SP28 e SP359R: il lato tecnico dell’Appennino tra Varsi, Bardi e Monte Pelizzone

Arrivo a Fornovo di Taro poco prima delle dieci, dopo il classico trasferimento autostradale che serve solo a togliersi di mezzo la pianura. L’aria cambia già all’uscita del casello, più fresca, più pulita, con quell’odore leggero di terra umida che in aprile non tradisce mai. La Multistrada V4 Pikes Peak si assesta subito su un ritmo diverso, più naturale, come se anche lei sapesse che da qui inizia il giro vero.

La SP28 si prende senza pensarci troppo, direzione Varsi. I primi chilometri scorrono dentro una valle ancora larga, con curve morbide e un asfalto che alterna tratti rifatti a pezzi più vecchi, mai davvero fastidiosi ma da leggere con attenzione. Qui non serve forzare, anzi. È una strada che invita a lasciar scorrere la moto, a lavorare di coppia, tenendo una linea pulita. Il traffico è quello tipico del sabato mattina, qualche auto locale, nessuna fretta.

Man mano che si sale, la valle si stringe e la SP28 cambia carattere. Le curve si fanno più ravvicinate, l’asfalto perde un po’ di uniformità e compaiono le prime zone d’ombra dove l’umidità resta più a lungo. Niente di critico, ma è il classico punto in cui conviene ricordarsi che siamo ancora in primavera. La ciclistica della Pikes Peak qui lavora precisa, quasi chirurgica, ma richiede una guida altrettanto pulita. Se entri sporco, te lo fa notare.

Varsi arriva senza annunciarsi troppo. È uno di quei paesi che sembrano stare lì da sempre, incastrati tra le pieghe della valle del Ceno. Breve attraversamento, giusto il tempo di incrociare qualche volto locale e ripartire verso Bardi, dove la strada diventa più interessante anche dal punto di vista paesaggistico.

Il tratto tra Varsi e Bardi è uno di quelli che non stancano mai. L’asfalto migliora a tratti, le curve si allungano e iniziano a comparire scorci più aperti. E poi, improvviso ma inevitabile, il Castello di Bardi. Massiccio, arroccato su uno sperone di diaspro rosso, domina la valle con una presenza che non ha bisogno di presentazioni. È uno dei manieri meglio conservati dell’Emilia, con origini che risalgono almeno al IX secolo e una storia lunga fatta di assedi, famiglie nobiliari e leggende che qui non mancano mai.

Si esce dal paese e si imbocca la SP359R, direzione Valico Monte Pelizzone. Qui si inizia a fare sul serio. La strada prende quota con decisione, le curve diventano più tecniche e la carreggiata si restringe quel tanto che basta per obbligare a guidare davvero. L’asfalto è generalmente buono, ma non perfetto. Ci sono tratti con piccoli avvallamenti e qualche residuo di ghiaia portata giù dalle piogge.

La salita verso il Monte Pelizzone è una sequenza continua di curve di ogni tipo. Tornanti stretti, pieghe più veloci, cambi di pendenza che richiedono attenzione soprattutto in uscita. La moto qui dà il meglio, stabile, precisa, con un avantreno che comunica tutto. Il V4 spinge pieno anche ai medi, permettendo di uscire forte senza dover lavorare troppo di cambio.

Il paesaggio cambia progressivamente. I boschi si fanno più fitti, la luce si spezza tra i rami e la temperatura scende di qualche grado. È uno di quei tratti in cui il microclima si percepisce chiaramente. Nelle zone più in ombra l’asfalto resta freddo, e si sente.

Il Valico del Monte Pelizzone arriva senza un vero punto scenografico evidente, ma lo riconosci per la sensazione di aver raggiunto una quota diversa. Siamo intorno ai 1000 metri, più o meno, e l’aria lo conferma.

Da qui si prende la SP15 verso Morfasso. Il cambio di versante si avverte subito. La strada diventa leggermente più scorrevole, ma mantiene una certa irregolarità nel fondo. Alcuni tratti sono stati rifatti, altri meno. È una guida che richiede adattamento continuo.

Morfasso è un altro passaggio rapido, ma interessante. Siamo già in provincia di Piacenza e il paesaggio ha qualcosa di diverso, meno chiuso, più aperto. Si prosegue verso Prato Barbieri, uno dei punti più particolari di questo giro.

La salita verso Prato Barbieri è tecnica. Strada stretta, curve ravvicinate, asfalto che alterna grip buono a tratti più lisci. Qui capita spesso di trovare sporco portato dai mezzi agricoli o residui di foglie nei punti più chiusi. Serve occhio, soprattutto nelle prime percorrenze stagionali.

Arrivati in quota, il paesaggio si apre improvvisamente. Prato Barbieri è una zona ampia, quasi un altopiano, utilizzata anche per attività all’aperto e conosciuta tra chi frequenta queste zone per trekking e, in inverno, per la neve. In moto si apprezza per il cambio di respiro dopo la salita.

Si scende verso Bettola. La SP che porta giù è più scorrevole, con curve ampie e visibilità migliore. L’asfalto qui è mediamente buono, ma non mancano i classici rattoppi longitudinali che, presi in piega, si fanno sentire.

Bettola è un centro più vivo rispetto ai paesi precedenti. Qui una sosta ha senso, anche solo per un caffè o per fare rifornimento. I distributori non sono ovunque in queste zone, meglio non tirarla troppo.

Si riparte sulla SP39 verso Cerro e Perino. Questo tratto è uno di quelli più vari. Si passa da sezioni veloci a tratti più stretti, con cambi di ritmo continui. Il fondo è generalmente buono, ma con qualche sorpresa nelle zone più ombreggiate.

Perino segna l’avvicinamento alla SS45, una delle strade più conosciute dell’Appennino ligure-emiliano. Appena ci si immette, la differenza si sente subito. Carreggiata più ampia, asfalto migliore, curve più leggibili.

La SS45 in direzione Bobbio è un piacere da guidare. Segue il corso del Trebbia, con una sequenza di curve veloci e panorami che si aprono sulla valle. Il traffico qui può aumentare, soprattutto nei weekend, ma resta generalmente gestibile.

Bobbio è una tappa quasi obbligata. Il Ponte Gobbo, con le sue arcate irregolari, è uno dei simboli più riconoscibili della zona. Costruito in epoca romana e rimaneggiato nei secoli, porta con sé storie e leggende, tra cui quella del diavolo che avrebbe contribuito alla sua costruzione.

Attraversare Bobbio richiede calma. Tra turisti, pedoni e traffico locale, è facile trovare rallentamenti. Ma fa parte del contesto.

Si esce dal paese e si prende la SP34 verso il Passo della Crocetta. Questo è uno dei tratti più tecnici della giornata. La strada si stringe, le curve si fanno più impegnative e l’asfalto, pur discreto, presenta qualche imperfezione.

La salita al Passo della Crocetta è continua. Tornanti stretti, cambi di pendenza e tratti in cui la visibilità è limitata. Qui la guida deve tornare precisa, senza forzature. Il rischio di trovare ghiaia in uscita di curva è concreto, soprattutto dopo piogge recenti.

Il passo, intorno agli 800 metri, segna un altro cambio di scenario. Più aperto, meno boschivo, con una luce diversa.

Si scende verso Nibbiano. La strada migliora leggermente in termini di scorrevolezza, ma resta da guidare con attenzione. Alcuni tratti presentano segni di usura, crepe e piccoli avvallamenti.

Nibbiano arriva con un’aria più tranquilla. Da qui si prende la SS412 in direzione Borgonovo Val Tidone. Questo è l’ultimo tratto, più rilassato rispetto al resto del giro.

La SS412 è più ampia, con curve dolci e un asfalto generalmente buono. Dopo una giornata così, è quasi una decompressione. Si può alzare lo sguardo, lasciar respirare la guida e arrivare a Borgonovo con la sensazione di aver fatto un giro completo, senza bisogno di aggiungere altro.

La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.

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