Strade dell’interno andaluso: da Aguadulce alla Sierra Nevada in moto
Partire da Almería in ottobre significa infilarsi in una luce che non ha più fretta. Il mare resta a sinistra, presente ma già distante, mentre la città si sfilaccia rapidamente lasciando spazio a una periferia che sa di vento e sale secco. La BMW R1200 G/S qui si sente subito nel suo elemento naturale. Non per la velocità, non per la spettacolarità, ma per quella capacità di macinare chilometri senza chiedere nulla in cambio. Il motore gira rotondo già dai primi metri, l’aria è stabile, il traffico scarso. La costa verso Aguadulce scorre via con curve ampie, asfalto regolare, qualche rattoppo lucido nei punti d’ombra ma nulla che disturbi davvero. È un avvicinamento, non il cuore del viaggio, e serve proprio a questo: lasciare che corpo e testa si riallineino al ritmo giusto.
Aguadulce è un punto di passaggio più che una meta. In stagione alta sarebbe diverso, ma a ottobre resta solo il necessario. Un distributore aperto, qualche bar con le sedie già rientrate a metà, l’odore del caffè che si mescola a quello del mare. Da qui si punta deciso verso l’interno. La A-391 si stacca dalla costa e inizia a salire con convinzione. Non è una salita aggressiva, piuttosto una progressione costante. Il paesaggio cambia metro dopo metro. L’azzurro si ritira, il verde diventa più scuro, poi lascia spazio a una vegetazione rada, bassa, adattata a un terreno che non fa sconti.
L’asfalto sulla A-391 è sorprendentemente omogeneo. Grana fine, buon grip anche a freddo, segnaletica presente ma non invadente. Le curve arrivano una dopo l’altra senza schemi ripetitivi. Ampie all’inizio, poi più strette man mano che la quota aumenta. La moto segue naturale, senza correzioni forzate. In sella si percepisce il cambio di microclima. L’aria si fa più asciutta, quasi metallica, e la temperatura cala di qualche grado. Non serve fermarsi per capirlo. Lo senti sulle mani, sulla visiera, nel rumore del vento che cambia timbro.
Quando la strada si innesta sulla A-348, il viaggio entra davvero nella sua fase centrale. Questa è una delle arterie che attraversano l’Alpujarra almeriense, e non concede distrazioni. Il tracciato segue il terreno, lo asseconda senza mai dominarlo. L’altimetria oscilla in modo continuo. Saliscendi brevi, curve cieche, tratti in cui la visuale si apre all’improvviso su vallate secche e profonde. Il fondo resta buono, ma compaiono tratti più ruvidi, segni di vecchi interventi, qualche chiazza di ghiaia portata giù dalle rampe laterali. Nulla di pericoloso se si guida con attenzione, ma abbastanza per ricordarti che qui la strada è ancora una cosa viva.
Íllar appare quasi all’improvviso, incastrata nella valle come se qualcuno l’avesse appoggiata lì con delicatezza. Case chiare, strade strette, silenzio. Non è un luogo che chiede di essere visitato. È uno di quelli che semplicemente attraversi, rallenti, osservi. La moto rimbomba per un attimo tra i muri e poi torna il vuoto. Subito dopo la A-304 riprende a salire con un andamento più nervoso. Qui l’asfalto peggiora leggermente. Rattoppi irregolari, giunzioni evidenti, soprattutto nei tratti in ombra. Niente di critico, ma la guida diventa più tecnica. La sospensione lavora, la traiettoria va scelta con più precisione.
Il tratto verso Ohanes è uno di quelli che ti restano addosso. Non per un motivo singolo, ma per la somma di dettagli. La strada si stringe, le curve si chiudono, il panorama si fa verticale. Si guida spesso in seconda e terza, con il motore che spinge pieno già in basso. La BMW qui dimostra perché questa configurazione resta una delle più riuscite per viaggi di questo tipo. Stabilità, coppia, equilibrio. Ohanes è arroccata, compatta, con un’impostazione che parla ancora di un’economia agricola dura, di terra strappata alla montagna. Fermarsi ha senso, anche solo per camminare qualche minuto. Il silenzio è reale, non costruito.
Ripartendo, la strada verso Beires e Fondón mantiene lo stesso carattere. Curve continue, pendenze mai eccessive ma costanti. La vegetazione cambia di nuovo. Complice la quota che aumenta, compaiono castagni, mandorli, macchie più fitte. L’aria diventa più fresca e più pulita. La visiera si sporca meno, dettaglio che chi guida riconosce subito. L’asfalto alterna tratti eccellenti ad altri più segnati dal tempo. In alcuni punti il bordo della carreggiata è fragile, mangiato dall’acqua. Meglio restare centrali, soprattutto nelle curve a sinistra dove la visuale inganna.
Beires è minuscola, quasi un appoggio temporaneo sulla mappa. Fondón invece ha una struttura più articolata. Qualche servizio, una piazza vera, un bar aperto anche fuori stagione. Qui una sosta è pratica oltre che piacevole. C’è carburante poco più avanti, ma non conviene tirare troppo. Nell’entroterra almeriense i distributori non sono frequenti e gli orari non sempre affidabili. Meglio fare il pieno quando c’è occasione.
Da Fondón si risale verso Paterna del Río. La strada si fa più stretta e la sensazione di quota aumenta. Siamo già sopra i mille metri percepiti, anche se il dato esatto conta poco. Quello che conta è come cambia il respiro del motore, come la luce diventa più netta, come il vento prende una direzione più costante. In ottobre non è raro trovare raffiche improvvise, soprattutto nei tratti esposti. Nulla di ingestibile, ma abbastanza da richiedere attenzione, soprattutto in uscita di curva.
La A-337 segna un passaggio netto. Qui si entra nella Sierra Nevada vera e propria. Il tracciato è ampio, ben progettato, con curve che invitano a una guida fluida. L’asfalto è di qualità superiore rispetto ai tratti precedenti. Liscio, drenante, con una buona aderenza anche nelle zone più fredde. La strada sale con decisione ma senza strappi. La moto lavora in allungo, il motore gira pieno, la sensazione è di equilibrio totale tra mezzo e ambiente. Il paesaggio si apre. Le vallate diventano più larghe, i profili più morbidi, ma l’altitudine si fa sentire.
In alcuni punti la vegetazione si dirada quasi del tutto. Terra chiara, rocce affioranti, cielo che sembra più vicino. La luce di ottobre qui è diversa da quella della costa. Più fredda, più definita. Ogni ombra è netta, ogni rilievo scolpito. È una guida che richiede concentrazione ma ripaga in modo diretto, senza effetti speciali. Il traffico è quasi assente. Qualche auto locale, qualche furgone agricolo. Niente di più.
Scendendo verso La Calahorra, il profilo del castello compare da lontano, isolato, dominante. È un riferimento visivo che accompagna per diversi chilometri. La strada qui mantiene un andamento regolare, con curve ampie e buona visibilità. L’asfalto resta valido, anche se in alcuni tratti compaiono segni di usura più marcati, soprattutto nelle zone di raccordo. La temperatura risale leggermente man mano che si perde quota, ma il vento resta presente.
La Calahorra non è un arrivo nel senso classico. È piuttosto un punto di chiusura naturale. Il castello domina la piana, la strada rallenta, il viaggio si distende. Dopo chilometri di guida tecnica, di attenzione costante, qui il ritmo cala da solo. Non serve cercare nulla. Basta fermarsi, spegnere il motore, togliere il casco. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, per chi vuole ripercorrere ogni curva senza improvvisare.
Strade dell’interno andaluso: da Aguadulce alla Sierra Nevada in moto
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