Sicilia in moto da Sciacca a Menfi passando per Corleone
Sciacca, in ottobre, ha già cambiato passo. La stagione balneare è finita, il traffico si è sgonfiato e resta una luce più bassa, laterale, che disegna meglio le cose. Il porto, le case incastrate nel pendio, la costa che non fa più scena ma presenza. Alle spalle, il Monte Kronio resta lì, come una schiena che senti anche quando non la guardi. Prima di puntare l’interno conviene ricordarsi che qui il sottosuolo è vivo. Le Stufe di San Calogero, poco fuori dalla città, non sono una curiosità da guida turistica, sono una condizione. Il vapore che esce dalla montagna modifica l’aria, e al mattino, quando scende nei valloni, la differenza la percepisci chiaramente. In moto è immediata. Cambia l’odore, cambia la densità. È uno di quei dettagli che non vedi, ma che ti accompagnano per chilometri.
L’uscita da Sciacca lungo la SS115 è netta. Ti stacca dal mare senza gradualità e ti porta subito dentro una viabilità concreta, fatta di traffico locale, mezzi agricoli, velocità irregolari. In ottobre, scegliendo l’orario giusto, può essere scorrevole, ma l’asfalto non è mai uniforme. Tratti rifatti si alternano a rappezzi più duri, e sulle curve esterne resta spesso sabbia fine portata dai campi. Nulla di pericoloso se guidi presente, tutto potenzialmente scivoloso se ti fai prendere dall’idea di “aprire”. Con la BMW GS 1250 qui conviene lavorare di coppia, stare morbidi, lasciar scorrere. La velocità non serve, la continuità sì.
Il cambio vero arriva quando lasci la statale e inizi a infilarti sulle provinciali, SP36, poi SP88 e SP47. Sono strade che non si annunciano, non preparano, non introducono. Ti portano dentro le Terre Sicane e basta. L’andamento è spezzato, irregolare, come il territorio che attraversano. Brevi rettilinei che finiscono senza preavviso, curve cieche, tratti in cui la vegetazione chiude tutto e poi, all’improvviso, un vallone che si apre sotto la ruota anteriore. L’asfalto è quello che è. A volte rifatto bene, a volte segnato da giunzioni longitudinali lucide che con l’umidità diventano traditrici. In ottobre, soprattutto al mattino, le zone in ombra restano fredde più a lungo. Non è un problema, è una caratteristica. Sta a chi guida tenerla in conto.
Avvicinandosi a Burgio la strada prende una forma riconoscibile. Curve medio strette, raggio variabile, continui saliscendi che non ti permettono di spegnere l’attenzione. È una guida che stanca meno di quanto sembri, perché ti tiene sveglio. Burgio non è un attraversamento qualsiasi. È un paese che vive ancora di mani e di mestieri. Ceramiche, campane, botteghe vere. Il convento dei Cappuccini, con il Museo delle Mummie, non è un diversivo macabro, è un confronto diretto con il tempo. Se ti fermi, fallo senza fretta. Quando riparti, la strada ti sembra diversa, anche se è la stessa di prima.
Da Burgio si risale sulla SS386 e poi sulla SP118, entrando nel cuore dei Monti Sicani. Qui l’errore è pensare che un’area protetta garantisca asfalto perfetto. In realtà succede l’opposto. La strada segue la geologia. Taglia i fianchi, attraversa crinali, entra in boschi dove l’umidità resta incollata all’asfalto anche quando il sole è alto. Foglie secche, piccoli rami, brecciolino chiaro portato giù dalle scarpate dopo una pioggia. In uscita di curva è facile trovarne. È un terreno naturale per una maxienduro, ma va letto curva dopo curva, senza automatismi.
Qui le curve non chiedono spettacolo. Chiedono pulizia. I tornanti non sono sempre disegnati, spesso sono curve a gomito con ingressi aperti e uscite che si chiudono più del previsto. Se viaggi carico, meglio usare il freno motore, lasciar lavorare la ciclistica e non cercare il ritmo da strada veloce. I mezzi pesanti non sono rari, perché questi paesi vivono di trasporto reale. E quando li incroci, spesso, non c’è banchina. Solo un bordo che sbriciola. Qui vale una regola semplice e antica: stare larghi quanto basta, mai oltre.
Si rientra per un tratto sulla SS386 e poi si punta Chiusa Sclafani lungo la SS188. Il nome è duro, come il paesaggio che lo circonda. Le colline qui diventano più asciutte, più verticali. È uno di quei posti dove basta un caffè per capire che l’interno siciliano non è una deviazione dall’isola, è l’isola stessa. In ottobre il paese si raccoglie. Le ore vive stanno al centro della giornata, la sera l’aria scende in fretta e lo senti appena spegni il motore.
La SS188 continua verso Palazzo Adriano e la strada cambia ancora. Non sale molto in quota, ma cambia percezione. La luce diventa più netta, la vegetazione si fa diversa. Palazzo Adriano, intorno ai 700 metri, porta con sé una storia arbëreshë che non è museo, è stratificazione reale. Chiese, riti, architettura. Arrivarci in moto significa aver attraversato una sequenza di strade che non ti hanno mai lasciato guidare in automatico. La piazza centrale richiama inevitabilmente il cinema, ma il senso del passaggio resta nella strada che ti ci ha portato.
Da qui si prosegue verso Prizzi. Il paesaggio si apre, i crinali si fanno più lunghi, l’altitudine si percepisce più che misurarsi. Le curve si susseguono con continuità e permettono finalmente un ritmo più regolare, senza diventare mai banali. Il Lago di Prizzi appare senza annunci, disteso, spesso silenzioso. In ottobre riflette una luce piatta, che inganna meno di quella estiva. Nei tratti in ombra l’umidità resta, e conviene ricordarselo quando il passo sembra invogliare.
La salita verso Portella Imbriaca segna un punto di passaggio vero. Cambia il versante, cambia l’esposizione, spesso cambia anche l’asfalto. I tratti più alti soffrono di più il gelo, le dilatazioni, i rappezzi. Qui la moto va lasciata lavorare, senza irrigidirsi. La GS, con il suo equilibrio, fa il suo mestiere se non le chiedi altro.
La discesa porta verso la SS118 e poi a Corleone. Nome pesante, inutile fingere il contrario. Ma la realtà è più complessa di qualsiasi etichetta. Corleone è anche territorio, boschi, strade che portano verso Ficuzza, aria che cambia rapidamente al calare del sole. Il traffico qui è imprevedibile, come ovunque nell’interno. Conviene restare presenti, leggere bene le curve, non anticipare troppo.
Da Corleone si passa per Campofiorito e si imboccano una serie di provinciali, SP44bis, SP35, SP90, SP69. È un tratto meno spettacolare, ma importante. L’asfalto cambia spesso, il ritmo si spezza, puoi trovare chilometri vuoti e poi, all’improvviso, un mezzo lento. È il momento in cui la stanchezza può farsi sentire, ed è proprio qui che serve attenzione.
L’arrivo a Sambuca di Sicilia segna un nuovo cambio. Il paesaggio si fa più ordinato, vigneti e uliveti seguono le curve di livello. Il paese ha una struttura che racconta una storia lunga, araba prima, poi stratificata nei secoli. Entrarci in moto ti fa capire subito come è costruito, senza bisogno di spiegazioni.
Da Sambuca la strada scende verso Menfi. L’influenza del mare torna a farsi sentire prima ancora di vederlo. L’aria si addolcisce, la luce cambia di nuovo. Menfi è un arrivo che profuma di terra lavorata e sale insieme. Vigne, strade più larghe, traffico che torna a essere costiero. È il punto giusto per spegnere il motore e lasciare sedimentare il giro.
Un itinerario di circa 196 chilometri, fatto di strade vere, di asfalti diversi, di Sicilia interna attraversata senza scorciatoie.
La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Mister Patterson – Dog on the Road
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