Da Goito al Cerreto e ritorno, con il solco di Equi Terme nel mezzo..


La BMW R12 GS era fredda quando l’ho tirata fuori dal garage. Tre aprile, mattina presto, temperatura intorno ai sette gradi a Goito. Il pianoro della bassa mantovana a quell’ora è immobile, avvolto in una luce piatta che scivola sul Po come se non avesse fretta di diventare giorno. Ho lasciato riscaldare il motore quanto bastava, controllato la pressione delle gomme, messo in tasca le solite cose, e sono partito verso sud.
Goito è un punto di partenza pratico, non scenografico. Capoluogo di niente in particolare, è una di quelle cittadine pianpadane che esistono per servire il territorio circostante. Strade larghe, rotonde, qualche capannone, un distributore aperto. Esattamente quello che serve per iniziare un giro lungo senza inutili cerimonie. La R12 GS, nella sua configurazione standard, si è messa in moto con quel sound basso e rotondo del boxer bicilindrico che fa capire subito quanto lavoro BMW abbia fatto sulle vibrazioni rispetto alle generazioni precedenti. Il manubrio largo trasmette fiducia istantanea. Non bisogna ancora chiederle nulla di particolare.
La direzione è ovest, poi quasi subito sud-ovest verso Torre d’Oglio, che si raggiunge percorrendo strade provinciali che costeggiando il Mincio entrano progressivamente nella campagna più profonda della bassa mantovana. L’asfalto qui è quello tipico della pianura irrigua: continui rattoppi sovrapposti nel tempo, qualche solco trasversale nei punti in cui i mezzi agricoli pesanti attraversano la carreggiata, ghiaia residua ai lati nelle stagioni di raccolta. In aprile il terreno è bagnato e la vegetazione ai margini è già verde, ma il fondo stradale è ancora compresso e abbastanza pulito. Si guida con calma, non ha senso fare altro. Torre d’Oglio è una frazione di Marcaria, e deve il suo nome alla torre viscontea che presidia il punto di confluenza tra il Mincio e il Po. È un posto silenzioso, con una riserva naturale che gli gira intorno. Non ci si ferma necessariamente, ma è un punto di snodo del territorio che vale la pena attraversare lentamente.
Da Torre d’Oglio si punta su Viadana, seguendo argini e strade che corrono parallele al Grande Fiume senza mai avvicinarsi abbastanza da vederlo. In questo tratto il Po è presente più come sistema di riferimento mentale che come elemento visivo. Viadana è un centro più consistente, capoluogo dell’omonima zona, storicamente importante per il commercio fluviale e per la ceramica. Chi vuole fare benzina qui può farlo senza problemi, ci sono distributori sulla statale. Il traffico di mattina presto è scarso e le strade che scendono dal Mantovano verso il Reggiano sono libere.
Passando il Po si entra nel territorio emiliano. Brescello è il primo comune rilevante, e qui l’argine comincia a fare da spartiacque mentale tra pianura e Appennino. Brescello è conosciuta a livello internazionale per essere la città di Peppone e Don Camillo, i personaggi creati da Giovanni Guareschi che appartengono alla letteratura italiana del Novecento con un peso specifico più alto di quanto spesso si riconosca. I film della serie vennero girati in gran parte qui, e la riconoscibilità dei luoghi rispetto alle immagini dei film è ancora alta. C’è un museo dedicato, c’è la piazza con la statua dei due personaggi, c’è un’atmosfera che è rimasta abbastanza integra. Non è un luogo per visitatori di massa, ma per chi passa in moto e ha mezz’ora è una sosta che vale. Il fatto che Guareschi abbia ambientato qui la guerra fredda vista dal basso, con quella sagacia narrativa che mescola ideologia e vita quotidiana, rende il posto più interessante di un qualsiasi borgo fotografato per Instagram.
Lasciata Brescello, la pianura comincia a perdere la propria orizzontale certezza. Il territorio sale impercettibilmente verso Reggio Emilia e poi verso l’Appennino, e la R12 GS con le sue sospensioni semi-attive Telelever inizia a fare esattamente quello per cui è stata progettata: assorbe le irregolarità senza trasmettere movimenti bruschi, mantiene la stabilità in rettilineo, e rende la guida piacevolmente neutrale. Non è una moto che emoziona sulla pianura, ma è una moto che non stanca.
La risalita verso l’Appennino tosco-emiliano prende progressivamente forma seguendo la direttrice che attraversa la Valle del Tresinaro e poi si innesta sulla viabilità che sale verso Castelnovo ne’ Monti e i valichi principali. Ma il percorso di questo giro non sale direttamente: punta invece verso i passi meno frequentati e più interni, quelli che portano in Lunigiana attraverso la cresta appenninica. Lagrimone è uno di questi snodi. Si trova in provincia di Parma, in Comune di Palanzano, a circa 900 metri di quota. Ci si arriva dopo aver lasciato la pianura reggiana e aver attraversato la media collina parmense, con strade che salgono in modo progressivo, curvilinee ma non ancora selvatiche. L’asfalto inizia a cambiare carattere: meno rattoppi industriali, qualche crepa dovuta al ciclo gelo-disgelo invernale, cordoli più stretti, qualche foglia residua agli angoli delle curve. La vegetazione passa dal fondo-valle con robinie e coltivi a boschi misti dove il faggio inizia a comparire.
Lagrimone è un piccolo abitato che si attraversa senza quasi rendersene conto, ma è un punto di riferimento per chi percorre le strade parmensi dell’alto Appennino. Da qui verso Rigoso la strada scende e risale attraverso vallecole minori, con curve di raggio medio che chiedono continuità di ritmo più che tecnica estrema. La R12 GS in questo contesto esprime bene la propria vocazione: è una moto da percorsi misti, non è una supersportiva da pieghe radicali, ma la sua ciclistica consente di guidare con un ritmo sostenuto senza che la moto si irrigidisca o diventi imprevedibile. Il motore boxer da 1300 cc eroga in modo lineare, senza strappi, e la coppia disponibile a regimi medi rende superfluo scalare marcia ogni volta che il tracciato si restringe o sale.
Rigoso si trova poco sopra i mille metri. È una frazione di piccole dimensioni nel comune di Monchio delle Corti, in Appennino parmense. Il paesaggio qui è già quello dell’alta montagna appenninica: prati aperti sui crinali, boschi fitti sui versanti, silenzi che durano. In aprile il verde è ancora quello dell’inizio stagione, brillante e frastagliato. Le temperature a quest’altitudine si abbassano rispetto alla mattina di partenza, e con la R12 GS dotata di paramani e prese d’aria frontali regolabili si gestisce il freddo senza dover fermarsi. Chi non ha una sella riscaldata attiva e grips termici in questa parte del giro li rimpiangerà.
Dal crinale parmense si scende verso il Passo del Lagastrello, a 1201 metri di quota, che segna il confine tra Emilia-Romagna e Toscana, ovvero tra la provincia di Parma e quella di Massa-Carrara. Il Lagastrello è uno dei valichi appenninici meno noti ma più apprezzati da chi percorre queste strade regolarmente. Il motivo è semplice: traffico contenuto, asfalto mediamente buono con qualche tratto da affrontare con attenzione nei tornanti inferiori dove il fondo tende ad ammorbidirsi verso la primavera, e una veduta sull’omonimo lago di origine glaciale che è genuinamente degna di nota. Il lago del Lagastrello è un bacino naturale racchiuso in una conca boscosa, e al primo giorno di aprile con poca neve residua sui versanti esposti a nord ha un’austerità paesaggistica interessante. La discesa verso la Lunigiana inizia qui.
Il versante toscano del Lagastrello è tecnicamente più impegnativo del versante emiliano. Le curve si moltiplicano, il raggio si riduce, i guardrail non sempre ci sono dove sarebbero utili. In aprile il rischio più concreto è rappresentato dalle zone umide all’uscita delle curve in ombra, dove l’acqua di scioglimento del manto erboso si raccoglie trasformando l’asfalto in una superficie viscida che non segnala nulla prima del cedimento di aderenza. Con la R12 GS e il sistema ABS combinato con la gestione dinamica della trazione, si gestisce la situazione senza drammi, ma è comunque corretto tenere una velocità adeguata e non affidarsi alla sola elettronica come rete di sicurezza.
Licciana Nardi è il primo centro rilevante del versante lunigianense. Si trova a circa 200 metri di quota, nella Valle del Magra, ed è uno dei comuni tipici della Lunigiana: castelli medievali, strade strette, pietra grigia che assorbe la luce più di quanto la rifletta. Il paese ha un castello che risale all’epoca medievale e che è ben conservato, una piazza centrale con bar e una pasticceria che in stagione lavora bene. In aprile, di mattina, è un posto tranquillo dove fermarsi dieci minuti e bere qualcosa di caldo. La Lunigiana è storicamente una terra di transito, l’anticamera dell’Appennino per chi veniva dalla costa tirrenica e cercava di raggiungere la pianura padana, e questa vocazione di passaggio è rimasta nella morfologia dei suoi borghi: compatti, funzionali, senza la ridondanza decorativa della Toscana più turistica.
Magliano, nel contesto di questo percorso, si colloca nella zona di Fivizzano, poco prima di puntare verso Equi Terme. È un termine che può riferirsi a più frazioni dell’area, ma il tracciato qui scorre tra la fondovalle e i contrafforti calcarei che preannunciano le Alpi Apuane a ovest. La vegetazione cambia ancora: compaiono i castagni, i boschi si infittiscono sui versanti, i coltivi sono terrazzati e in parte abbandonati. Si guida su strade secondarie che connettono le frazioni con la principale, strade di qualità variabile, qualche cantiere di manutenzione già avviato con la stagione, segnaletica a volte incoerente. Utile avere la navigazione attiva anche se si conosce il territorio.
Equi Terme merita una sosta dedicata. Il paese si trova nel comune di Fivizzano, a circa 250 metri di quota, al limitare del complesso carsico delle Alpi Apuane. Le terme sono note almeno dall’Ottocento, e la struttura termale è ancora attiva con trattamenti specifici per patologie respiratorie e osteoarticolari, documentata nel trattamento delle acque solfo-bicarbonate. Ma quello che rende Equi Terme singolare è la presenza delle grotte carsiche che si aprono nel fianco del monte sopra il paese: le Grotte di Equi sono tra le poche grotte apuane visitabili, e conservano tracce di presenza umana preistorica oltre a formazioni speleologiche di rilievo. La gola che conduce all’ingresso delle grotte, localmente chiamata il Solco di Equi, è un percorso a piedi di pochi minuti che merita assolutamente il tempo di fermare la moto, togliersi il casco e camminare. Il canyon è stretto, con pareti calcaree che salgono verticali per decine di metri, e l’acqua del torrente Lucido scorre sul fondo con un rumore che riempie lo spazio interamente. In aprile il livello dell’acqua è alto per i disgeli e l’atmosfera è quella di un luogo ancora non ancora colonizzato dalla stagione turistica. Farlo adesso, all’inizio dell’aprile, ha senso proprio per questo.
Fivizzano è il capoluogo di questa zona lunigianense. Centro storico di discrete dimensioni, con una piazza principale dove si affaccia un palazzo seicentesco con una fontana medicea, Fivizzano fu un importante centro culturale tra Cinque e Seicento, sede della prima tipografia toscana istituita al di fuori di Firenze. Il legame con la cultura umanistica è documentato e si ritrova nei dettagli architettonici del centro storico. È un posto dove fermarsi a mangiare se il giro è organizzato con un pranzo in Lunigiana: ci sono trattorie che propongono la cucina locale con testaroli, lardo di Colonnata in versione non commerciale, funghi secchi, e carne di montagna preparata semplicemente. Niente di sofisticato, ma solido.
Lasciata Fivizzano, si risale verso il Passo del Cerreto. Questo è il tratto tecnicamente più interessante dell’intera giornata. Il Passo del Cerreto si trova a 1261 metri, collega la Lunigiana con la Reggio Emilia, è la SS63 e rappresenta uno dei valichi storici dell’Appennino tosco-emiliano. La strada che sale da Fivizzano è ben asfaltata, con curvature ampie nella parte inferiore che poi si stringono progressivamente verso il passo. In aprile il segnale di obbligo catene è già rimosso, ma è lecito aspettarsi fondo bagnato e zone in ombra con residui di sabbia dispersi dall’inverno. Al passo c’è un piccolo bar che in stagione è punto di ritrovo per motociclisti: aperto o chiuso dipende dall’anno e dal proprietario, ma il parcheggio al passo è sempre un buon posto per fermarsi, togliere i guanti, guardare da dove si è venuti e da dove si andrà.
La discesa verso il versante reggiano è più aperta e meno tecnica rispetto alla salita dalla Lunigiana. La strada si allarga progressivamente, le curve aumentano il proprio raggio, il paesaggio si apre verso la media montagna reggiana. Si entra progressivamente nel territorio dell’Appennino Reggiano, che è diverso per carattere da quello toscano appena lasciato: meno aspro, più coltivato, con una presenza umana più distribuita e una rete viaria meglio mantenuta per ragioni legate all’economia lattiero-casearia che in questa zona è strutturale.
Busana è una piccola frazione nel comune di Ramiseto, sulla via del ritorno verso Castelnovo ne’ Monti. È un paese di quota media, circa 600 metri, con una chiesa e poco altro di rilevante, ma rappresenta uno dei passaggi tipici di questo versante. Le strade qui sono strette e ben tenute, con un asfalto recente su alcuni tratti che restituisce una sensazione di guida molto netta e pulita rispetto a quanto percorso in mattinata sul versante opposto. La R12 GS su questi tratti esprime la propria ciclistica in modo molto evidente: il retrotreno ben piantato, il Telelever anteriore che non si immerge in frenata, la posizione di guida che resta comoda senza essere passiva. Non è un’enduro da off-road, ma su strade di montagna asfaltate è una delle moto più complete disponibili nel segmento.
Castelnovo ne’ Monti è il centro principale dell’Appennino Reggiano. È una città di servizi, con tutto quello che serve per un motociclista che viene da fuori: benzina, meccanici, ristoranti, alberghi, farmacia. La Pietra di Bismantova è la formazione rocciosa che domina il territorio circostante e che Dante citò nel Purgatorio, anche se l’identificazione dantesca è oggetto di discussione tra gli studiosi. La roccia è comunque reale, verticale, visibile da chilometri, e la si vede emergere dai boschi mentre si scende verso Castelnovo. Dante o non Dante, è un elemento geografico di assoluto rilievo visivo. Gli appassionati di arrampicata la conoscono bene: è una palestra di roccia storica per il centro Italia.
Da Castelnovo ne’ Monti si scende verso Casina. La strada perde quota rapidamente attraverso la collina reggiana, con curve ben segnalate e un fondo abbastanza regolare. Il traffico qui aumenta rispetto ai passi, ci sono camion e furgoni che servono le frazioni, qualche trattore. Il paesaggio cambia ancora: sparisce il bosco fitto e compaiono i vigneti, i frutteti, e quella tessitura del paesaggio agricolo emiliano che è riconoscibile anche da lontano. Casina è un comune che non ha attrattive specifiche per il turismo, ma la sua posizione al limite tra la collina e l’alta pianura è un indicatore preciso di quanto manca al fondovalle.
Sordiglio è una frazione nel comune di Canossa, e da qui si entra nel territorio di Canossa, uno dei luoghi storicamente più rilevanti dell’intero Appennino settentrionale. Il castello di Canossa, o meglio quello che ne rimane dopo la distruzione del 1255, si trova su uno sperone trachitico a quota 580 metri circa, visibile da lontano per chi conosce dove guardare. La storia che si compì qui nel gennaio del 1077 è quella dell’Umiliazione di Canossa: l’imperatore Enrico IV che attese nel cortile del castello per tre giorni la revoca della scomunica papale da parte di Gregorio VII. È un evento che ha segnato il rapporto tra potere politico e autorità religiosa nell’Europa medievale, e che ha lasciato nella lingua italiana un’espressione ancora in uso. Il museo e l’area archeologica sono visitabili. La Contessa Matilde di Canossa, che gestiva il feudo e fece da mediatrice in quella circostanza, è una figura storica di primo piano per questo territorio. Fermarsi a Canossa vale l’uscita dal percorso principale.
La discesa verso Sant’Ilario d’Enza porta definitivamente fuori dall’Appennino. La strada perde l’ultimo dislivello significativo in pochi chilometri, il paesaggio si spiana, compaiono i capannoni, gli svincoli, la segnaletica verde. Sant’Ilario d’Enza è sul confine tra la provincia di Reggio Emilia e quella di Parma, lungo la Via Emilia, ed è uno di quei centri che servono soprattutto il traffico di passaggio. C’è un punto di sosta con distributore e bar a lato della SS9 che è uno dei punti di rifornimento classici per chi percorre la Via Emilia in moto. A quest’ora del pomeriggio il traffico sulla Statale è quello del rientro lavorativo: scorrevole ma denso, con qualche rallentamento nei pressi delle rotatorie. Si inserisce la moto nel flusso, si mantiene la velocità del traffico, si guarda quello che si ha davanti.
Dall’imbocco della pianura verso Goito il ritorno richiede ancora un’ora abbondante. Si attraversa il Po un’altra volta, si rientra nel Mantovano, le luci sono già più basse sull’orizzonte. La pianura alla sera di inizio aprile ha quella luminosità dorata e rarefatta che la rende percorribile con piacere anche su strade ordinarie. La R12 GS ha percorso circa 380 chilometri totali, con circa 2500 metri di dislivello cumulato, e ha gestito tutto senza problemi: un serbatoio da 19 litri con un consumo medio intorno ai 5 litri ogni 100 km in percorso misto significa che si è potuto fare l’intero giro con un solo rifornimento intermedio, fatto a Fivizzano. Il motore è rimasto uniforme dalla partenza al rientro. La sella, dopo 380 km, fa sentire quello che fanno sentire tutte le selle. Ma è un prezzo accettabile.
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Sergio De Amicis "Mr Patterson"

Sergio De Amicis è una figura eclettica di Verona, noto per la sua attività imprenditoriale, sportiva e avventurosa. È co-fondatore di Enetek Servizi, azienda specializzata in impianti di climatizzazione e riscaldamento. Il suo lavoro tecnico si affianca a una forte passione per le arti marziali, che pratica e insegna da decenni, con esperienze nel Vovinam Viet Vo Dao, nel Krav Maga, nel Kali filippino e nella difesa personale con il metodo Survival Fight, di cui è fondatore. Avventuriero per vocazione, è uno dei soci fondatori dei SerCant Adventures, club noto nel mondo del canyoning, con centinaia di esplorazioni in forre italiane e internazionali. È anche autore del blog Mister Patterson – Dog on the Road, dove racconta i suoi viaggi in moto attraverso l’Italia e l’Europa, pubblicando itinerari GPX gratuiti, foto, video e racconti che uniscono turismo, cultura, enogastronomia e spirito solitario. Nel suo tempo libero si dedica alla scrittura e alla spiritualità legata alla natura, ed è anche pastore della religione del Dudeismo. Mantiene una riservatezza discreta sulla vita privata, condividendo online solo ciò che riguarda passioni, esperienze e progetti.

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