montagna quando le nubi le si appoggiano addosso e capisci che il meteo qui cambia in fretta. La strada si sviluppa tra gole, versanti boscosi e pareti calcaree, con un andamento che richiede fluidità. Le curve non sono tutte uguali, ed è proprio questo il bello. Alcune si aprono con garbo, altre chiudono più del previsto, altre ancora sono accompagnate da brevi tratti umidi, rattoppi e piccole scariche di ghiaia vicino al ciglio. Nei giorni instabili, specialmente dopo scrosci temporaleschi, questa zona va guidata con una marcia mentale in meno. Non significa andare piano per paura, significa lasciare margine, che è una cosa diversa e molto più intelligente. Una distinzione sottile, quindi naturalmente spesso ignorata. Piobbico, stretto tra il Monte Nerone e il Montiego, è uno di quei paesi che per il motociclista valgono anche come pausa visiva. Non sempre bisogna fermarsi mezz’ora, a volte basta attraversare piano, sentire il cambio di ambiente, guardare come le case si appoggiano al fondovalle e come le strade ripartono verso l’interno. Il territorio ha una storia antica, con tracce romane e medievali diffuse, ma ciò che interessa durante la guida è soprattutto la forma del paesaggio. Qui l’Appennino non è ancora quello romagnolo, ma ne anticipa già il carattere. Strade strette, valli laterali, boschi, piccoli ponti, curve con poca fuga visiva. Quando il cielo è scuro la luce diventa piatta, il contrasto cala e leggere il fondo diventa più difficile. Nei tratti sotto gli alberi, il bagnato rimane più a lungo. E quando trovi un tratto asciutto dopo uno umido, non è il momento di rilassarsi. È il momento di chiedersi dove sarà la prossima sorpresa, perché la strada, molto gentilmente, non te lo manda su WhatsApp. La SP81 verso Sant’Angelo in Vado mantiene un ritmo appenninico piacevole ma mai banale. Sant’Angelo è una località importante della Massa Trabaria e conserva testimonianze romane rilevanti, tra cui la Domus del Mito, nota per i mosaici ispirati alla mitologia classica. È anche terra di tartufo, e il tartufo qui non è un accessorio gastronomico buttato dentro per fare colore: è economia, identità locale, calendario di eventi, odore di bosco e di terra calcarea. Per chi guida, questa parte del percorso alterna aperture di valle e tratti più raccolti. La moto scorre bene, ma le deviazioni causate da frane cominciano a diventare parte del viaggio. Piccoli aggiramenti, strade chiuse, cartelli provvisori, tratti in cui devi rallentare, controllare, tornare indietro o inventarti una variante ragionevole. Ragionevole, non eroica. Perché tra l’eroismo e la stupidità, sulle strade franate, la distanza spesso è larga quanto una cunetta. Dopo Sant’Angelo in Vado, con SP7 e SP9, il giro entra in una rete di collegamenti minori verso Belforte all’Isauro. Qui la guida diventa più intima, più da entroterra, con carreggiate che spesso seguono il terreno invece di dominarlo. Il fondo può cambiare rapidamente. Nei punti esposti al ruscellamento la ghiaia si deposita in uscita di curva, proprio dove vorresti riaprire il gas. Nei tratti in discesa bisogna tenere la moto composta, usare il freno motore, non appendersi all’anteriore e ricordarsi che una maxi o una classica enduro moderna perdona tanto, ma non riscrive le leggi della fisica. La R12 G/S, con il suo assetto stabile e il motore pieno, dà una bella sensazione di controllo su queste strade. È una moto che invita a guidare rotondo, senza inutili isterismi. Ma quando la sede stradale è stretta, sporca e bagnata a chiazze, il polso destro deve restare educato. Un concetto rivoluzionario, pare. Belforte all’Isauro introduce il Montefeltro più appartato, quello che si muove tra Marche, Romagna e Toscana con confini storici e amministrativi che nel tempo hanno cambiato padrone più volte. Qui il paesaggio non è addomesticato. È abitato, certo, coltivato, attraversato, ma conserva una ruvidità evidente. Le colline diventano dorsali, i versanti si aprono e richiudono, i boschi aumentano. La SP99 e la SP12 verso Carpegna richiedono concentrazione perché il tracciato tende a salire, piegare, cambiare esposizione. L’asfalto in alcuni punti può essere buono e persino divertente, poi arrivano rattoppi, giunti, deformazioni, qualche tratto segnato dall’inverno. L’8 maggio, con nuvole basse e scrosci brevi, la sensazione era quella di guidare dentro un territorio in movimento. Non solo per le curve, ma per il suolo stesso. Le frane incontrate lungo il percorso non sono un’anomalia esotica. In questi ambienti, tra argille, versanti ripidi, piogge primaverili e strade secondarie, il dissesto è una presenza concreta. Carpegna è uno dei punti chiave del giro. Il Monte Carpegna arriva a 1415 metri ed è il rilievo dominante del Parco naturale del Sasso Simone e Simoncello, area protetta che interessa il cuore del Montefeltro e presenta quote comprese all’incirca tra i 670 metri e la cima del Carpegna. Il parco è fatto di boschi, pascoli sommitali, ambienti argillosi e rilievi che hanno una personalità forte. Nei pressi del Sasso Simone e del Simoncello il paesaggio cambia ancora: più aria di montagna, più bosco, più silenzio, più umidità. Il versante del Carpegna è anche noto per la foresta demaniale e per ambienti ricchi di fauna, compresi rapaci e mammiferi tipici della media montagna. Tutto molto bello, certo. Poi però sei in moto, in una giornata nuvolosa, e quello che conta subito è la temperatura che scende, la visiera che si sporca, la gomma che deve leggere un fondo non sempre pulito e la necessità di non farsi distrarre da un panorama che ti chiama proprio mentre la curva chiude. La strada per Valpiano e poi verso Ca’ Bicci lavora sui versanti, tra passaggi più stretti e tratti dove l’ambiente sembra svuotarsi di traffico. Qui il motociclista deve accettare una guida meno continua. Non è il tratto da pennellare in sequenza come su un passo alpino perfetto. È una strada da interpretare. A volte lasci correre, a volte rallenti senza motivo apparente perché qualcosa nella luce, nel colore dell’asfalto o nella linea del fosso ti dice che non conviene fidarsi. Ed è spesso lì che trovi la ghiaia, il fango trascinato da un accesso laterale, un cedimento, una piccola frana già ripulita ma non abbastanza da dimenticarla. Le deviazioni obbligate dagli smottamenti hanno spezzato il ritmo, però hanno anche dato al giro una qualità più reale. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, ma in giornate così la traccia va letta come una base di lavoro, non come un ordine divino inciso su pietra. Anche Mosè, con certe provinciali appenniniche, avrebbe aggiornato il percorso. Ponte Messa segna un rientro verso la Valmarecchia e verso un ambiente più romagnolo, pur restando in quella zona di cerniera dove le identità locali si incrociano. La strada tende a diventare più leggibile, ma non per questo più banale. Via San Vincenzo e l’avvicinamento a Sant’Agata Feltria riportano dentro una Romagna alta, appenninica, fatta di borghi, calanchi, rocce, boschi e pieghe profonde. Sant’Agata Feltria ha origini antiche, legate anche agli Umbri Sarsinati, ed è passata nei secoli sotto diverse famiglie e domini, tra cui Malatesta, Montefeltro e Fregoso. La Rocca Fregoso domina il paese e oggi è legata anche al progetto della Rocca delle Fiabe, ma il borgo conserva una sostanza storica che va oltre il nome gentile. È terra di tartufo bianco pregiato, di fiere autunnali, di prodotti locali che raccontano il bosco meglio di tante frasi patinate. Per chi passa in moto, Sant’Agata è soprattutto uno snodo scenografico e tecnico: arrivi da strade che salgono e scendono con decisione, attraversi un abitato compatto, poi riparti verso Sarsina con un cambio di ritmo evidente. La SP88 verso Sarsina è una strada che chiede pazienza e precisione. Non è larga, non sempre è perfettamente pulita, e dopo piogge brevi può presentare tratti scivolosi in ombra. La discesa verso la valle del Savio va gestita con freni leggeri, traiettorie pulite e attenzione alle curve cieche. Qui il paesaggio romagnolo si fa più severo, meno morbido delle colline marchigiane iniziali. Le quote non sono estreme, ma la percezione di isolamento è maggiore. Il traffico rimane generalmente contenuto, con qualche mezzo locale, furgoni, auto di residenti, trattori nei tratti agricoli. Nei giorni feriali e fuori stagione turistica si guida bene, ma proprio perché c’è poco traffico può capitare di incontrare chi la strada la conosce a memoria e la usa come se fosse il corridoio di casa. Tradotto: meglio non invadere, meglio non fidarsi delle curve cieche, meglio ricordarsi che il centro della carreggiata non è un’opinione filosofica. Sarsina merita sempre un pensiero. È la città natale di Tito Maccio Plauto, uno dei grandi autori della commedia latina, e conserva nella Basilica di San Vicinio uno dei luoghi religiosi più noti della Romagna interna. La basilica, di impianto romanico, è legata alla figura del santo vissuto tra III e IV secolo, e alla tradizione della catena di San Vicinio, ancora oggi oggetto di devozione. Anche qui la storia non è una scenografia. È stratificazione. Romani, cristianesimo antico, medioevo, vescovi, pellegrinaggi, teatro, Appennino. La moto attraversa tutto questo in pochi minuti, e forse è proprio questa una delle cose più forti del viaggio: non ti fermi sempre, non approfondisci tutto, ma colleghi fisicamente i luoghi. Li metti in sequenza con il corpo, con la guida, con il rumore del motore che cambia tra una valle e l’altra. Una forma di conoscenza imperfetta, ma viva. Molto più viva di certi itinerari costruiti a tavolino da gente che probabilmente pensa che una curva sporca sia un problema morale. Da Sarsina la SP128 sale verso il Passo Monte Finocchio. Questo è uno dei tratti tecnicamente più belli del finale, anche perché arriva quando la giornata è già lunga e la concentrazione comincia a pesare. Il passo mette in comunicazione l’area del Savio con quella del Borello e raggiunge quote intorno ai 600 metri, con salite e discese non estreme ma continue. Da Ranchio il versante presenta circa 6,4 chilometri di salita, con pendenza media attorno al 5,4 per cento e massime poco sopra l’8 per cento. Numeri da bicicletta, certo, ma utili anche in moto per capire il carattere della strada. Non è un muro, non è un passo alpino, è una salita appenninica vera, fatta di curve ampie alternate a tornanti e cambi di pendenza. Se l’asfalto è asciutto, si guida con gusto. Con il fondo umido e qualche residuo portato dalla pioggia, diventa una strada da rispetto. Il Passo Monte Finocchio ha una bellezza asciutta. Non cerca applausi. Sale tra boschi, crinali e aperture improvvise, poi scende verso Ranchi e Piavola con un andamento che può diventare molto piacevole se si trova il ritmo giusto. Qui la R12 G/S si muove bene, stabile nei cambi di direzione e capace di assorbire le imperfezioni senza trasmettere quella sensazione di fragilità che su certe strade rovina la guida. Però il finale di giornata non perdona la distrazione. Dopo tanta strada, qualche scroscio, deviazioni per frane, continui cambi di fondo e di luce, il rischio non è la curva difficile. Il rischio è quella facile, affrontata con mezzo secondo di stanchezza in più. È lì che il viaggio ti presenta il conto, perché il viaggio, a differenza del barista, non ti chiede se vuoi pagare con carta. Ranchi e Piavola portano gradualmente verso un paesaggio più basso, più aperto, già orientato verso Cesena. La SP129 chiude il giro appenninico con una discesa progressiva, meno drammatica ma ancora interessante, tra case sparse, piccoli appezzamenti, vegetazione che cambia e una luce ormai più stanca. Dopo i boschi e i rilievi del Montefeltro, dopo le pieghe del Nerone, dopo il Carpegna e le provinciali segnate dall’acqua, questo tratto ha il sapore del rientro. Non ancora autostrada, non ancora fine. È quella parte in cui la moto sembra aver capito prima di te che la giornata sta scendendo, e tu cominci a fare i conti con la benzina, con la stanchezza, con il casco bagnato a chiazze, con i guanti che hanno preso abbastanza umidità da ricordarti che sì, sei vivo, e sì, potevi anche startene sul divano come una persona socialmente approvata. Cesena arriva come punto pratico di chiusura. Dopo Piavola, il rientro verso la città e poi l’autostrada riporta il viaggio dentro una dimensione più ordinaria. Il traffico aumenta, la segnaletica si fa più urbana, la guida perde quella tensione appenninica e torna a essere gestione. Cesena, con la sua posizione tra pianura romagnola e valle del Savio, è uno sbocco naturale per un itinerario come questo. Si esce dalla parte più interna dell’Appennino e si torna verso la rete veloce, verso il rientro, verso quei chilometri autostradali che nessuno racconta volentieri ma che fanno parte del gioco. Il giro dell’8 maggio 2026 è stato questo: una lunga traversata giornaliera dall’entroterra di Senigallia fino alla provincia di Cesena, passando per colline agricole, borghi storici, strade secondarie, passi appenninici, pioggia breve, nuvole pesanti e frane abbastanza numerose da ricordare che queste montagne sono vive, e quando decidono di muoversi non mandano richiesta di autorizzazione.
Tra Borcola e Pianella: sterrato, storia e curve tra Posina e Tonezza
Parto da Piazza con quella luce ancora un po’ incerta che rimane sospesa tra pianura e primi rilievi. La BMW R12 GS gira rotonda, il bicilindrico ha quel modo quasi educato di prendere giri, ma sotto si sente che ha più sostanza di quanto sembri. Appena si imbocca la SP138 la strada comincia subito a cambiare carattere, si stringe, si incunea tra i versanti e smette rapidamente di essere una semplice via di collegamento. L’asfalto qui è quello tipico delle provinciali di montagna meno trafficate. Non perfetto, qualche rattoppo, ma grip sincero. Le curve non sono mai banali, e soprattutto non sono mai tutte uguali. Ti costringono a lavorare con il busto, a guidare davvero, senza automatismi. Salendo verso il Passo della Borcola, quota poco sopra i 1200 metri, la vegetazione cambia in modo quasi brusco. I castagni lasciano spazio ai faggi e poi agli abeti. L’aria diventa più fredda, più pulita. Qui la strada si apre un attimo, concede respiro, poi torna a stringere. Il Passo della Borcola non è solo un punto geografico. Durante la Prima Guerra Mondiale era una zona strategica, linea di collegamento tra la Val Posina e l’altopiano di Tonezza. Ancora oggi, guardando bene tra i boschi, si trovano resti di postazioni, mulattiere militari, segni concreti di un fronte che qui non era affatto secondario. Scollinato il passo, la discesa verso Posina cambia ritmo. L’asfalto diventa leggermente più scorrevole, ma attenzione. Alcuni tratti restano umidi anche quando il resto è asciutto. Ombra fitta, acqua che trasuda dalla montagna, e qualche residuo di foglie che non se ne va mai davvero. Posina arriva quasi all’improvviso. Un paese che sembra fermo, ma non morto. Qui si respira ancora una certa coerenza architettonica, niente stravolgimenti inutili. Un punto buono per fermarsi, anche solo per prendere un caffè e guardare la valle. Si riparte sulla SP81, direzione Crosara. Qui la strada cambia ancora pelle. Più stretta, più nervosa, meno perdonante. Il fondo è discreto ma irregolare. In alcuni punti si sente che gli inverni hanno fatto il loro lavoro, e non sempre qualcuno si è preso la briga di rimediare. Crosara è poco più di un passaggio, ma è il preludio a qualcosa di diverso. Da qui si entra in una dimensione più isolata. Si sale verso i Casoni dei Busati, e la sensazione è quella di allontanarsi davvero da tutto. Il traffico sparisce, il silenzio aumenta. La strada diventa progressivamente più ruvida. Non è ancora sterrato, ma lo anticipa. Asfalto consumato, bordi sporchi, qualche tratto con ghiaia portata giù dalle piogge. La R12 GS qui si muove con naturalezza. È il suo ambiente, anche quando finge di essere una moto elegante. Arrivare ai Casoni dei Busati è come entrare in una cartolina che però non è stata ripulita per i turisti. Strutture in pietra, prati ancora segnati dall’inverno, e quell’aria sospesa che trovi solo dove il tempo ha meno fretta. Da qui inizia la parte interessante. Si sale verso Malga Zolle di Fuori e Malga Zolle di Dentro. Il fondo diventa più incerto, e le prime chiazze di neve compaiono nei punti più in ombra. Non sono un problema vero, ma sono un segnale chiaro. Sei in quota, e la stagione qui arriva sempre con un po’ di ritardo. Le malghe sono vive. Non nel senso turistico del termine, ma nel senso vero. Qui si lavora ancora, si produce, si mantiene una tradizione che altrove è diventata solo estetica. Il territorio è aperto, più ampio, e la vista comincia ad allargarsi. Poi arriva il Passo della Pianella. E qui entra in gioco la parte “non autorizzata”. La strada è ufficialmente chiusa, riservata a chi ha permessi specifici. Ma il fondo c’è, la traccia è evidente, e tecnicamente è percorribile. Sterrato compatto, qualche pietra smossa, tratti più scavati dall’acqua. Non è uno sterrato difficile, ma va preso con rispetto. In alcuni punti il bosco chiude la luce, e le macchie di neve restano lì, a ricordarti che basta poco per cambiare condizioni. Il grip varia, e serve una guida pulita, senza forzature inutili. Il fascino qui è tutto nella sensazione di isolamento. Nessun rumore artificiale, solo il motore che rimbalza tra gli alberi e il suono delle gomme sul fondo. Il Passo della Pianella non ha la fama di altri valichi, e forse è proprio questo il suo valore. È rimasto fuori dai circuiti più battuti, e si sente. Si scende poi verso la SP92. Il ritorno all’asfalto è quasi strano. Dopo lo sterrato, la moto sembra galleggiare. Ma non dura molto. La SP92 richiede attenzione, perché alterna tratti buoni ad altri più segnati. Si prosegue sulla SP136 verso il Passo della Vena. Qui il paesaggio cambia ancora. Più aperto, meno boschivo in alcuni tratti, con scorci che iniziano a guardare verso la pianura. Il Passo della Vena è meno impegnativo dal punto di vista tecnico, ma non va sottovalutato. Curve più ampie, ma visibilità non sempre perfetta. L’asfalto è mediamente buono, ma con qualche tratto sporco nei punti meno esposti al sole. Da lì si scende verso Tonezza del Cimone. Località con una storia interessante, soprattutto legata alla Grande Guerra. Qui passavano linee di rifornimento, e la zona era fondamentale per il controllo del fronte dell’Altopiano dei Sette Comuni. Ancora oggi si trovano fortificazioni, trincee e percorsi militari. Tonezza ha anche un’altra anima, più recente. Negli anni del dopoguerra è diventata una piccola stazione turistica, mantenendo però una dimensione contenuta. Non è mai esplosa, e forse è stata la sua fortuna. La discesa verso Arsiero cambia completamente scenario. Si torna verso la valle, la temperatura sale, la vegetazione si fa più morbida. L’asfalto migliora, la guida diventa più fluida. Arsiero è un punto di passaggio importante, con una storia industriale legata soprattutto alla lavorazione del legno e alla presenza di opifici lungo il torrente Astico. Durante la Prima Guerra Mondiale fu duramente colpita, praticamente rasa al suolo nel 1916 durante la Strafexpedition austro-ungarica. Ripartendo verso Velo d’Astico e poi Vajo, la strada si distende. Dopo tutto quello che è venuto prima, sembra quasi una chiusura naturale. Nessuna spettacolarità forzata, solo chilometri che scorrono e che ti riportano lentamente verso una dimensione più quotidiana. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Orrido di Via Mala e Crocedomini
Parto da Verona con il solito trasferimento autostradale che serve solo a togliersi di mezzo la pianura, monotona come una riunione il lunedì mattina. L’uscita a Capriolo segna il momento in cui si torna a respirare davvero. Il traffico si dirada, il motore smette di lavorare a noia costante e ricomincia a vivere. Capriolo è ancora addormentata quando la attraverso. Strade pulite, qualche auto parcheggiata, niente di particolare. Ma è il passaggio necessario per infilarsi verso Sarnico, dove il Lago d’Iseo compare all’improvviso sulla destra, come se qualcuno avesse deciso di spegnere il grigio e accendere un po’ di colore. La strada tra Sarnico e Castro segue il lago senza mai annoiare. Asfalto generalmente buono, qualche rattoppo qua e là ma niente che disturbi davvero. Curve ampie, scorrevoli, quelle che ti fanno trovare subito il ritmo giusto senza dover pensare troppo. Nei weekend un po’ di traffico c’è sempre, ma gestibile se non ti incaponisci a fare il pilota della MotoGP su una statale. Salendo verso Castro il paesaggio cambia. Il lago si stringe, le pareti rocciose si avvicinano e l’aria diventa più fresca. È una transizione graduale ma evidente, come quando passi da una stanza piena di gente a una più silenziosa. Poi si entra nell’interno, direzione Costa Volpino e Castelfranco, e qui la musica cambia. Le strade iniziano a salire con più decisione. L’asfalto resta discreto, ma si comincia a trovare qualche tratto sporco, soprattutto nelle zone in ombra. Niente di drammatico, ma è il classico punto dove chi guida distratto inizia a fare errori. Verso Angolo Terme la valle si apre e si richiude senza preavviso. È una zona che alterna tratti veloci a sezioni più tecniche. Curve cieche, cambi di pendenza, qualche avvallamento che arriva quando meno te lo aspetti. Qui la guida deve diventare pulita, senza fretta. Non è il posto giusto per improvvisare. E poi arriva lui, l’Orrido della Via Mala. L’ingresso al percorso pedonale è ben segnalato. Appena prima, sulla destra, c’è quel locale che sembra messo lì apposta per i motociclisti che hanno capito quando è il momento di fermarsi. Birra fatta come si deve, niente acqua colorata, e taglieri seri, con salumi e formaggi che non arrivano da una busta anonima del supermercato. Ci si ferma volentieri. Non solo per mangiare, ma perché il posto ha quel ritmo lento che ti fa scendere dalla moto senza fretta. Il rumore dell’acqua che scende nell’orrido sotto, l’aria fresca che arriva dalle pareti rocciose. È uno di quei punti dove capisci perché sei partito. Riparto e la strada si stringe. Si sale verso Dosso e poi verso il Passo Croce degli Angeli. Qui cambia tutto. L’asfalto diventa più irregolare, in alcuni tratti anche ruvido. Le curve si fanno più strette, spesso in sequenza. Tornanti veri, non quelli larghi da turismo tranquillo. La vegetazione si infittisce. Ombra, umidità, e ogni tanto qualche residuo di ghiaia portata giù dall’acqua. Serve attenzione, soprattutto in uscita di curva. La moto qui non perdona distrazioni. Però se la guidi bene, ti restituisce tutto. È uno di quei tratti dove senti davvero cosa sta succedendo sotto le ruote. Il Passo Croce degli Angeli arriva quasi senza annunciarsi. Non è uno di quei passi iconici pieni di cartelli e bar. È più discreto. Ma proprio per questo ha senso. Sei in mezzo alla montagna, senza fronzoli. Scendendo verso Borno la strada torna a respirare. Curve più aperte, asfalto migliore. Si può guidare in modo più fluido, lasciando scorrere la moto senza forzarla. Il traffico qui è quasi assente, ed è una di quelle rare situazioni in cui puoi mantenere un ritmo costante senza dover continuamente frenare per qualcuno davanti. Borno è ordinata, pulita, tipico paese di montagna che vive tra turismo e vita reale. Non è finta, e si vede. Da qui si punta verso il Passo Crocedomini, e qui si entra in un altro livello. Il Crocedomini non è una strada perfetta. Ed è esattamente il suo punto di forza. L’asfalto cambia continuamente, in alcuni tratti è buono, in altri segnato, con rattoppi e qualche deformazione. Ma è sempre leggibile. Le curve si susseguono senza uno schema preciso. Non è una sequenza da pista, è una strada vera. Salite, falsopiani, discese leggere. L’altitudine si sente, l’aria diventa più fredda, la luce cambia. Anche il suono del motore sembra diverso. Ad aprile si trovano ancora residui di neve ai lati, soprattutto nei punti meno esposti. Non danno fastidio, ma ricordano che qui la stagione arriva sempre un po’ dopo. Il traffico è quasi nullo. Qualche ciclista, qualcuno in macchina, raramente altri motociclisti. È uno di quei posti dove puoi stare da solo abbastanza a lungo da dimenticarti che esiste il resto. La discesa verso Bagolino è più tecnica. Curve strette, carreggiata che si riduce, asfalto che richiede rispetto. Non è il momento di rilassarsi troppo. Anche perché nei tratti più ombreggiati si può trovare sporco, soprattutto dopo l’inverno. Bagolino merita sempre una sosta, anche solo veloce. Non solo per il famoso Bagòss, ma perché è uno di quei paesi che hanno ancora una struttura autentica. Strade strette, case in pietra, niente costruzioni fuori contesto. Scendendo verso Ponte Caffaro si rivede l’acqua. Il Lago d’Idro appare all’improvviso, più piccolo dell’Iseo ma con un carattere tutto suo. La strada qui è più rilassata, scorrevole, perfetta per abbassare un attimo il ritmo. Da Ponte Caffaro a Vestone e poi Gavardo si torna gradualmente alla realtà. Il traffico aumenta, le curve si allargano, l’asfalto migliora. È il classico rientro dove inizi già a pensare che il bello è stato prima. Ma non è un rientro noioso. La valle tiene ancora un minimo di movimento, abbastanza da non farti spegnere il cervello completamente. A Gavardo si chiude il giro vero. Poi di nuovo autostrada verso Verona. Velocità costante, pensieri che scorrono più delle ruote. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
SP28 e SP359R: il lato tecnico dell’Appennino tra Varsi, Bardi e Monte Pelizzone
Arrivo a Fornovo di Taro poco prima delle dieci, dopo il classico trasferimento autostradale che serve solo a togliersi di mezzo la pianura. L’aria cambia già all’uscita del casello, più fresca, più pulita, con quell’odore leggero di terra umida che in aprile non tradisce mai. La Multistrada V4 Pikes Peak si assesta subito su un ritmo diverso, più naturale, come se anche lei sapesse che da qui inizia il giro vero. La SP28 si prende senza pensarci troppo, direzione Varsi. I primi chilometri scorrono dentro una valle ancora larga, con curve morbide e un asfalto che alterna tratti rifatti a pezzi più vecchi, mai davvero fastidiosi ma da leggere con attenzione. Qui non serve forzare, anzi. È una strada che invita a lasciar scorrere la moto, a lavorare di coppia, tenendo una linea pulita. Il traffico è quello tipico del sabato mattina, qualche auto locale, nessuna fretta. Man mano che si sale, la valle si stringe e la SP28 cambia carattere. Le curve si fanno più ravvicinate, l’asfalto perde un po’ di uniformità e compaiono le prime zone d’ombra dove l’umidità resta più a lungo. Niente di critico, ma è il classico punto in cui conviene ricordarsi che siamo ancora in primavera. La ciclistica della Pikes Peak qui lavora precisa, quasi chirurgica, ma richiede una guida altrettanto pulita. Se entri sporco, te lo fa notare. Varsi arriva senza annunciarsi troppo. È uno di quei paesi che sembrano stare lì da sempre, incastrati tra le pieghe della valle del Ceno. Breve attraversamento, giusto il tempo di incrociare qualche volto locale e ripartire verso Bardi, dove la strada diventa più interessante anche dal punto di vista paesaggistico. Il tratto tra Varsi e Bardi è uno di quelli che non stancano mai. L’asfalto migliora a tratti, le curve si allungano e iniziano a comparire scorci più aperti. E poi, improvviso ma inevitabile, il Castello di Bardi. Massiccio, arroccato su uno sperone di diaspro rosso, domina la valle con una presenza che non ha bisogno di presentazioni. È uno dei manieri meglio conservati dell’Emilia, con origini che risalgono almeno al IX secolo e una storia lunga fatta di assedi, famiglie nobiliari e leggende che qui non mancano mai. Si esce dal paese e si imbocca la SP359R, direzione Valico Monte Pelizzone. Qui si inizia a fare sul serio. La strada prende quota con decisione, le curve diventano più tecniche e la carreggiata si restringe quel tanto che basta per obbligare a guidare davvero. L’asfalto è generalmente buono, ma non perfetto. Ci sono tratti con piccoli avvallamenti e qualche residuo di ghiaia portata giù dalle piogge. La salita verso il Monte Pelizzone è una sequenza continua di curve di ogni tipo. Tornanti stretti, pieghe più veloci, cambi di pendenza che richiedono attenzione soprattutto in uscita. La moto qui dà il meglio, stabile, precisa, con un avantreno che comunica tutto. Il V4 spinge pieno anche ai medi, permettendo di uscire forte senza dover lavorare troppo di cambio. Il paesaggio cambia progressivamente. I boschi si fanno più fitti, la luce si spezza tra i rami e la temperatura scende di qualche grado. È uno di quei tratti in cui il microclima si percepisce chiaramente. Nelle zone più in ombra l’asfalto resta freddo, e si sente. Il Valico del Monte Pelizzone arriva senza un vero punto scenografico evidente, ma lo riconosci per la sensazione di aver raggiunto una quota diversa. Siamo intorno ai 1000 metri, più o meno, e l’aria lo conferma. Da qui si prende la SP15 verso Morfasso. Il cambio di versante si avverte subito. La strada diventa leggermente più scorrevole, ma mantiene una certa irregolarità nel fondo. Alcuni tratti sono stati rifatti, altri meno. È una guida che richiede adattamento continuo. Morfasso è un altro passaggio rapido, ma interessante. Siamo già in provincia di Piacenza e il paesaggio ha qualcosa di diverso, meno chiuso, più aperto. Si prosegue verso Prato Barbieri, uno dei punti più particolari di questo giro. La salita verso Prato Barbieri è tecnica. Strada stretta, curve ravvicinate, asfalto che alterna grip buono a tratti più lisci. Qui capita spesso di trovare sporco portato dai mezzi agricoli o residui di foglie nei punti più chiusi. Serve occhio, soprattutto nelle prime percorrenze stagionali. Arrivati in quota, il paesaggio si apre improvvisamente. Prato Barbieri è una zona ampia, quasi un altopiano, utilizzata anche per attività all’aperto e conosciuta tra chi frequenta queste zone per trekking e, in inverno, per la neve. In moto si apprezza per il cambio di respiro dopo la salita. Si scende verso Bettola. La SP che porta giù è più scorrevole, con curve ampie e visibilità migliore. L’asfalto qui è mediamente buono, ma non mancano i classici rattoppi longitudinali che, presi in piega, si fanno sentire. Bettola è un centro più vivo rispetto ai paesi precedenti. Qui una sosta ha senso, anche solo per un caffè o per fare rifornimento. I distributori non sono ovunque in queste zone, meglio non tirarla troppo. Si riparte sulla SP39 verso Cerro e Perino. Questo tratto è uno di quelli più vari. Si passa da sezioni veloci a tratti più stretti, con cambi di ritmo continui. Il fondo è generalmente buono, ma con qualche sorpresa nelle zone più ombreggiate. Perino segna l’avvicinamento alla SS45, una delle strade più conosciute dell’Appennino ligure-emiliano. Appena ci si immette, la differenza si sente subito. Carreggiata più ampia, asfalto migliore, curve più leggibili. La SS45 in direzione Bobbio è un piacere da guidare. Segue il corso del Trebbia, con una sequenza di curve veloci e panorami che si aprono sulla valle. Il traffico qui può aumentare, soprattutto nei weekend, ma resta generalmente gestibile. Bobbio è una tappa quasi obbligata. Il Ponte Gobbo, con le sue arcate irregolari, è uno dei simboli più riconoscibili della zona. Costruito in epoca romana e rimaneggiato nei secoli, porta con sé storie e leggende, tra cui quella del diavolo che avrebbe contribuito alla sua costruzione. Attraversare Bobbio richiede calma. Tra turisti, pedoni e traffico locale, è facile trovare rallentamenti. Ma fa parte del contesto. Si esce dal paese e si prende la SP34 verso il Passo della Crocetta. Questo è uno dei tratti più tecnici della giornata. La strada si stringe, le curve si fanno più impegnative e l’asfalto, pur discreto, presenta qualche imperfezione. La salita al Passo della Crocetta è continua. Tornanti stretti, cambi di pendenza e tratti in cui la visibilità è limitata. Qui la guida deve tornare precisa, senza forzature. Il rischio di trovare ghiaia in uscita di curva è concreto, soprattutto dopo piogge recenti. Il passo, intorno agli 800 metri, segna un altro cambio di scenario. Più aperto, meno boschivo, con una luce diversa. Si scende verso Nibbiano. La strada migliora leggermente in termini di scorrevolezza, ma resta da guidare con attenzione. Alcuni tratti presentano segni di usura, crepe e piccoli avvallamenti. Nibbiano arriva con un’aria più tranquilla. Da qui si prende la SS412 in direzione Borgonovo Val Tidone. Questo è l’ultimo tratto, più rilassato rispetto al resto del giro. La SS412 è più ampia, con curve dolci e un asfalto generalmente buono. Dopo una giornata così, è quasi una decompressione. Si può alzare lo sguardo, lasciar respirare la guida e arrivare a Borgonovo con la sensazione di aver fatto un giro completo, senza bisogno di aggiungere altro. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Da Goito al Cerreto e ritorno, con il solco di Equi Terme nel mezzo..
La BMW R12 GS era fredda quando l'ho tirata fuori dal garage. Tre aprile, mattina presto, temperatura intorno ai sette gradi a Goito. Il pianoro della bassa mantovana a quell'ora è immobile, avvolto in una luce piatta che scivola sul Po come se non avesse fretta di diventare giorno. Ho lasciato riscaldare il motore quanto bastava, controllato la pressione delle gomme, messo in tasca le solite cose, e sono partito verso sud. Goito è un punto di partenza pratico, non scenografico. Capoluogo di niente in particolare, è una di quelle cittadine pianpadane che esistono per servire il territorio circostante. Strade larghe, rotonde, qualche capannone, un distributore aperto. Esattamente quello che serve per iniziare un giro lungo senza inutili cerimonie. La R12 GS, nella sua configurazione standard, si è messa in moto con quel sound basso e rotondo del boxer bicilindrico che fa capire subito quanto lavoro BMW abbia fatto sulle vibrazioni rispetto alle generazioni precedenti. Il manubrio largo trasmette fiducia istantanea. Non bisogna ancora chiederle nulla di particolare. La direzione è ovest, poi quasi subito sud-ovest verso Torre d'Oglio, che si raggiunge percorrendo strade provinciali che costeggiando il Mincio entrano progressivamente nella campagna più profonda della bassa mantovana. L'asfalto qui è quello tipico della pianura irrigua: continui rattoppi sovrapposti nel tempo, qualche solco trasversale nei punti in cui i mezzi agricoli pesanti attraversano la carreggiata, ghiaia residua ai lati nelle stagioni di raccolta. In aprile il terreno è bagnato e la vegetazione ai margini è già verde, ma il fondo stradale è ancora compresso e abbastanza pulito. Si guida con calma, non ha senso fare altro. Torre d'Oglio è una frazione di Marcaria, e deve il suo nome alla torre viscontea che presidia il punto di confluenza tra il Mincio e il Po. È un posto silenzioso, con una riserva naturale che gli gira intorno. Non ci si ferma necessariamente, ma è un punto di snodo del territorio che vale la pena attraversare lentamente. Da Torre d'Oglio si punta su Viadana, seguendo argini e strade che corrono parallele al Grande Fiume senza mai avvicinarsi abbastanza da vederlo. In questo tratto il Po è presente più come sistema di riferimento mentale che come elemento visivo. Viadana è un centro più consistente, capoluogo dell'omonima zona, storicamente importante per il commercio fluviale e per la ceramica. Chi vuole fare benzina qui può farlo senza problemi, ci sono distributori sulla statale. Il traffico di mattina presto è scarso e le strade che scendono dal Mantovano verso il Reggiano sono libere. Passando il Po si entra nel territorio emiliano. Brescello è il primo comune rilevante, e qui l'argine comincia a fare da spartiacque mentale tra pianura e Appennino. Brescello è conosciuta a livello internazionale per essere la città di Peppone e Don Camillo, i personaggi creati da Giovanni Guareschi che appartengono alla letteratura italiana del Novecento con un peso specifico più alto di quanto spesso si riconosca. I film della serie vennero girati in gran parte qui, e la riconoscibilità dei luoghi rispetto alle immagini dei film è ancora alta. C'è un museo dedicato, c'è la piazza con la statua dei due personaggi, c'è un'atmosfera che è rimasta abbastanza integra. Non è un luogo per visitatori di massa, ma per chi passa in moto e ha mezz'ora è una sosta che vale. Il fatto che Guareschi abbia ambientato qui la guerra fredda vista dal basso, con quella sagacia narrativa che mescola ideologia e vita quotidiana, rende il posto più interessante di un qualsiasi borgo fotografato per Instagram. Lasciata Brescello, la pianura comincia a perdere la propria orizzontale certezza. Il territorio sale impercettibilmente verso Reggio Emilia e poi verso l'Appennino, e la R12 GS con le sue sospensioni semi-attive Telelever inizia a fare esattamente quello per cui è stata progettata: assorbe le irregolarità senza trasmettere movimenti bruschi, mantiene la stabilità in rettilineo, e rende la guida piacevolmente neutrale. Non è una moto che emoziona sulla pianura, ma è una moto che non stanca. La risalita verso l'Appennino tosco-emiliano prende progressivamente forma seguendo la direttrice che attraversa la Valle del Tresinaro e poi si innesta sulla viabilità che sale verso Castelnovo ne' Monti e i valichi principali. Ma il percorso di questo giro non sale direttamente: punta invece verso i passi meno frequentati e più interni, quelli che portano in Lunigiana attraverso la cresta appenninica. Lagrimone è uno di questi snodi. Si trova in provincia di Parma, in Comune di Palanzano, a circa 900 metri di quota. Ci si arriva dopo aver lasciato la pianura reggiana e aver attraversato la media collina parmense, con strade che salgono in modo progressivo, curvilinee ma non ancora selvatiche. L'asfalto inizia a cambiare carattere: meno rattoppi industriali, qualche crepa dovuta al ciclo gelo-disgelo invernale, cordoli più stretti, qualche foglia residua agli angoli delle curve. La vegetazione passa dal fondo-valle con robinie e coltivi a boschi misti dove il faggio inizia a comparire. Lagrimone è un piccolo abitato che si attraversa senza quasi rendersene conto, ma è un punto di riferimento per chi percorre le strade parmensi dell'alto Appennino. Da qui verso Rigoso la strada scende e risale attraverso vallecole minori, con curve di raggio medio che chiedono continuità di ritmo più che tecnica estrema. La R12 GS in questo contesto esprime bene la propria vocazione: è una moto da percorsi misti, non è una supersportiva da pieghe radicali, ma la sua ciclistica consente di guidare con un ritmo sostenuto senza che la moto si irrigidisca o diventi imprevedibile. Il motore boxer da 1300 cc eroga in modo lineare, senza strappi, e la coppia disponibile a regimi medi rende superfluo scalare marcia ogni volta che il tracciato si restringe o sale. Rigoso si trova poco sopra i mille metri. È una frazione di piccole dimensioni nel comune di Monchio delle Corti, in Appennino parmense. Il paesaggio qui è già quello dell'alta montagna appenninica: prati aperti sui crinali, boschi fitti sui versanti, silenzi che durano. In aprile il verde è ancora quello dell'inizio stagione, brillante e frastagliato. Le temperature a quest'altitudine si abbassano rispetto alla mattina di partenza, e con la R12 GS dotata di paramani e prese d'aria frontali regolabili si gestisce il freddo senza dover fermarsi. Chi non ha una sella riscaldata attiva e grips termici in questa parte del giro li rimpiangerà. Dal crinale parmense si scende verso il Passo del Lagastrello, a 1201 metri di quota, che segna il confine tra Emilia-Romagna e Toscana, ovvero tra la provincia di Parma e quella di Massa-Carrara. Il Lagastrello è uno dei valichi appenninici meno noti ma più apprezzati da chi percorre queste strade regolarmente. Il motivo è semplice: traffico contenuto, asfalto mediamente buono con qualche tratto da affrontare con attenzione nei tornanti inferiori dove il fondo tende ad ammorbidirsi verso la primavera, e una veduta sull'omonimo lago di origine glaciale che è genuinamente degna di nota. Il lago del Lagastrello è un bacino naturale racchiuso in una conca boscosa, e al primo giorno di aprile con poca neve residua sui versanti esposti a nord ha un'austerità paesaggistica interessante. La discesa verso la Lunigiana inizia qui. Il versante toscano del Lagastrello è tecnicamente più impegnativo del versante emiliano. Le curve si moltiplicano, il raggio si riduce, i guardrail non sempre ci sono dove sarebbero utili. In aprile il rischio più concreto è rappresentato dalle zone umide all'uscita delle curve in ombra, dove l'acqua di scioglimento del manto erboso si raccoglie trasformando l'asfalto in una superficie viscida che non segnala nulla prima del cedimento di aderenza. Con la R12 GS e il sistema ABS combinato con la gestione dinamica della trazione, si gestisce la situazione senza drammi, ma è comunque corretto tenere una velocità adeguata e non affidarsi alla sola elettronica come rete di sicurezza. Licciana Nardi è il primo centro rilevante del versante lunigianense. Si trova a circa 200 metri di quota, nella Valle del Magra, ed è uno dei comuni tipici della Lunigiana: castelli medievali, strade strette, pietra grigia che assorbe la luce più di quanto la rifletta. Il paese ha un castello che risale all'epoca medievale e che è ben conservato, una piazza centrale con bar e una pasticceria che in stagione lavora bene. In aprile, di mattina, è un posto tranquillo dove fermarsi dieci minuti e bere qualcosa di caldo. La Lunigiana è storicamente una terra di transito, l'anticamera dell'Appennino per chi veniva dalla costa tirrenica e cercava di raggiungere la pianura padana, e questa vocazione di passaggio è rimasta nella morfologia dei suoi borghi: compatti, funzionali, senza la ridondanza decorativa della Toscana più turistica. Magliano, nel contesto di questo percorso, si colloca nella zona di Fivizzano, poco prima di puntare verso Equi Terme. È un termine che può riferirsi a più frazioni dell'area, ma il tracciato qui scorre tra la fondovalle e i contrafforti calcarei che preannunciano le Alpi Apuane a ovest. La vegetazione cambia ancora: compaiono i castagni, i boschi si infittiscono sui versanti, i coltivi sono terrazzati e in parte abbandonati. Si guida su strade secondarie che connettono le frazioni con la principale, strade di qualità variabile, qualche cantiere di manutenzione già avviato con la stagione, segnaletica a volte incoerente. Utile avere la navigazione attiva anche se si conosce il territorio. Equi Terme merita una sosta dedicata. Il paese si trova nel comune di Fivizzano, a circa 250 metri di quota, al limitare del complesso carsico delle Alpi Apuane. Le terme sono note almeno dall'Ottocento, e la struttura termale è ancora attiva con trattamenti specifici per patologie respiratorie e osteoarticolari, documentata nel trattamento delle acque solfo-bicarbonate. Ma quello che rende Equi Terme singolare è la presenza delle grotte carsiche che si aprono nel fianco del monte sopra il paese: le Grotte di Equi sono tra le poche grotte apuane visitabili, e conservano tracce di presenza umana preistorica oltre a formazioni speleologiche di rilievo. La gola che conduce all'ingresso delle grotte, localmente chiamata il Solco di Equi, è un percorso a piedi di pochi minuti che merita assolutamente il tempo di fermare la moto, togliersi il casco e camminare. Il canyon è stretto, con pareti calcaree che salgono verticali per decine di metri, e l'acqua del torrente Lucido scorre sul fondo con un rumore che riempie lo spazio interamente. In aprile il livello dell'acqua è alto per i disgeli e l'atmosfera è quella di un luogo ancora non ancora colonizzato dalla stagione turistica. Farlo adesso, all'inizio dell'aprile, ha senso proprio per questo. Fivizzano è il capoluogo di questa zona lunigianense. Centro storico di discrete dimensioni, con una piazza principale dove si affaccia un palazzo seicentesco con una fontana medicea, Fivizzano fu un importante centro culturale tra Cinque e Seicento, sede della prima tipografia toscana istituita al di fuori di Firenze. Il legame con la cultura umanistica è documentato e si ritrova nei dettagli architettonici del centro storico. È un posto dove fermarsi a mangiare se il giro è organizzato con un pranzo in Lunigiana: ci sono trattorie che propongono la cucina locale con testaroli, lardo di Colonnata in versione non commerciale, funghi secchi, e carne di montagna preparata semplicemente. Niente di sofisticato, ma solido. Lasciata Fivizzano, si risale verso il Passo del Cerreto. Questo è il tratto tecnicamente più interessante dell'intera giornata. Il Passo del Cerreto si trova a 1261 metri, collega la Lunigiana con la Reggio Emilia, è la SS63 e rappresenta uno dei valichi storici dell'Appennino tosco-emiliano. La strada che sale da Fivizzano è ben asfaltata, con curvature ampie nella parte inferiore che poi si stringono progressivamente verso il passo. In aprile il segnale di obbligo catene è già rimosso, ma è lecito aspettarsi fondo bagnato e zone in ombra con residui di sabbia dispersi dall'inverno. Al passo c'è un piccolo bar che in stagione è punto di ritrovo per motociclisti: aperto o chiuso dipende dall'anno e dal proprietario, ma il parcheggio al passo è sempre un buon posto per fermarsi, togliere i guanti, guardare da dove si è venuti e da dove si andrà. La discesa verso il versante reggiano è più aperta e meno tecnica rispetto alla salita dalla Lunigiana. La strada si allarga progressivamente, le curve aumentano il proprio raggio, il paesaggio si apre verso la media montagna reggiana. Si entra progressivamente nel territorio dell'Appennino Reggiano, che è diverso per carattere da quello toscano appena lasciato: meno aspro, più coltivato, con una presenza umana più distribuita e una rete viaria meglio mantenuta per ragioni legate all'economia lattiero-casearia che in questa zona è strutturale. Busana è una piccola frazione nel comune di Ramiseto, sulla via del ritorno verso Castelnovo ne' Monti. È un paese di quota media, circa 600 metri, con una chiesa e poco altro di rilevante, ma rappresenta uno dei passaggi tipici di questo versante. Le strade qui sono strette e ben tenute, con un asfalto recente su alcuni tratti che restituisce una sensazione di guida molto netta e pulita rispetto a quanto percorso in mattinata sul versante opposto. La R12 GS su questi tratti esprime la propria ciclistica in modo molto evidente: il retrotreno ben piantato, il Telelever anteriore che non si immerge in frenata, la posizione di guida che resta comoda senza essere passiva. Non è un'enduro da off-road, ma su strade di montagna asfaltate è una delle moto più complete disponibili nel segmento. Castelnovo ne' Monti è il centro principale dell'Appennino Reggiano. È una città di servizi, con tutto quello che serve per un motociclista che viene da fuori: benzina, meccanici, ristoranti, alberghi, farmacia. La Pietra di Bismantova è la formazione rocciosa che domina il territorio circostante e che Dante citò nel Purgatorio, anche se l'identificazione dantesca è oggetto di discussione tra gli studiosi. La roccia è comunque reale, verticale, visibile da chilometri, e la si vede emergere dai boschi mentre si scende verso Castelnovo. Dante o non Dante, è un elemento geografico di assoluto rilievo visivo. Gli appassionati di arrampicata la conoscono bene: è una palestra di roccia storica per il centro Italia. Da Castelnovo ne' Monti si scende verso Casina. La strada perde quota rapidamente attraverso la collina reggiana, con curve ben segnalate e un fondo abbastanza regolare. Il traffico qui aumenta rispetto ai passi, ci sono camion e furgoni che servono le frazioni, qualche trattore. Il paesaggio cambia ancora: sparisce il bosco fitto e compaiono i vigneti, i frutteti, e quella tessitura del paesaggio agricolo emiliano che è riconoscibile anche da lontano. Casina è un comune che non ha attrattive specifiche per il turismo, ma la sua posizione al limite tra la collina e l'alta pianura è un indicatore preciso di quanto manca al fondovalle. Sordiglio è una frazione nel comune di Canossa, e da qui si entra nel territorio di Canossa, uno dei luoghi storicamente più rilevanti dell'intero Appennino settentrionale. Il castello di Canossa, o meglio quello che ne rimane dopo la distruzione del 1255, si trova su uno sperone trachitico a quota 580 metri circa, visibile da lontano per chi conosce dove guardare. La storia che si compì qui nel gennaio del 1077 è quella dell'Umiliazione di Canossa: l'imperatore Enrico IV che attese nel cortile del castello per tre giorni la revoca della scomunica papale da parte di Gregorio VII. È un evento che ha segnato il rapporto tra potere politico e autorità religiosa nell'Europa medievale, e che ha lasciato nella lingua italiana un'espressione ancora in uso. Il museo e l'area archeologica sono visitabili. La Contessa Matilde di Canossa, che gestiva il feudo e fece da mediatrice in quella circostanza, è una figura storica di primo piano per questo territorio. Fermarsi a Canossa vale l'uscita dal percorso principale. La discesa verso Sant'Ilario d'Enza porta definitivamente fuori dall'Appennino. La strada perde l'ultimo dislivello significativo in pochi chilometri, il paesaggio si spiana, compaiono i capannoni, gli svincoli, la segnaletica verde. Sant'Ilario d'Enza è sul confine tra la provincia di Reggio Emilia e quella di Parma, lungo la Via Emilia, ed è uno di quei centri che servono soprattutto il traffico di passaggio. C'è un punto di sosta con distributore e bar a lato della SS9 che è uno dei punti di rifornimento classici per chi percorre la Via Emilia in moto. A quest'ora del pomeriggio il traffico sulla Statale è quello del rientro lavorativo: scorrevole ma denso, con qualche rallentamento nei pressi delle rotatorie. Si inserisce la moto nel flusso, si mantiene la velocità del traffico, si guarda quello che si ha davanti. Dall'imbocco della pianura verso Goito il ritorno richiede ancora un'ora abbondante. Si attraversa il Po un'altra volta, si rientra nel Mantovano, le luci sono già più basse sull'orizzonte. La pianura alla sera di inizio aprile ha quella luminosità dorata e rarefatta che la rende percorribile con piacere anche su strade ordinarie. La R12 GS ha percorso circa 380 chilometri totali, con circa 2500 metri di dislivello cumulato, e ha gestito tutto senza problemi: un serbatoio da 19 litri con un consumo medio intorno ai 5 litri ogni 100 km in percorso misto significa che si è potuto fare l'intero giro con un solo rifornimento intermedio, fatto a Fivizzano. Il motore è rimasto uniforme dalla partenza al rientro. La sella, dopo 380 km, fa sentire quello che fanno sentire tutte le selle. Ma è un prezzo accettabile. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Lessinia e Colli Euganei in sella alla BMW R12 GS
Sabato 28 marzo 2026 è una di quelle giornate che partono senza bisogno di pensarci troppo. Aria fresca, luce pulita e la voglia semplice di stare in moto. La BMW R12 GS è lì, pronta, e basta accenderla per capire che sarà un giro fatto più di sensazioni che di numeri. Si esce da Bussolengo con calma, senza fretta. La pianura serve a entrare nel ritmo, a sciogliere le mani e a trovare quella sintonia tra gas e strada che arriva sempre dopo pochi chilometri. Il traffico è quello giusto, presente ma mai fastidioso, e la direzione verso Negrar segna subito il cambio di scenario. La Valpolicella non si presenta mai in modo brusco, entra piano. Le curve arrivano senza avvertire, la strada comincia a salire e scendere con continuità e i vigneti accompagnano lo sguardo senza distrarre. È una guida che invita a non forzare, a stare dentro il ritmo naturale della strada. La R12 GS qui è perfettamente a suo agio, leggera nei cambi di direzione, stabile quando serve. Superato Montecchio, la strada si fa un filo più raccolta. Verso Vigo e Alcenago si sale senza accorgersene davvero, ma lo senti. Cambia l’aria, cambia il silenzio, cambia anche la luce nei tratti più ombreggiati. Ci sono punti dove l’asfalto è perfetto e altri dove racconta qualche stagione in più, ma non è mai qualcosa che rovina la guida. Basta restare fluidi. Cerro è uno di quei paesi in cui si entra senza fretta, quasi per rispetto. Le case sono vicine alla strada, le curve più strette, e si rallenta in modo naturale. Appena fuori, però, la strada riprende respiro e si comincia a salire verso Roverè Veronese, che è uno dei passaggi più belli di questa prima parte. Qui la guida diventa più interessante. Le curve si susseguono con una certa logica, niente di complicato, ma abbastanza da tenerti concentrato. Non serve andare forte, anzi. È uno di quei tratti dove ti godi ogni curva per quello che è. La moto accompagna, non impone. Arrivati a Roverè si percepisce chiaramente di essere più in alto. L’aria è più fresca, il paesaggio cambia, il verde diventa più fitto. Verso Velo Veronese la strada si apre un po’, diventa più scorrevole, e si può tenere un passo continuo senza interruzioni. Poi si scende verso Selva di Progno e qui il carattere cambia di nuovo. La strada si stringe, le curve diventano più ravvicinate, alcune un po’ più chiuse. È un tratto che richiede attenzione ma che restituisce molto. Ogni curva ha il suo perché, e se la affronti nel modo giusto diventa quasi naturale. La discesa verso San Bortolo è uno di quei momenti in cui ti affidi più al feeling che alla tecnica. Curve strette, pendenza che si fa sentire e quella sensazione di dover sempre guardare un po’ più avanti. Niente di difficile, ma è il tipo di strada che ti tiene dentro. Vestenanova arriva quasi come una pausa. La strada resta interessante ma meno impegnativa, il paesaggio si apre un po’ e si respira diversamente. Da lì verso Chiampo si scende ancora, con un susseguirsi di curve che accompagnano senza mai diventare monotone. Chiampo riporta alla realtà del traffico, ma senza stress. È solo un passaggio, il tempo di attraversare e riprendere verso Brendole e Arcugnano, dove tutto cambia ancora. Le colline qui sono diverse, più morbide, più aperte. La guida diventa più rilassata, più fluida. Longare e poi Grisignano segnano il ritorno alla pianura. Le strade si distendono, il ritmo cambia. Non è meno interessante, è semplicemente diverso. Qui si scorre, si lascia andare la moto senza pensarci troppo. Taggi di Sopra passa veloce, poi la deviazione verso il Ristorante Cà Novena è quasi una sorpresa. La strada si restringe, torna a muoversi un po’, e sembra di uscire per un attimo dal percorso principale. È uno di quei tratti che capitano per caso ma restano. Ripartendo verso Piove di Sacco si entra nella pianura vera. Più traffico, più linee dritte, meno curve. Bovolenta e Pernumia sono passaggi rapidi, ma è proprio qui che si ricomincia a salire verso i Colli Euganei. Arquà Petrarca cambia completamente l’atmosfera. Strade più strette, ritmo più lento, un contesto che ti porta a rallentare senza che qualcuno lo chieda. Anche la moto sembra adeguarsi. Verso Este la strada torna a scorrere, più larga, più veloce. Poi Noventa Vicentina e Cologna Veneta accompagnano il rientro, senza mai annoiare davvero. Sono quei tratti che servono a chiudere il cerchio. Belfiore segna il ritorno verso casa, con un traffico che aumenta ma senza diventare pesante. San Martino Buon Albergo è l’ultimo passaggio prima di rientrare completamente.
Transalpina 26, una linea continua da Trieste a Borgo San Dalmazzo
Negli ultimi anni ho seguito una linea precisa, quasi ostinata. Una linea che tagliava l’Italia dall’alto verso il basso e poi risaliva, seguendo gli Appennini senza cercare scorciatoie. La Transappenninica è nata così, non come progetto chiuso ma come modo di leggere il territorio dalla sella, lasciando che fossero le strade secondarie, i fondi irregolari, le quote e le stagioni a decidere il ritmo. Dopo tre anni passati a misurare la dorsale del Paese in verticale, era inevitabile che prima o poi lo sguardo si spostasse di lato. La Transalpina 26 nasce esattamente da questa necessità. Cambia l’asse, non cambia l’approccio. Non più nord–sud, ma est–ovest. Non più una spina dorsale lunga e continua, ma un arco fatto di pieghe, valichi, interruzioni naturali e ripartenze. Le Alpi non si attraversano come una catena unica, si attraversano accettando la loro frammentazione. Questo primo GPX, da Trieste a Borgo San Dalmazzo, è l’inizio di una traversata longitudinale che non ha l’ambizione di “fare tutto”, ma quella più concreta di tenere una linea logica attraverso l’arco alpino. Si parte da Trieste, che è già di per sé una soglia più che una città. Il Carso alle spalle, il mare davanti, e subito dopo l’entroterra che si chiude, sale, si fa ruvido. Nei primi chilometri il paesaggio cambia in fretta, la strada si stringe, l’asfalto perde quell’uniformità rassicurante delle pianure e inizia a raccontare l’inverno appena passato. È una partenza che non concede gradualità: o accetti il cambio di passo, o sei fuori contesto. Avvicinandosi alle Alpi Giulie la guida diventa più attenta. Le curve non sono mai buttate lì, seguono pieghe antiche del terreno. Le ombre al mattino restano fredde, l’umidità si sente soprattutto nei tratti in sottobosco. È una zona che in primavera va presa con rispetto, perché il fondo può cambiare nel giro di poche centinaia di metri. Non è raro trovare ghiaia residua, tratti umidi, piccoli ristagni d’acqua. Tutto normale, tutto parte del gioco. Procedendo verso ovest la Transalpina entra nel mondo dolomitico, dove la quota si stabilizza e il paesaggio si apre senza diventare mai veramente “facile”. Qui la luce cambia spesso, rimbalza sulle pareti chiare, entra negli occhi in modo secco. La strada alterna tratti scorrevoli a passaggi più lenti, dove la moto va accompagnata e non forzata. In questa fase del percorso il traffico può essere un’incognita, soprattutto nei fine settimana di maggio, ma basta anticipare le partenze o allungare leggermente i tempi per ritrovare il silenzio necessario. Il Trentino rappresenta una sorta di cerniera della Transalpina 26. Le valli si allungano, le salite diventano più regolari, le discese più lunghe. È qui che si sente davvero la dimensione “orizzontale” del viaggio. I chilometri scorrono, ma non si accumulano mai in modo banale. Ogni valle ha il suo microclima, ogni versante reagisce in modo diverso alla stessa giornata di sole. Al mattino l’aria è spesso frizzante anche a quote non elevate, mentre nel primo pomeriggio non è raro incrociare nuvole in formazione rapida. Entrando in Lombardia, e poi salendo verso l’alta quota valtellinese, la Transalpina mostra il suo lato più fisico. Le salite si fanno lunghe, continue, senza strappi inutili ma nemmeno veri momenti di respiro. L’asfalto, qui, porta addosso i segni dell’inverno alpino. Rattoppi, giunti, differenze di grip tra una corsia e l’altra. È una guida che richiede concentrazione costante, soprattutto nelle prime ore del giorno, quando il fondo non ha ancora temperatura. L’ultimo settore, quello piemontese, accompagna lentamente verso la chiusura naturale del percorso. Borgo San Dalmazzo non è un arrivo celebrativo, è un punto logico. È una porta, come Trieste all’inizio. Qui le Alpi cambiano carattere, si abbassano gradualmente, si allargano, lasciano intravedere un altro mondo possibile. La Transalpina 26 finisce qui non perché “finisce”, ma perché da qualche parte bisogna fermarsi per poter ripartire. Questo primo attraversamento è pensato per la primavera, tra fine aprile e maggio. È il momento in cui le montagne iniziano a concedere passaggi, ma senza essere ancora addomesticate. Alcuni passi possono essere appena riaperti, altri ancora segnati da residui di neve ai bordi. Le temperature variano molto, anche nella stessa giornata. È un periodo che premia chi osserva, chi sa aspettare, chi accetta di rallentare. La Transalpina 26 non nasce per essere consumata in fretta. È un progetto che richiede tempo, finestre giuste, e una certa disponibilità a tornare sui propri passi quando serve. Come sempre, la traccia GPX completa è disponibile sul blog. Il resto, come sempre, lo farà la strada. Finestra 1 – la più logica in assoluto Venerdì 25 aprile – Sabato 26 – Domenica 27 aprile 2026 Finestra 2 – equilibrio perfetto tra luce e aperture Venerdì 1 maggio – Sabato 2 – Domenica 3 maggio 2026 Finestra 3 – la più sicura dal punto di vista alpino Venerdì 8 maggio – Sabato 9 – Domenica 10 maggio 2026
Strade dell’interno andaluso: da Aguadulce alla Sierra Nevada in moto
Partire da Almería in ottobre significa infilarsi in una luce che non ha più fretta. Il mare resta a sinistra, presente ma già distante, mentre la città si sfilaccia rapidamente lasciando spazio a una periferia che sa di vento e sale secco. La BMW R1200 G/S qui si sente subito nel suo elemento naturale. Non per la velocità, non per la spettacolarità, ma per quella capacità di macinare chilometri senza chiedere nulla in cambio. Il motore gira rotondo già dai primi metri, l’aria è stabile, il traffico scarso. La costa verso Aguadulce scorre via con curve ampie, asfalto regolare, qualche rattoppo lucido nei punti d’ombra ma nulla che disturbi davvero. È un avvicinamento, non il cuore del viaggio, e serve proprio a questo: lasciare che corpo e testa si riallineino al ritmo giusto. Aguadulce è un punto di passaggio più che una meta. In stagione alta sarebbe diverso, ma a ottobre resta solo il necessario. Un distributore aperto, qualche bar con le sedie già rientrate a metà, l’odore del caffè che si mescola a quello del mare. Da qui si punta deciso verso l’interno. La A-391 si stacca dalla costa e inizia a salire con convinzione. Non è una salita aggressiva, piuttosto una progressione costante. Il paesaggio cambia metro dopo metro. L’azzurro si ritira, il verde diventa più scuro, poi lascia spazio a una vegetazione rada, bassa, adattata a un terreno che non fa sconti. L’asfalto sulla A-391 è sorprendentemente omogeneo. Grana fine, buon grip anche a freddo, segnaletica presente ma non invadente. Le curve arrivano una dopo l’altra senza schemi ripetitivi. Ampie all’inizio, poi più strette man mano che la quota aumenta. La moto segue naturale, senza correzioni forzate. In sella si percepisce il cambio di microclima. L’aria si fa più asciutta, quasi metallica, e la temperatura cala di qualche grado. Non serve fermarsi per capirlo. Lo senti sulle mani, sulla visiera, nel rumore del vento che cambia timbro. Quando la strada si innesta sulla A-348, il viaggio entra davvero nella sua fase centrale. Questa è una delle arterie che attraversano l’Alpujarra almeriense, e non concede distrazioni. Il tracciato segue il terreno, lo asseconda senza mai dominarlo. L’altimetria oscilla in modo continuo. Saliscendi brevi, curve cieche, tratti in cui la visuale si apre all’improvviso su vallate secche e profonde. Il fondo resta buono, ma compaiono tratti più ruvidi, segni di vecchi interventi, qualche chiazza di ghiaia portata giù dalle rampe laterali. Nulla di pericoloso se si guida con attenzione, ma abbastanza per ricordarti che qui la strada è ancora una cosa viva. Íllar appare quasi all’improvviso, incastrata nella valle come se qualcuno l’avesse appoggiata lì con delicatezza. Case chiare, strade strette, silenzio. Non è un luogo che chiede di essere visitato. È uno di quelli che semplicemente attraversi, rallenti, osservi. La moto rimbomba per un attimo tra i muri e poi torna il vuoto. Subito dopo la A-304 riprende a salire con un andamento più nervoso. Qui l’asfalto peggiora leggermente. Rattoppi irregolari, giunzioni evidenti, soprattutto nei tratti in ombra. Niente di critico, ma la guida diventa più tecnica. La sospensione lavora, la traiettoria va scelta con più precisione. Il tratto verso Ohanes è uno di quelli che ti restano addosso. Non per un motivo singolo, ma per la somma di dettagli. La strada si stringe, le curve si chiudono, il panorama si fa verticale. Si guida spesso in seconda e terza, con il motore che spinge pieno già in basso. La BMW qui dimostra perché questa configurazione resta una delle più riuscite per viaggi di questo tipo. Stabilità, coppia, equilibrio. Ohanes è arroccata, compatta, con un’impostazione che parla ancora di un’economia agricola dura, di terra strappata alla montagna. Fermarsi ha senso, anche solo per camminare qualche minuto. Il silenzio è reale, non costruito. Ripartendo, la strada verso Beires e Fondón mantiene lo stesso carattere. Curve continue, pendenze mai eccessive ma costanti. La vegetazione cambia di nuovo. Complice la quota che aumenta, compaiono castagni, mandorli, macchie più fitte. L’aria diventa più fresca e più pulita. La visiera si sporca meno, dettaglio che chi guida riconosce subito. L’asfalto alterna tratti eccellenti ad altri più segnati dal tempo. In alcuni punti il bordo della carreggiata è fragile, mangiato dall’acqua. Meglio restare centrali, soprattutto nelle curve a sinistra dove la visuale inganna. Beires è minuscola, quasi un appoggio temporaneo sulla mappa. Fondón invece ha una struttura più articolata. Qualche servizio, una piazza vera, un bar aperto anche fuori stagione. Qui una sosta è pratica oltre che piacevole. C’è carburante poco più avanti, ma non conviene tirare troppo. Nell’entroterra almeriense i distributori non sono frequenti e gli orari non sempre affidabili. Meglio fare il pieno quando c’è occasione. Da Fondón si risale verso Paterna del Río. La strada si fa più stretta e la sensazione di quota aumenta. Siamo già sopra i mille metri percepiti, anche se il dato esatto conta poco. Quello che conta è come cambia il respiro del motore, come la luce diventa più netta, come il vento prende una direzione più costante. In ottobre non è raro trovare raffiche improvvise, soprattutto nei tratti esposti. Nulla di ingestibile, ma abbastanza da richiedere attenzione, soprattutto in uscita di curva. La A-337 segna un passaggio netto. Qui si entra nella Sierra Nevada vera e propria. Il tracciato è ampio, ben progettato, con curve che invitano a una guida fluida. L’asfalto è di qualità superiore rispetto ai tratti precedenti. Liscio, drenante, con una buona aderenza anche nelle zone più fredde. La strada sale con decisione ma senza strappi. La moto lavora in allungo, il motore gira pieno, la sensazione è di equilibrio totale tra mezzo e ambiente. Il paesaggio si apre. Le vallate diventano più larghe, i profili più morbidi, ma l’altitudine si fa sentire. In alcuni punti la vegetazione si dirada quasi del tutto. Terra chiara, rocce affioranti, cielo che sembra più vicino. La luce di ottobre qui è diversa da quella della costa. Più fredda, più definita. Ogni ombra è netta, ogni rilievo scolpito. È una guida che richiede concentrazione ma ripaga in modo diretto, senza effetti speciali. Il traffico è quasi assente. Qualche auto locale, qualche furgone agricolo. Niente di più. Scendendo verso La Calahorra, il profilo del castello compare da lontano, isolato, dominante. È un riferimento visivo che accompagna per diversi chilometri. La strada qui mantiene un andamento regolare, con curve ampie e buona visibilità. L’asfalto resta valido, anche se in alcuni tratti compaiono segni di usura più marcati, soprattutto nelle zone di raccordo. La temperatura risale leggermente man mano che si perde quota, ma il vento resta presente. La Calahorra non è un arrivo nel senso classico. È piuttosto un punto di chiusura naturale. Il castello domina la piana, la strada rallenta, il viaggio si distende. Dopo chilometri di guida tecnica, di attenzione costante, qui il ritmo cala da solo. Non serve cercare nulla. Basta fermarsi, spegnere il motore, togliere il casco. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, per chi vuole ripercorrere ogni curva senza improvvisare. https://youtu.be/uaxIYwa1eIw?si=j0wS3860DO2TEvKT
Sicilia in moto da Sciacca a Menfi passando per Corleone
Sciacca, in ottobre, ha già cambiato passo. La stagione balneare è finita, il traffico si è sgonfiato e resta una luce più bassa, laterale, che disegna meglio le cose. Il porto, le case incastrate nel pendio, la costa che non fa più scena ma presenza. Alle spalle, il Monte Kronio resta lì, come una schiena che senti anche quando non la guardi. Prima di puntare l’interno conviene ricordarsi che qui il sottosuolo è vivo. Le Stufe di San Calogero, poco fuori dalla città, non sono una curiosità da guida turistica, sono una condizione. Il vapore che esce dalla montagna modifica l’aria, e al mattino, quando scende nei valloni, la differenza la percepisci chiaramente. In moto è immediata. Cambia l’odore, cambia la densità. È uno di quei dettagli che non vedi, ma che ti accompagnano per chilometri. L’uscita da Sciacca lungo la SS115 è netta. Ti stacca dal mare senza gradualità e ti porta subito dentro una viabilità concreta, fatta di traffico locale, mezzi agricoli, velocità irregolari. In ottobre, scegliendo l’orario giusto, può essere scorrevole, ma l’asfalto non è mai uniforme. Tratti rifatti si alternano a rappezzi più duri, e sulle curve esterne resta spesso sabbia fine portata dai campi. Nulla di pericoloso se guidi presente, tutto potenzialmente scivoloso se ti fai prendere dall’idea di “aprire”. Con la BMW GS 1250 qui conviene lavorare di coppia, stare morbidi, lasciar scorrere. La velocità non serve, la continuità sì. Il cambio vero arriva quando lasci la statale e inizi a infilarti sulle provinciali, SP36, poi SP88 e SP47. Sono strade che non si annunciano, non preparano, non introducono. Ti portano dentro le Terre Sicane e basta. L’andamento è spezzato, irregolare, come il territorio che attraversano. Brevi rettilinei che finiscono senza preavviso, curve cieche, tratti in cui la vegetazione chiude tutto e poi, all’improvviso, un vallone che si apre sotto la ruota anteriore. L’asfalto è quello che è. A volte rifatto bene, a volte segnato da giunzioni longitudinali lucide che con l’umidità diventano traditrici. In ottobre, soprattutto al mattino, le zone in ombra restano fredde più a lungo. Non è un problema, è una caratteristica. Sta a chi guida tenerla in conto. Avvicinandosi a Burgio la strada prende una forma riconoscibile. Curve medio strette, raggio variabile, continui saliscendi che non ti permettono di spegnere l’attenzione. È una guida che stanca meno di quanto sembri, perché ti tiene sveglio. Burgio non è un attraversamento qualsiasi. È un paese che vive ancora di mani e di mestieri. Ceramiche, campane, botteghe vere. Il convento dei Cappuccini, con il Museo delle Mummie, non è un diversivo macabro, è un confronto diretto con il tempo. Se ti fermi, fallo senza fretta. Quando riparti, la strada ti sembra diversa, anche se è la stessa di prima. Da Burgio si risale sulla SS386 e poi sulla SP118, entrando nel cuore dei Monti Sicani. Qui l’errore è pensare che un’area protetta garantisca asfalto perfetto. In realtà succede l’opposto. La strada segue la geologia. Taglia i fianchi, attraversa crinali, entra in boschi dove l’umidità resta incollata all’asfalto anche quando il sole è alto. Foglie secche, piccoli rami, brecciolino chiaro portato giù dalle scarpate dopo una pioggia. In uscita di curva è facile trovarne. È un terreno naturale per una maxienduro, ma va letto curva dopo curva, senza automatismi. Qui le curve non chiedono spettacolo. Chiedono pulizia. I tornanti non sono sempre disegnati, spesso sono curve a gomito con ingressi aperti e uscite che si chiudono più del previsto. Se viaggi carico, meglio usare il freno motore, lasciar lavorare la ciclistica e non cercare il ritmo da strada veloce. I mezzi pesanti non sono rari, perché questi paesi vivono di trasporto reale. E quando li incroci, spesso, non c’è banchina. Solo un bordo che sbriciola. Qui vale una regola semplice e antica: stare larghi quanto basta, mai oltre. Si rientra per un tratto sulla SS386 e poi si punta Chiusa Sclafani lungo la SS188. Il nome è duro, come il paesaggio che lo circonda. Le colline qui diventano più asciutte, più verticali. È uno di quei posti dove basta un caffè per capire che l’interno siciliano non è una deviazione dall’isola, è l’isola stessa. In ottobre il paese si raccoglie. Le ore vive stanno al centro della giornata, la sera l’aria scende in fretta e lo senti appena spegni il motore. La SS188 continua verso Palazzo Adriano e la strada cambia ancora. Non sale molto in quota, ma cambia percezione. La luce diventa più netta, la vegetazione si fa diversa. Palazzo Adriano, intorno ai 700 metri, porta con sé una storia arbëreshë che non è museo, è stratificazione reale. Chiese, riti, architettura. Arrivarci in moto significa aver attraversato una sequenza di strade che non ti hanno mai lasciato guidare in automatico. La piazza centrale richiama inevitabilmente il cinema, ma il senso del passaggio resta nella strada che ti ci ha portato. Da qui si prosegue verso Prizzi. Il paesaggio si apre, i crinali si fanno più lunghi, l’altitudine si percepisce più che misurarsi. Le curve si susseguono con continuità e permettono finalmente un ritmo più regolare, senza diventare mai banali. Il Lago di Prizzi appare senza annunci, disteso, spesso silenzioso. In ottobre riflette una luce piatta, che inganna meno di quella estiva. Nei tratti in ombra l’umidità resta, e conviene ricordarselo quando il passo sembra invogliare. La salita verso Portella Imbriaca segna un punto di passaggio vero. Cambia il versante, cambia l’esposizione, spesso cambia anche l’asfalto. I tratti più alti soffrono di più il gelo, le dilatazioni, i rappezzi. Qui la moto va lasciata lavorare, senza irrigidirsi. La GS, con il suo equilibrio, fa il suo mestiere se non le chiedi altro. La discesa porta verso la SS118 e poi a Corleone. Nome pesante, inutile fingere il contrario. Ma la realtà è più complessa di qualsiasi etichetta. Corleone è anche territorio, boschi, strade che portano verso Ficuzza, aria che cambia rapidamente al calare del sole. Il traffico qui è imprevedibile, come ovunque nell’interno. Conviene restare presenti, leggere bene le curve, non anticipare troppo. Da Corleone si passa per Campofiorito e si imboccano una serie di provinciali, SP44bis, SP35, SP90, SP69. È un tratto meno spettacolare, ma importante. L’asfalto cambia spesso, il ritmo si spezza, puoi trovare chilometri vuoti e poi, all’improvviso, un mezzo lento. È il momento in cui la stanchezza può farsi sentire, ed è proprio qui che serve attenzione. L’arrivo a Sambuca di Sicilia segna un nuovo cambio. Il paesaggio si fa più ordinato, vigneti e uliveti seguono le curve di livello. Il paese ha una struttura che racconta una storia lunga, araba prima, poi stratificata nei secoli. Entrarci in moto ti fa capire subito come è costruito, senza bisogno di spiegazioni. Da Sambuca la strada scende verso Menfi. L’influenza del mare torna a farsi sentire prima ancora di vederlo. L’aria si addolcisce, la luce cambia di nuovo. Menfi è un arrivo che profuma di terra lavorata e sale insieme. Vigne, strade più larghe, traffico che torna a essere costiero. È il punto giusto per spegnere il motore e lasciare sedimentare il giro. Un itinerario di circa 196 chilometri, fatto di strade vere, di asfalti diversi, di Sicilia interna attraversata senza scorciatoie. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. Mister Patterson – Dog on the Road
Itinerario Moto Sicilia: Da Milazzo a Capo d’Orlando tra Peloritani e Nebrodi
Il tragitto che prende forma lasciando alle spalle il porto di Milazzo ha sempre qualcosa di concreto e definitivo. Ottobre, con la luce già più bassa e il traffico finalmente rientrato in una dimensione locale, è il periodo giusto per far scorrere una moto come la BMW GS 1250 senza fretta e senza dover negoziare ogni curva con l’estate che resiste. La partenza avviene quasi in sordina, attraversando la città ancora addormentata, con l’aria salmastra che resta addosso solo per pochi chilometri prima di lasciare spazio a un entroterra più ruvido. La strada prende subito a salire con discrezione, l’asfalto è in condizioni mediamente buone, con qualche rattoppo evidente ma mai fastidioso, e il motore lavora basso di giri, fluido, senza strappi. Superato il primo tratto urbano, la direzione verso Case Bruciate segna un cambio netto di scenario. Le case si diradano, la carreggiata si stringe leggermente e le curve iniziano a chiedere attenzione vera. Qui la strada comincia a raccontare la Sicilia meno fotografata, quella fatta di muretti a secco, uliveti stanchi e appezzamenti coltivati a metà. L’aderenza resta buona, ma non uniforme, soprattutto nei punti in ombra dove l’umidità notturna resta più a lungo. La sensazione di guida è quella di un territorio che non concede nulla gratis, ma che ripaga chi mantiene un ritmo pulito. L’innesto sulla SS185 è uno di quei momenti in cui si percepisce chiaramente il carattere dell’itinerario. È una strada storica, nata per collegare valli e paesi interni, non per la velocità. Le curve sono spesso cieche, la segnaletica essenziale, l’asfalto alterna tratti lisci a sezioni più vissute. In ottobre il traffico è quasi inesistente, qualche mezzo agricolo e poche auto locali, e questo permette di leggere la strada con calma, sfruttando tutta la larghezza disponibile senza forzare. Il passaggio nei pressi di Mazzarrà Sant'Andrea arriva senza clamore. Il paese resta leggermente defilato, ma si avverte la presenza di una comunità agricola viva, con piccoli accessi laterali che immettono su poderi e strade minori. La morfologia del terreno inizia a farsi più articolata, con continui saliscendi che obbligano a lavorare di cambio e freno motore. Qui la GS 1250 mostra la sua indole da macinatrice di chilometri, stabile anche nei curvoni più larghi, precisa nei tratti più lenti, senza mai trasmettere sensazioni di peso eccessivo. Salendo verso Santa Barbara il paesaggio cambia ancora. La vegetazione si infittisce, compaiono i primi boschi di latifoglie, e la temperatura cala in modo percepibile. L’asfalto si fa più scuro, segno di rifacimenti recenti alternati a tratti più vecchi. Le curve diventano più regolari, quasi disegnate, e il ritmo di guida si stabilizza. È uno di quei tratti dove si viaggia per il puro piacere di farlo, senza cercare nulla di più che la continuità del gesto. L’arrivo a Novara di Sicilia è uno dei momenti più densi del percorso. Il borgo medievale appare arroccato, con le sue pietre scure e le strade strette che raccontano secoli di isolamento e resilienza. Qui vale la pena rallentare davvero, non solo per rispetto del contesto urbano, ma perché ogni metro restituisce una sensazione di solidità e tempo stratificato. Le soste possibili non mancano, e in paese è facile trovare un bar aperto anche fuori stagione, con prodotti semplici e autentici. Lasciato Novara, la strada si arrampica verso Portella Pertusa. L’altimetria si fa più evidente, le curve stringono, e l’asfalto in alcuni punti presenta ghiaia residua portata dalle piogge di fine estate. Nulla di insidioso se si mantiene uno sguardo lungo e una guida rotonda. La sensazione di quota cresce gradualmente, accompagnata da una luce diversa, più pulita, con contrasti netti tra sole e ombra. Il tratto che conduce a Portella Mandrazzi è uno dei più appaganti dal punto di vista motociclistico. La strada è larga il giusto, il fondo in buone condizioni, e le curve si susseguono con una logica che invita a lasciar scorrere la moto senza interruzioni. In ottobre il bosco che circonda il passo inizia a cambiare colore, con sfumature calde che accompagnano la guida e rendono il tutto ancora più coinvolgente. La discesa verso Francavilla di Sicilia riporta progressivamente verso un ambiente più mediterraneo. La vegetazione si apre, compaiono agrumeti e terrazzamenti, e l’aria torna più mite. Qui l’asfalto mostra qualche segno di usura in più, soprattutto nei tornanti più stretti, ma resta sempre prevedibile. Il paese è un punto di snodo importante, e si percepisce dalla presenza di piccoli distributori e attività locali ancora operative anche fuori stagione. L’innesto sulla SP7/1 e successivamente sulla SP7/2 accompagna verso Pietramarina. Qui il paesaggio cambia in modo radicale. La presenza dell’Etna si avverte anche senza vederlo direttamente, nella qualità del terreno, nei colori più scuri, nella sensazione di spazio che si apre improvvisamente. La strada è più esposta, il vento può farsi sentire, e l’asfalto, spesso rifatto, garantisce un’ottima aderenza. Il passaggio a Randazzo è uno di quei momenti in cui la storia diventa quasi tangibile. La città, costruita in pietra lavica, restituisce un senso di solidità e permanenza raro. Attraversarla richiede attenzione, tra rotatorie, attraversamenti pedonali e traffico locale, ma è anche un’occasione per percepire l’Etna come presenza quotidiana e non come semplice sfondo. Ripartendo verso Santa Domenica Vittoria la quota torna a salire. La strada si stringe, il fondo diventa più irregolare, e in alcuni punti compaiono rattoppi che consigliano una guida più morbida. Il ritmo si abbassa, ma il piacere resta intatto, soprattutto per la varietà del paesaggio e per la sensazione di attraversare una Sicilia poco frequentata. L’immissione sulla SS116 segna un altro cambio di registro. È una strada di montagna vera, con lunghi tratti immersi nel verde, curve ampie alternate a tornanti, e un fondo generalmente buono ma non perfetto. L’arrivo a Floresta, uno dei comuni più alti dell’isola, si accompagna a un evidente calo di temperatura e a una luce più tersa. Qui la sosta è quasi obbligata, anche solo per respirare l’aria e osservare il paesaggio che si apre verso i Nebrodi. Proseguendo verso Portella Mitta e poi verso Ucria la strada diventa più tecnica. Le curve sono strette, spesso cieche, e l’asfalto alterna tratti ottimi a sezioni più rovinate. È un tratto che premia la concentrazione e una guida pulita, senza eccessi. La presenza di fauna selvatica è reale, soprattutto nelle ore più tranquille, e va tenuta in considerazione. Il passaggio per Limari riporta lentamente verso quote più basse. La SS116 accompagna ancora per qualche chilometro, con un andamento più fluido e meno impegnativo, fino a raggiungere Sant'Agata di Militello, dove il traffico torna a farsi più presente e la guida richiede maggiore attenzione. Da qui, imboccando la SP151 e successivamente la SP149/A, si risale nuovamente verso la Cresta. È un ultimo tratto che sorprende per la qualità del paesaggio e per la varietà delle curve, spesso ampie e ben raccordate. L’asfalto è discreto, con qualche tratto più ruvido, ma sempre leggibile. La discesa finale verso Capo d'Orlando chiude il cerchio in modo naturale. Il mare ricompare all’improvviso, la luce si fa più calda, e il rumore del traffico costiero segna il ritorno a una dimensione più abitata. Dopo 219 chilometri di strade interne, passi, borghi e variazioni continue, l’arrivo non ha bisogno di enfasi. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Sicilia in moto: da Agrigento a Licata attraverso l’entroterra e le Madonie
Lasciare Agrigento alle spalle significa allontanarsi quasi subito dalla dimensione archeologica che la identifica agli occhi di chi arriva da fuori, per entrare in una Sicilia molto più concreta e meno addomesticata. La città resta alle spalle mentre la moto prende quota lungo la SS 640, una strada che nei primi chilometri si presenta ampia, moderna, con carreggiata generosa e asfalto in buone condizioni, frutto degli interventi più recenti che hanno trasformato quello che un tempo era un collegamento faticoso in un’arteria scorrevole. La sensazione in sella è quella di un allontanamento progressivo dal mare, anche se il paesaggio continua a mantenere una luminosità aperta, con colline morbide e campi coltivati che riflettono la luce già forte del mattino. La SS 640 qui non chiede ancora molto al motociclista. Le curve sono ampie, il ritmo è fluido, il traffico nelle ore giuste resta contenuto. È una strada che permette di scaldare la guida, di prendere confidenza con la moto a pieno carico, di ascoltare il motore lavorare regolare. L’altimetria cresce senza strappi, quasi senza che ce ne si accorga, e Agrigento diventa rapidamente un riferimento mentale più che visivo. Si entra così nel territorio di Caltanissetta, e il cambio di percezione è netto. L’area di Caltanissetta racconta una Sicilia interna spesso ignorata, segnata da un passato minerario che ha lasciato tracce profonde nel paesaggio e nell’identità dei luoghi. L’asfalto della SS 640 mantiene una buona qualità anche in questo tratto, ma il contesto cambia. Le colline diventano più incise, le distanze sembrano dilatarsi, i centri abitati appaiono più radi. Qui la moto comincia a dialogare con uno spazio diverso, meno turistico, più funzionale. È una Sicilia che non si mette in mostra, che non cerca attenzione, e proprio per questo risulta estremamente interessante da attraversare. All’altezza dell’innesto con la SS 122 bis il percorso abbandona la dimensione di grande scorrimento e inizia a farsi più tecnico. La SS 122 bis introduce curve più strette, tratti meno omogenei, qualche giunto e rattoppo che invita a una guida attenta. L’asfalto resta complessivamente valido, ma la carreggiata si restringe e la percezione del territorio diventa più intima. Si entra in una Sicilia collinare che alterna appezzamenti agricoli a zone più selvagge, con una vegetazione che cambia gradualmente man mano che si sale di quota. Portella del Vento arriva quasi senza annunciarsi. Il nome evoca ciò che effettivamente si trova, un valico esposto, dove l’aria circola libera e il cielo sembra più vicino. Qui la moto avverte chiaramente il cambio di altitudine, la temperatura si abbassa leggermente anche nelle giornate più calde, e il vento può diventare un fattore da considerare, soprattutto con moto cariche. Il fondo stradale è buono ma non perfetto, con qualche tratto che richiede attenzione per la presenza di detriti portati proprio dalle correnti. È uno di quei punti in cui conviene rallentare, non per difficoltà tecniche, ma per leggere la strada con calma. Da qui la discesa verso Santa Caterina Villarmosa introduce un tratto più raccolto. Le curve si susseguono con un ritmo regolare, mai esasperato, e permettono una guida pulita, rotonda, ideale per una moto come la BMW R 1250 GS che qui si muove con naturalezza. Santa Caterina Villarmosa appare come un centro ordinato, adagiato su un altopiano, e rappresenta uno snodo importante tra le strade che collegano l’entroterra nisseno con quello ennese. È un punto dove, se necessario, si trovano servizi essenziali senza difficoltà, ed è anche un buon riferimento per una breve sosta. Riprendendo la SS 121, il tracciato cambia nuovamente carattere. Questa è una delle strade storiche dell’entroterra siciliano, una dorsale che collega Palermo a Catania attraversando zone di grande interesse geografico. Il tratto percorso in questo giro offre una carreggiata mediamente larga, un asfalto discreto con qualche tratto più vissuto, e una sequenza di curve che alternano rettilinei di respiro a pieghe più strette. Qui il traffico può aumentare in alcune fasce orarie, soprattutto per la presenza di mezzi locali e trasporto agricolo, ma resta gestibile. L’abbandono della SS 121 per imboccare la SP 112 e successivamente la SP 19 segna un altro passaggio chiave del giro. Si entra in una dimensione più secondaria, dove la manutenzione è meno costante e la strada diventa più “vera”. L’asfalto mostra segni di usura, qualche crepa, rattoppi irregolari, ma nulla di compromettente per una guida attenta. Le curve qui sono più ravvicinate, la visibilità in alcuni punti è limitata, e la vegetazione si avvicina alla carreggiata. È un tratto che va letto metro dopo metro, senza forzare, lasciando che sia la strada a dettare il ritmo. Resuttano arriva come una presenza discreta, un paese che vive lontano dai grandi flussi, immerso in un territorio che conserva una forte identità agricola. Attraversarlo in moto significa percepire una Sicilia quotidiana, fatta di ritmi lenti e spazi ampi. Subito dopo, la salita verso Portella Rimedio riporta la moto in quota. Questo valico non è segnato da infrastrutture evidenti, ma rappresenta un punto di passaggio importante dal punto di vista altimetrico. La strada si arrampica con decisione, le curve diventano più chiuse, e l’asfalto, pur restando percorribile, richiede attenzione per via di tratti sporchi e residui di terra. Alimena segna l’ingresso in un’area che comincia a dialogare con le Madonie. Qui la percezione cambia ancora. L’altitudine è più evidente, l’aria più fresca, la vegetazione si fa diversa, con boschi che iniziano a comparire accanto ai campi coltivati. La SS 290 accompagna questo passaggio con una strada ben disegnata, scorrevole, che permette di mantenere un buon ritmo senza stress. Le curve sono armoniose, l’asfalto è generalmente buono, e la guida diventa nuovamente fluida. La zona della Santissima Trinità rappresenta uno dei punti più interessanti dal punto di vista paesaggistico. Qui la strada si muove tra colline alte e valloni profondi, con scorci ampi e una sensazione di isolamento che aumenta chilometro dopo chilometro. È un tratto che invita a rallentare non per difficoltà, ma per assorbire ciò che circonda la strada. La BMW R 1250 GS qui mostra tutta la sua vocazione da viaggiatrice, stabile, composta, capace di assorbire le imperfezioni del fondo senza trasmettere tensioni inutili al pilota. Petralia Soprana arriva come una sorpresa, arroccata e dominante, con il suo impianto urbano che racconta secoli di storia. Considerato uno dei borghi più alti della Sicilia, si trova a oltre 1100 metri di quota, e l’accesso avviene attraverso una strada che negli ultimi chilometri si fa più stretta e articolata. L’asfalto resta buono, ma la carreggiata richiede attenzione, soprattutto in presenza di traffico locale. Qui la luce cambia, il cielo sembra più vicino, e il vento può tornare protagonista. Scendendo verso Petralia Sottana il tracciato resta tecnico ma piacevole. Le curve sono continue, il dislivello si percepisce chiaramente, e la strada mantiene un buon equilibrio tra divertimento e concentrazione. Petralia Sottana conserva un carattere più raccolto rispetto alla sorella maggiore, ma rappresenta un punto fondamentale per chi attraversa le Madonie, anche per la presenza di servizi e possibilità di sosta. La SS 120 accompagna il viaggio lungo uno dei tratti più significativi dal punto di vista motociclistico. Questa strada attraversa il cuore delle Madonie con un andamento vario, alternando saliscendi, curve veloci e tratti più guidati. L’asfalto è mediamente buono, con alcuni segmenti rifatti di recente e altri più segnati dal tempo. Il traffico, fuori dai periodi di punta, resta limitato, e permette una guida concentrata, tecnica, mai banale. Castellana Sicula rappresenta un altro riferimento importante. Qui il paesaggio si apre leggermente, offrendo una sensazione di respiro prima di affrontare nuovi saliscendi. Il tratto verso Portella di Aiosa è uno dei più interessanti dal punto di vista altimetrico. Si risale nuovamente, con curve che richiedono attenzione per la presenza di ombra e possibili tratti umidi anche in stagione avanzata. La vegetazione qui è più fitta, il microclima cambia sensibilmente, e la strada può presentare residui organici sul fondo. Locati appare come un passaggio quasi sospeso, un piccolo riferimento in un territorio ampio e silenzioso. Da qui il tracciato torna a scendere lungo la SS 290 e poi attraverso la SP 6 verso Villapriolo. Questa parte del percorso riporta gradualmente verso un paesaggio più agricolo, con colline meno aspre e una luce più calda. L’asfalto torna a essere più regolare, anche se non mancano tratti rattoppati che consigliano di mantenere una guida pulita e anticipata. Villarosa segna un ritorno a una dimensione più abitata. La presenza di traffico locale aumenta leggermente, ma resta gestibile. Le strade provinciali SP 04 e SP 30 accompagnano la moto in un tratto meno impegnativo dal punto di vista tecnico, ma interessante per leggere il territorio che cambia ancora. Le curve si allargano, le pendenze si attenuano, e la percezione del mare, pur non essendo ancora visibile, comincia a farsi sentire. La zona di Bagno Cascina introduce un tratto più isolato, dove la strada sembra perdersi tra campi e colline basse. Qui l’asfalto può presentare qualche sorpresa, con tratti più rovinati e presenza di ghiaia, soprattutto ai margini. È una parte del percorso che richiede attenzione, ma che restituisce una sensazione di viaggio autentico, lontano da qualsiasi artificio. L’innesto sulla SS 626 riporta per un breve tratto su una strada più ampia e veloce, prima di abbandonarla nuovamente attraverso la SP 47 e la SP 7. Queste ultime conducono verso Licata con un andamento dolce, progressivamente discendente. L’aria si fa più calda, la luce cambia, e il mare comincia finalmente a manifestarsi all’orizzonte. La guida diventa più rilassata, il ritmo si abbassa naturalmente, e la moto scorre senza sforzo verso la conclusione del giro. L’arrivo a Licata avviene senza clamore, come è giusto che sia dopo un percorso così vario e completo. La costa riappare, il viaggio si chiude dove il mare torna protagonista, e i 265 chilometri percorsi lasciano addosso la sensazione di aver attraversato una Sicilia autentica, fatta di strade vere, paesaggi che cambiano continuamente e una geografia che si rivela solo a chi è disposto a percorrerla senza fretta. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. Sergio De AmicisMister Patterson – Dog on the Road
In moto da Gorafe alla Sierra Mágina: 206 km tra off-road e strade secondarie
Itinerario motociclistico di 206 km in Andalusia con 50% off-road: da Gorafe alla Sierra Mágina passando per Mirador Loma de los Pinos, Huelma e Mirador de los Coloraes. Analisi tecnica del percorso, fondo stradale, storia e territorio. Traccia GPX disponibile su Mister Patterson – Dog on the Road Partire da Gorafe significa entrare subito in una dimensione diversa dell’Andalusia, lontana dalle cartoline costiere e più vicina a un paesaggio primordiale, scavato dal tempo e dall’erosione. Il paese si trova sul margine settentrionale dell’altopiano di Guadix-Baza, a poco più di mille metri di quota, circondato da uno dei complessi megalitici più estesi d’Europa e da un deserto che, pur non essendo tale in senso climatico, restituisce la stessa sensazione di spazio aperto e silenzio assoluto. In ottobre l’aria è secca, le temperature ancora miti nelle ore centrali e decisamente fresche al mattino. Condizioni ideali per un itinerario lungo, spezzato tra asfalto secondario e piste sterrate. L’uscita da Gorafe verso il Mirador Loma de los Pinos è immediata e già significativa dal punto di vista motociclistico. Le prime piste sono compatte, fondo duro con ghiaia fine e qualche solco lasciato dalle piogge autunnali precedenti. Nulla di tecnico in senso stretto, ma è necessario tenere un’andatura costante e pulita, evitando di caricare troppo l’avantreno nelle curve più scavate. Dal mirador la vista si apre sull’intero bacino del río Gor, con le badlands che assumono sfumature ocra, rosse e grigie, soprattutto nelle prime ore del giorno quando la luce radente accentua i rilievi. È uno di quei punti in cui fermarsi ha senso non per fare fotografie a ripetizione, ma per prendere misura del territorio che si sta attraversando. Da qui il percorso prosegue verso Cortijo Nuevo, attraversando una zona agricola isolata, fatta di piste larghe, rettilinei polverosi e tratti dove l’asfalto compare a intermittenza. Il fondo cambia spesso senza preavviso, passando da cemento agricolo a sterrato ghiaioso, con brevi sezioni sabbiose nei punti più bassi. In ottobre la polvere non è eccessiva, ma resta sospesa a lungo se si viaggia in gruppo. In solitaria, come spesso accade su queste tracce, il ritmo diventa più naturale e si riesce a leggere meglio il terreno. L’arrivo all’Estación de Huesa segna una prima transizione netta. Qui la vecchia infrastruttura ferroviaria, oggi dismessa, racconta un capitolo importante della storia economica della zona, legata all’estrazione mineraria e al trasporto dei materiali verso la valle del Guadalquivir. Le strade si fanno più regolari, l’asfalto è presente con continuità, anche se spesso usurato e con rattoppi irregolari. L’aderenza resta buona, ma è facile trovare brecciolino in uscita di curva, soprattutto nei tratti ombreggiati. Proseguendo verso Cabra del Santo Cristo si rientra gradualmente in un contesto abitato. Il paese, dominato dal Santuario del Santo Cristo del Consuelo, rappresenta un punto strategico anche dal punto di vista pratico, perché qui è possibile fare rifornimento. È un dettaglio da non sottovalutare su un itinerario di oltre duecento chilometri con lunghi tratti isolati. Cabra del Santo Cristo si trova a circa 950 metri di quota e segna l’ingresso ideale verso la Sierra Mágina, una delle aree montuose meno conosciute dell’Andalusia, ma tra le più interessanti per chi viaggia in moto. Da Cabra si sale verso Alabar e si imbocca la A-401, una strada che cambia carattere man mano che si guadagna quota. L’asfalto qui è generalmente buono, carreggiata non troppo larga, curve ampie e raccordate, pensate più per il traffico agricolo che per la guida sportiva, ma comunque piacevoli. La vegetazione muta rapidamente. Gli uliveti lasciano spazio a boschi di leccio e pino, con un sottobosco fitto che in autunno profuma di terra umida. Le temperature scendono di qualche grado e l’illuminazione diventa più irregolare, con alternanza di tratti aperti e sezioni in ombra. L’ingresso nel Parque Natural de Sierra Mágina è evidente anche senza cartelli. Il paesaggio si fa più severo, le montagne stringono la valle e la strada inizia a seguire fedelmente le pieghe del terreno. Qui l’attenzione deve aumentare. L’asfalto, pur mantenendosi in buone condizioni, presenta zone fredde anche a metà giornata e non è raro incontrare animali selvatici, soprattutto caprioli, nelle ore meno trafficate. La guida diventa più tecnica, fatta di traiettorie pulite e accelerazioni progressive. Il Castillo Mata Bejid appare quasi all’improvviso, arroccato su un rilievo che domina la valle. Si tratta di una fortificazione di origine islamica, parte del sistema difensivo medievale che controllava l’accesso alle vie interne della Sierra. Oggi restano ruderi suggestivi, sufficienti però a raccontare la funzione strategica del sito. La pista che conduce nei pressi del castello è sterrata, con fondo misto di terra battuta e pietra affiorante. In caso di pioggia può diventare scivolosa, ma in ottobre si presenta generalmente asciutta e ben percorribile, pur richiedendo attenzione nei tratti in contropendenza. Scendendo verso Mata Bejid e poi imboccando la A-324 si rientra temporaneamente su un asfalto più scorrevole. Questo tratto consente di rilassare la guida e recuperare un po’ di fluidità dopo le sezioni più lente. La strada è abbastanza trafficata, soprattutto nei pressi di Huelma, ma resta comunque gestibile. Huelma rappresenta un altro punto chiave per il rifornimento. Il paese è dominato dalle rovine del castello che sovrasta l’abitato e segna simbolicamente l’uscita dall’area più montuosa della Sierra Mágina. Ripresa la A-401 e poi la JV-316 in direzione dell’Estación de Huelma, il percorso torna a spezzarsi tra asfalto secondario e tratti sterrati. Qui il fondo diventa più vario, con ghiaia grossa alternata a terra compatta. Alcune sezioni mostrano segni evidenti di erosione laterale, con canali scavati dall’acqua che attraversano la pista in diagonale. Non sono ostacoli veri e propri, ma obbligano a una guida attenta e a una buona gestione del peso della moto. La direzione di marcia porta verso Alamedilla, entrando nuovamente nell’area del Geoparco di Granada. Il passaggio sulla GR-100 e poi sulla GR-101 è uno dei momenti più caratteristici dell’intero itinerario. Queste strade locali, spesso poco segnalate, attraversano la Dehesa de Guadix, un altopiano ondulato dove l’orizzonte si apre e la sensazione di isolamento torna prepotente. Il fondo è generalmente buono, ma non mancano tratti di pietrisco sciolto, soprattutto nei punti più esposti al vento. Villanueva de las Torres appare come un’oasi agricola in mezzo a questo mare di colline. Qui l’asfalto ritorna continuo e permette di mantenere una media più regolare. Il traffico è quasi inesistente e la guida diventa intuitiva, con curve ampie e visibilità elevata. È uno di quei tratti in cui si riesce a “leggere” la strada con largo anticipo, adattando il ritmo senza stress. L’ultimo segmento verso il Mirador de los Coloraes riporta nel cuore del deserto di Gorafe. Il mirador offre una delle viste più iconiche della zona, con le formazioni argillose che cambiano colore a seconda della luce, dal giallo pallido al rosso intenso. In ottobre il sole più basso crea ombre nette che accentuano le geometrie naturali. La pista che conduce al punto panoramico è semplice ma polverosa, con fondo compatto e qualche pietra affiorante. Nulla di impegnativo, ma sufficiente a ricordare che qui l’asfalto è solo un ospite temporaneo. Il rientro a Gorafe chiude un anello di 206 chilometri che riassume bene l’essenza dell’Andalusia interna. Un territorio vasto, poco antropizzato, dove la moto diventa strumento di esplorazione più che di prestazione. Il 50% di off-road non è mai estremo, ma richiede attenzione costante, una buona gestione della stanchezza e una pianificazione corretta dei rifornimenti. In ottobre il clima è un alleato prezioso, ma resta fondamentale tenere conto delle escursioni termiche e delle possibili variazioni meteo, soprattutto nelle zone più alte della Sierra Mágina. La traccia GPX del percorso è disponibile sul blog Mister Patterson – Dog on the Road ed è pensata per essere seguita senza forzature, lasciando spazio alle soste e agli imprevisti che fanno parte di ogni viaggio reale. Questo anello non è una sfida, ma un attraversamento consapevole di un’Andalusia meno raccontata, dove la strada, qualunque forma assuma, è sempre parte del paesaggio e mai un semplice collegamento. https://youtu.be/yUWfZmnIHcU?si=OerILJJn7xyfXAls
