Dalle colline di Senigallia a Cesena, passando per Montefeltro e Appennino romagnolo

 


L’8 maggio 2026 è stato uno di quei giorni in cui parti sapendo già che la strada non ti farà sconti. Non per forza pericolosa, non necessariamente cattiva, ma nervosa sì. Una di quelle giornate in cui il meteo sembra aver letto la tua traccia GPX e aver deciso di mettersi di traverso con metodo, senza esagerare troppo, giusto per ricordarti che viaggiare in moto resta una faccenda seria. La BMW R12 G/S era pronta, l’autostrada da Verona fino all’uscita di Senigallia ha fatto il suo dovere di trasferimento, cioè quello di portarti da un punto all’altro senza poesia e con tutto il fascino di un nastro trasportatore per esseri umani motorizzati. Poi, appena lasciata la costa adriatica, è iniziato il giro vero.

Senigallia resta alle spalle con la sua aria marina, il porto alla foce del Misa e quella luce bassa dell’Adriatico che in una giornata serena saprebbe anche mettersi in posa. Ma l’8 maggio il cielo era parecchio nuvoloso, compatto a tratti, rotto solo da aperture pallide, come se il sole avesse timbrato il cartellino ma senza particolare entusiasmo. Dall’entroterra senigalliese la strada comincia a salire con discrezione, lasciando la pianura costiera e infilando le prime colline marchigiane. Qui la guida cambia subito registro. Non c’è ancora l’Appennino duro, quello dei passi veri, ma il paesaggio si piega in ondulazioni continue, campi lavorati, filari, piccoli crinali e case sparse. La moto lavora bene in terza e quarta, con curve morbide, visibilità spesso buona, ma carreggiate non sempre regolari. L’asfalto marchigiano interno, in primavera, non va mai preso come una promessa. Può essere buono per due chilometri e poi presentarti una toppa, una crepa, un cedimento laterale, qualche sassolino lavato giù dalla pioggia. Un dialogo civile, insomma, se per civile intendiamo una conversazione in cui l’altro ogni tanto ti tira una sedia.

Verso Pianello e Nidastore il percorso entra in un territorio di colline più isolate, meno turistico e più agricolo, con una rete di strade secondarie che richiede attenzione. Qui il traffico è scarso, e questo è un vantaggio, ma la scarsità di traffico porta con sé anche l’altra faccia della medaglia: meno manutenzione percepita, più sporco in traiettoria, più possibilità di trovare ghiaia vicino agli accessi poderali e nei punti dove l’acqua attraversa la strada. La R12 G/S in questi tratti si lascia portare con naturalezza, a patto di non confondere la coppia generosa con un permesso scritto per fare gli stupidi. Sui raccordi collinari il bicilindrico tiene bene il passo, aiuta a riprendere fuori dalle curve lente senza dover lavorare troppo di cambio, ma la guida resta fisica, attenta, con lo sguardo che deve stare più avanti della ruota anteriore e non appoggiato al panorama come fanno quelli che poi raccontano di essere stati “traditi dall’asfalto”. L’asfalto non tradisce. L’asfalto avvisa, solo che spesso parla sottovoce.

Pergola arriva dopo un tratto che profuma già di entroterra vero. La cittadina è legata ai Bronzi Dorati da Cartoceto, uno dei ritrovamenti archeologici più importanti delle Marche, scoperti nel 1946 nella frazione di Cartoceto di Pergola e oggi conservati nel museo cittadino. Sono un riferimento storico concreto, non una decorazione da dépliant, e ricordano quanto queste valli siano state attraversate e abitate molto prima che noi arrivassimo con navigatori, pneumatici tassellati e l’illusione moderna di aver inventato l’avventura. Da motociclista, però, Pergola è anche un punto utile perché segna un cambio di passo. Le colline si fanno più compatte, il disegno stradale meno aperto, l’aria meno marina. Qui, se il cielo è carico, l’umidità si sente sulla visiera e sui guanti, e dopo uno scroscio breve la strada può restare lucida nei tratti in ombra, soprattutto dove gli alberi chiudono la luce.

La salita verso Cagli porta dentro un’area di grande interesse stradale. Cagli, la Cale romana, è cresciuta lungo la Via Flaminia, tra il Monte Catria, il Monte Nerone e i corsi del Bosso e del Burano. È una posizione che storicamente non è casuale: controllare queste valli significava controllare passaggi, merci, uomini, eserciti, pellegrini e tutti gli altri complicati modi con cui l’umanità ha sempre cercato di complicarsi gli spostamenti. Il motociclista, almeno, si limita a complicarseli per scelta. L’avvicinamento a Cagli offre una guida più piena, con curve più leggibili e un paesaggio che comincia a stringere l’orizzonte. L’altimetria sale senza strappi estremi, ma la percezione di quota cambia. Le colline basse lasciano spazio ai rilievi dell’Appennino umbro marchigiano, il verde si infittisce, le pareti si avvicinano, il fondo stradale diventa più sensibile all’acqua e alle frane.

Da Cagli la SP82 in direzione Piobbico è uno dei tratti più interessanti del giro. Qui si entra nell’area dominata dal Monte Nerone, che raggiunge i 1525 metri e segna il paesaggio con una presenza netta, massiccia, quasi severa. Non serve inventarsi epica da quattro soldi. Basta guardare la montagna quando le nubi le si appoggiano addosso e capisci che il meteo qui cambia in fretta. La strada si sviluppa tra gole, versanti boscosi e pareti calcaree, con un andamento che richiede fluidità. Le curve non sono tutte uguali, ed è proprio questo il bello. Alcune si aprono con garbo, altre chiudono più del previsto, altre ancora sono accompagnate da brevi tratti umidi, rattoppi e piccole scariche di ghiaia vicino al ciglio. Nei giorni instabili, specialmente dopo scrosci temporaleschi, questa zona va guidata con una marcia mentale in meno. Non significa andare piano per paura, significa lasciare margine, che è una cosa diversa e molto più intelligente. Una distinzione sottile, quindi naturalmente spesso ignorata.

Piobbico, stretto tra il Monte Nerone e il Montiego, è uno di quei paesi che per il motociclista valgono anche come pausa visiva. Non sempre bisogna fermarsi mezz’ora, a volte basta attraversare piano, sentire il cambio di ambiente, guardare come le case si appoggiano al fondovalle e come le strade ripartono verso l’interno. Il territorio ha una storia antica, con tracce romane e medievali diffuse, ma ciò che interessa durante la guida è soprattutto la forma del paesaggio. Qui l’Appennino non è ancora quello romagnolo, ma ne anticipa già il carattere. Strade strette, valli laterali, boschi, piccoli ponti, curve con poca fuga visiva. Quando il cielo è scuro la luce diventa piatta, il contrasto cala e leggere il fondo diventa più difficile. Nei tratti sotto gli alberi, il bagnato rimane più a lungo. E quando trovi un tratto asciutto dopo uno umido, non è il momento di rilassarsi. È il momento di chiedersi dove sarà la prossima sorpresa, perché la strada, molto gentilmente, non te lo manda su WhatsApp.

La SP81 verso Sant’Angelo in Vado mantiene un ritmo appenninico piacevole ma mai banale. Sant’Angelo è una località importante della Massa Trabaria e conserva testimonianze romane rilevanti, tra cui la Domus del Mito, nota per i mosaici ispirati alla mitologia classica. È anche terra di tartufo, e il tartufo qui non è un accessorio gastronomico buttato dentro per fare colore: è economia, identità locale, calendario di eventi, odore di bosco e di terra calcarea. Per chi guida, questa parte del percorso alterna aperture di valle e tratti più raccolti. La moto scorre bene, ma le deviazioni causate da frane cominciano a diventare parte del viaggio. Piccoli aggiramenti, strade chiuse, cartelli provvisori, tratti in cui devi rallentare, controllare, tornare indietro o inventarti una variante ragionevole. Ragionevole, non eroica. Perché tra l’eroismo e la stupidità, sulle strade franate, la distanza spesso è larga quanto una cunetta.

Dopo Sant’Angelo in Vado, con SP7 e SP9, il giro entra in una rete di collegamenti minori verso Belforte all’Isauro. Qui la guida diventa più intima, più da entroterra, con carreggiate che spesso seguono il terreno invece di dominarlo. Il fondo può cambiare rapidamente. Nei punti esposti al ruscellamento la ghiaia si deposita in uscita di curva, proprio dove vorresti riaprire il gas. Nei tratti in discesa bisogna tenere la moto composta, usare il freno motore, non appendersi all’anteriore e ricordarsi che una maxi o una classica enduro moderna perdona tanto, ma non riscrive le leggi della fisica. La R12 G/S, con il suo assetto stabile e il motore pieno, dà una bella sensazione di controllo su queste strade. È una moto che invita a guidare rotondo, senza inutili isterismi. Ma quando la sede stradale è stretta, sporca e bagnata a chiazze, il polso destro deve restare educato. Un concetto rivoluzionario, pare.

Belforte all’Isauro introduce il Montefeltro più appartato, quello che si muove tra Marche, Romagna e Toscana con confini storici e amministrativi che nel tempo hanno cambiato padrone più volte. Qui il paesaggio non è addomesticato. È abitato, certo, coltivato, attraversato, ma conserva una ruvidità evidente. Le colline diventano dorsali, i versanti si aprono e richiudono, i boschi aumentano. La SP99 e la SP12 verso Carpegna richiedono concentrazione perché il tracciato tende a salire, piegare, cambiare esposizione. L’asfalto in alcuni punti può essere buono e persino divertente, poi arrivano rattoppi, giunti, deformazioni, qualche tratto segnato dall’inverno. L’8 maggio, con nuvole basse e scrosci brevi, la sensazione era quella di guidare dentro un territorio in movimento. Non solo per le curve, ma per il suolo stesso. Le frane incontrate lungo il percorso non sono un’anomalia esotica. In questi ambienti, tra argille, versanti ripidi, piogge primaverili e strade secondarie, il dissesto è una presenza concreta.

Carpegna è uno dei punti chiave del giro. Il Monte Carpegna arriva a 1415 metri ed è il rilievo dominante del Parco naturale del Sasso Simone e Simoncello, area protetta che interessa il cuore del Montefeltro e presenta quote comprese all’incirca tra i 670 metri e la cima del Carpegna. Il parco è fatto di boschi, pascoli sommitali, ambienti argillosi e rilievi che hanno una personalità forte. Nei pressi del Sasso Simone e del Simoncello il paesaggio cambia ancora: più aria di montagna, più bosco, più silenzio, più umidità. Il versante del Carpegna è anche noto per la foresta demaniale e per ambienti ricchi di fauna, compresi rapaci e mammiferi tipici della media montagna. Tutto molto bello, certo. Poi però sei in moto, in una giornata nuvolosa, e quello che conta subito è la temperatura che scende, la visiera che si sporca, la gomma che deve leggere un fondo non sempre pulito e la necessità di non farsi distrarre da un panorama che ti chiama proprio mentre la curva chiude.

La strada per Valpiano e poi verso Ca’ Bicci lavora sui versanti, tra passaggi più stretti e tratti dove l’ambiente sembra svuotarsi di traffico. Qui il motociclista deve accettare una guida meno continua. Non è il tratto da pennellare in sequenza come su un passo alpino perfetto. È una strada da interpretare. A volte lasci correre, a volte rallenti senza motivo apparente perché qualcosa nella luce, nel colore dell’asfalto o nella linea del fosso ti dice che non conviene fidarsi. Ed è spesso lì che trovi la ghiaia, il fango trascinato da un accesso laterale, un cedimento, una piccola frana già ripulita ma non abbastanza da dimenticarla. Le deviazioni obbligate dagli smottamenti hanno spezzato il ritmo, però hanno anche dato al giro una qualità più reale. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, ma in giornate così la traccia va letta come una base di lavoro, non come un ordine divino inciso su pietra. Anche Mosè, con certe provinciali appenniniche, avrebbe aggiornato il percorso.

Ponte Messa segna un rientro verso la Valmarecchia e verso un ambiente più romagnolo, pur restando in quella zona di cerniera dove le identità locali si incrociano. La strada tende a diventare più leggibile, ma non per questo più banale. Via San Vincenzo e l’avvicinamento a Sant’Agata Feltria riportano dentro una Romagna alta, appenninica, fatta di borghi, calanchi, rocce, boschi e pieghe profonde. Sant’Agata Feltria ha origini antiche, legate anche agli Umbri Sarsinati, ed è passata nei secoli sotto diverse famiglie e domini, tra cui Malatesta, Montefeltro e Fregoso. La Rocca Fregoso domina il paese e oggi è legata anche al progetto della Rocca delle Fiabe, ma il borgo conserva una sostanza storica che va oltre il nome gentile. È terra di tartufo bianco pregiato, di fiere autunnali, di prodotti locali che raccontano il bosco meglio di tante frasi patinate. Per chi passa in moto, Sant’Agata è soprattutto uno snodo scenografico e tecnico: arrivi da strade che salgono e scendono con decisione, attraversi un abitato compatto, poi riparti verso Sarsina con un cambio di ritmo evidente.

La SP88 verso Sarsina è una strada che chiede pazienza e precisione. Non è larga, non sempre è perfettamente pulita, e dopo piogge brevi può presentare tratti scivolosi in ombra. La discesa verso la valle del Savio va gestita con freni leggeri, traiettorie pulite e attenzione alle curve cieche. Qui il paesaggio romagnolo si fa più severo, meno morbido delle colline marchigiane iniziali. Le quote non sono estreme, ma la percezione di isolamento è maggiore. Il traffico rimane generalmente contenuto, con qualche mezzo locale, furgoni, auto di residenti, trattori nei tratti agricoli. Nei giorni feriali e fuori stagione turistica si guida bene, ma proprio perché c’è poco traffico può capitare di incontrare chi la strada la conosce a memoria e la usa come se fosse il corridoio di casa. Tradotto: meglio non invadere, meglio non fidarsi delle curve cieche, meglio ricordarsi che il centro della carreggiata non è un’opinione filosofica.

Sarsina merita sempre un pensiero. È la città natale di Tito Maccio Plauto, uno dei grandi autori della commedia latina, e conserva nella Basilica di San Vicinio uno dei luoghi religiosi più noti della Romagna interna. La basilica, di impianto romanico, è legata alla figura del santo vissuto tra III e IV secolo, e alla tradizione della catena di San Vicinio, ancora oggi oggetto di devozione. Anche qui la storia non è una scenografia. È stratificazione. Romani, cristianesimo antico, medioevo, vescovi, pellegrinaggi, teatro, Appennino. La moto attraversa tutto questo in pochi minuti, e forse è proprio questa una delle cose più forti del viaggio: non ti fermi sempre, non approfondisci tutto, ma colleghi fisicamente i luoghi. Li metti in sequenza con il corpo, con la guida, con il rumore del motore che cambia tra una valle e l’altra. Una forma di conoscenza imperfetta, ma viva. Molto più viva di certi itinerari costruiti a tavolino da gente che probabilmente pensa che una curva sporca sia un problema morale.

Da Sarsina la SP128 sale verso il Passo Monte Finocchio. Questo è uno dei tratti tecnicamente più belli del finale, anche perché arriva quando la giornata è già lunga e la concentrazione comincia a pesare. Il passo mette in comunicazione l’area del Savio con quella del Borello e raggiunge quote intorno ai 600 metri, con salite e discese non estreme ma continue. Da Ranchio il versante presenta circa 6,4 chilometri di salita, con pendenza media attorno al 5,4 per cento e massime poco sopra l’8 per cento. Numeri da bicicletta, certo, ma utili anche in moto per capire il carattere della strada. Non è un muro, non è un passo alpino, è una salita appenninica vera, fatta di curve ampie alternate a tornanti e cambi di pendenza. Se l’asfalto è asciutto, si guida con gusto. Con il fondo umido e qualche residuo portato dalla pioggia, diventa una strada da rispetto.

Il Passo Monte Finocchio ha una bellezza asciutta. Non cerca applausi. Sale tra boschi, crinali e aperture improvvise, poi scende verso Ranchi e Piavola con un andamento che può diventare molto piacevole se si trova il ritmo giusto. Qui la R12 G/S si muove bene, stabile nei cambi di direzione e capace di assorbire le imperfezioni senza trasmettere quella sensazione di fragilità che su certe strade rovina la guida. Però il finale di giornata non perdona la distrazione. Dopo tanta strada, qualche scroscio, deviazioni per frane, continui cambi di fondo e di luce, il rischio non è la curva difficile. Il rischio è quella facile, affrontata con mezzo secondo di stanchezza in più. È lì che il viaggio ti presenta il conto, perché il viaggio, a differenza del barista, non ti chiede se vuoi pagare con carta.

Ranchi e Piavola portano gradualmente verso un paesaggio più basso, più aperto, già orientato verso Cesena. La SP129 chiude il giro appenninico con una discesa progressiva, meno drammatica ma ancora interessante, tra case sparse, piccoli appezzamenti, vegetazione che cambia e una luce ormai più stanca. Dopo i boschi e i rilievi del Montefeltro, dopo le pieghe del Nerone, dopo il Carpegna e le provinciali segnate dall’acqua, questo tratto ha il sapore del rientro. Non ancora autostrada, non ancora fine. È quella parte in cui la moto sembra aver capito prima di te che la giornata sta scendendo, e tu cominci a fare i conti con la benzina, con la stanchezza, con il casco bagnato a chiazze, con i guanti che hanno preso abbastanza umidità da ricordarti che sì, sei vivo, e sì, potevi anche startene sul divano come una persona socialmente approvata.

Cesena arriva come punto pratico di chiusura. Dopo Piavola, il rientro verso la città e poi l’autostrada riporta il viaggio dentro una dimensione più ordinaria. Il traffico aumenta, la segnaletica si fa più urbana, la guida perde quella tensione appenninica e torna a essere gestione. Cesena, con la sua posizione tra pianura romagnola e valle del Savio, è uno sbocco naturale per un itinerario come questo. Si esce dalla parte più interna dell’Appennino e si torna verso la rete veloce, verso il rientro, verso quei chilometri autostradali che nessuno racconta volentieri ma che fanno parte del gioco. Il giro dell’8 maggio 2026 è stato questo: una lunga traversata giornaliera dall’entroterra di Senigallia fino alla provincia di Cesena, passando per colline agricole, borghi storici, strade secondarie, passi appenninici, pioggia breve, nuvole pesanti e frane abbastanza numerose da ricordare che queste montagne sono vive, e quando decidono di muoversi non mandano richiesta di autorizzazione.

Dalle colline di Senigallia a Cesena, passando per Montefeltro e Appennino romagnolo

  • Formato pronto per computer, tablet e smartphone. Ottimizzato per OSMAND

Formato TRACCIA GPX

Download gratuito · 🔒 Accesso controllato tramite email
Scaricando questa traccia GPX accetti il trattamento dei dati personali ai fini della gestione del download e delle comunicazioni relative al progetto Mister Patterson Dog on the Road. I dati non saranno ceduti a terzi. Puoi richiedere la cancellazione in qualsiasi momento. Consulta la Privacy Policy.

Sergio De Amicis "Mr Patterson"

Sergio De Amicis è una figura eclettica di Verona, noto per la sua attività imprenditoriale, sportiva e avventurosa. È co-fondatore di Enetek Servizi, azienda specializzata in impianti di climatizzazione e riscaldamento. Il suo lavoro tecnico si affianca a una forte passione per le arti marziali, che pratica e insegna da decenni, con esperienze nel Vovinam Viet Vo Dao, nel Krav Maga, nel Kali filippino e nella difesa personale con il metodo Survival Fight, di cui è fondatore. Avventuriero per vocazione, è uno dei soci fondatori dei SerCant Adventures, club noto nel mondo del canyoning, con centinaia di esplorazioni in forre italiane e internazionali. È anche autore del blog Mister Patterson – Dog on the Road, dove racconta i suoi viaggi in moto attraverso l’Italia e l’Europa, pubblicando itinerari GPX gratuiti, foto, video e racconti che uniscono turismo, cultura, enogastronomia e spirito solitario. Nel suo tempo libero si dedica alla scrittura e alla spiritualità legata alla natura, ed è anche pastore della religione del Dudeismo. Mantiene una riservatezza discreta sulla vita privata, condividendo online solo ciò che riguarda passioni, esperienze e progetti.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

error: Content is protected !!