Mister Patterson Dog On The Road
“Soltanto un motociclista riesce a capire perché i cani amano mettere la testa fuori dal finestrino.”
Percorsi in moto reali, itinerari motociclistici documentati, tracce GPX scaricabili.
Su Mister Patterson – Dog on the Road trovi viaggi in moto realmente percorsi, raccontati con precisione e accompagnati da file GPX pronti all’uso. Non suggerimenti teorici né selezioni turistiche costruite a tavolino, ma strade testate sul campo, in Italia e in Europa, lungo strade secondarie, valichi di montagna, confini e territori poco frequentati.
Ogni itinerario in moto nasce da un’uscita reale ed è descritto in modo concreto: chilometri, tempi di percorrenza, soste, condizioni dell’asfalto, tratti sterrati, meteo e imprevisti. Le tracce GPX moto permettono di seguire il percorso con precisione su Garmin e altre app di navigazione, mentre i testi aiutano a capire dove si sta andando e cosa aspettarsi lungo la strada.
Percorsi in moto, viaggi on e off-road e tracce GPX verificate
In moto lungo gli argini dell’Oglio: 107 km tra Mantova e Cremona
Ci sono giornate in cui la motocicletta non deve affrontare montagne, valichi o successioni interminabili di tornanti. Basta una strada secondaria, possibilmente lontana dal traffico, e un territorio che abbia qualcosa da raccontare. La pianura attraversata dal fiume Oglio, tra le province di Mantova e Cremona, appartiene a questa categoria. Qui non è l'altitudine a determinare il percorso, ma l'acqua, con i suoi argini, le vecchie anse fluviali, i canali di bonifica e quella rete di strade agricole che spesso sfugge alla viabilità principale. Il tracciato di questa uscita misura circa 107 chilometri e attraversa il territorio del Parco regionale Oglio Sud. La direzione iniziale è verso occidente, seguendo una successione di strade minori che si avvicinano e si allontanano dal corso del fiume. Non è un itinerario costruito per cercare velocità o prestazioni. Al contrario, richiede attenzione continua alla navigazione e una guida regolare, perché gli incroci sono numerosi e non sempre la strada apparentemente principale coincide con quella da seguire. La prima parte attraversa un paesaggio agricolo dove l'orizzonte è interrotto soprattutto da filari, cascine e arginature. Le quote rimangono nell'ordine di poche decine di metri sul livello del mare, con dislivelli praticamente irrilevanti rispetto a un normale itinerario collinare. Eppure, anche qui la strada sale e scende. Sono variazioni brevi, legate alle rampe degli argini e ai raccordi con la viabilità sottostante. In moto si percepiscono soprattutto attraverso i cambiamenti di visuale, quando il piano stradale si solleva sopra i campi e permette di osservare meglio la struttura del territorio. Avvicinandosi a Gazzuolo si entra in una zona particolarmente interessante dal punto di vista storico. Il paese conserva i portici legati alla presenza dei Gonzaga, testimonianza di un passato nel quale questi centri avevano un ruolo importante nei collegamenti e nell'organizzazione del territorio mantovano. La visita al nucleo storico richiede eventualmente una breve deviazione. L'itinerario, invece, continua a privilegiare la viabilità secondaria, alternando rettilinei a curve ampie e cambi di direzione piuttosto ravvicinati. In questa parte della pianura l'asfalto non va giudicato soltanto dall'apparenza. Sulle strade rurali possono esserci rattoppi, cedimenti ai margini della carreggiata e depositi di terra lasciati dai mezzi agricoli. In autunno, soprattutto dopo le lavorazioni dei campi, conviene prestare attenzione alle intersezioni con gli accessi poderali. Anche una curva molto aperta può nascondere ghiaietto o fango in prossimità del bordo. Non sono difficoltà particolari, ma elementi che impongono una lettura della strada diversa da quella richiesta da una provinciale di montagna. Superata l'area di Gazzuolo, il percorso interessa il settore di Belforte, vicino ad ambienti umidi e terreni segnati dalla presenza storica del fiume. Le Torbiere di Belforte rappresentano uno degli elementi naturalistici del territorio. Qui il paesaggio diventa più raccolto, con vegetazione ripariale, fossati e zone dove la visibilità laterale può essere limitata. Le aree naturalistiche vanno raggiunte attraverso gli accessi consentiti, senza considerare automaticamente percorribili in moto le piste indicate sulle mappe. La direzione prosegue verso San Martino dall'Argine, altro centro legato alla storia dei Gonzaga. Il paese conserva un impianto urbano riconoscibile, con portici e architetture che raccontano la funzione dei piccoli centri della pianura mantovana. Dal punto di vista motociclistico, questa zona è caratterizzata da frequenti intersezioni e da una viabilità che cambia orientamento seguendo confini agricoli, canali e arginature. Conviene affidarsi alla traccia senza lasciare che il navigatore ricalcoli liberamente il percorso su strade più veloci. Procedendo verso occidente si attraversa il paesaggio del Parco Oglio Sud. La presenza del fiume non è sempre evidente. Talvolta rimane nascosto dietro gli argini oppure separato dalla strada da fasce alberate e terreni coltivati. È proprio questa una delle caratteristiche del percorso: seguire un corso d'acqua senza necessariamente averlo sempre davanti agli occhi. Le curve, quando arrivano, sono generalmente poco impegnative, ma la carreggiata stretta e l'eventuale presenza di mezzi agricoli consigliano velocità contenute. L'area di Canneto sull'Oglio introduce un altro aspetto del territorio. Il paese è conosciuto anche per la tradizione industriale del giocattolo e della bambola, documentata dal museo civico. Nei dintorni si trovano ambienti fluviali come le lanche di Runate, testimonianza delle trasformazioni del corso dell'Oglio. Sono riferimenti interessanti per chi desidera interrompere il viaggio e approfondire la conoscenza della zona, tenendo presente che alcuni accessi naturalistici sono destinati esclusivamente a pedoni e ciclisti. La parte più occidentale della traccia raggiunge l'area di Isola Dovarese, in provincia di Cremona. Il paese conserva la notevole Piazza Matteotti, con i suoi portici rinascimentali legati alla committenza gonzaghesca. È una possibile sosta culturale, raggiungibile con una deviazione dal percorso principale. Qui la traccia cambia orientamento e inizia il rientro verso est, seguendo una sequenza diversa di strade rispetto all'andata. Il ritorno permette di osservare la stessa pianura da un'altra prospettiva. Cambiano la posizione della luce, la disposizione delle alberature e il rapporto visivo con gli argini. Nei tratti esposti il vento laterale può farsi sentire, soprattutto quando manca qualsiasi protezione vegetale. Non servono raffiche particolarmente forti per accorgersene: su carreggiate strette è sufficiente una correzione di traiettoria per ricordare quanto sia importante mantenere margine rispetto ai bordi. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. È utile soprattutto nei numerosi cambi di direzione, dove una navigazione impostata esclusivamente sulla destinazione finale rischierebbe di eliminare proprio le strade più caratteristiche. Prima di percorrere gli argini è comunque necessario verificare la segnaletica presente, perché alcuni tratti possono essere soggetti a limitazioni per i veicoli a motore. Il rientro attraversa nuovamente il settore di San Martino dall'Argine e Gazzuolo, proseguendo poi verso sud e verso est lungo la viabilità locale. Le ultime deviazioni tra campi, fossati e strade arginali riportano gradualmente verso il punto conclusivo della traccia. Il traffico può restare modesto sulle strade secondarie, ma nei pressi dei centri abitati e degli incroci principali aumenta la necessità di attenzione. Gli ultimi chilometri scorrono ancora nella pianura, senza grandi variazioni altimetriche, fino al termine del percorso. https://youtu.be/YSiz8GT7aWI?si=e8hs4eAUsTB97mgN
225 chilometri tra San Marco, Presolana, Via Mala e Crocedomini
La partenza è da San Pellegrino Terme, con la Ducati Multistrada V4 Pikes Peak e una traccia che sulla carta mette insieme tre ambienti molto diversi: le Orobie bergamasche, la Val di Scalve e le montagne bresciane. Sono circa 225 chilometri registrati, ma il numero racconta poco. Qui contano soprattutto i continui cambi di quota, il ritmo delle provinciali e una sequenza di passi che a inizio ottobre richiede qualche attenzione in più rispetto alla piena estate. Da San Pellegrino si risale la Val Brembana puntando verso Piazza Brembana e Mezzoldo. Il fondovalle lascia progressivamente spazio a una strada più raccolta e la salita verso il Passo di San Marco comincia a farsi seria proprio oltre Mezzoldo. La carreggiata si restringe, aumentano tornanti e cambi di pendenza, spariscono progressivamente gli abitati. È una salita che sulla Multistrada si percorre bene lasciando lavorare il motore senza bisogno di forzare il ritmo. Il Passo di San Marco è a 1.992 metri e mette in comunicazione la Val Brembana con la Valtellina. La strada ha origini storiche importanti, legate alla Via Priula costruita dalla Repubblica di Venezia alla fine del Cinquecento per creare un collegamento commerciale verso i Grigioni evitando i territori controllati dagli spagnoli. Oggi resta soprattutto una bella strada di montagna, e ai primi di ottobre la quota si sente. Vegetazione più rada, luce più netta e temperature che possono cambiare parecchio rispetto al fondovalle. La traccia raggiunge il passo e torna sul versante bergamasco. Si perde rapidamente quota e cambia di nuovo il carattere del percorso. Invece di rientrare sulle direttrici più veloci, il GPX va a cercare la viabilità interna passando per il Passo della Crocetta, poco sopra i 1.050 metri. È un valico minore, sulla SP26, ma motociclisticamente ha parecchio senso: poco traffico, tornanti e carreggiata decisamente più raccolta rispetto alle strade principali. Da qui si entra nella Val Serina e si raggiunge il Passo di Zambla, a 1.264 metri, unico collegamento stradale diretto tra questo sistema di valli e la Val del Riso. Anche qui la strada conta più del panorama da cartolina. Curve abbastanza ravvicinate, continui cambi di appoggio e tratti nei quali conviene mantenere una guida pulita, soprattutto in autunno quando ombra, umidità e residui vegetali possono cambiare rapidamente l’aderenza. Il traffico normalmente è contenuto proprio perché Zambla non rappresenta la soluzione più rapida per spostarsi tra Val Brembana e Val Seriana. Ed è precisamente questo il suo pregio quando si viaggia in moto. La traccia continua verso Clusone e Castione della Presolana, quindi torna a salire fino al Passo della Presolana, circa 1.297 metri. Qui l'ambiente cambia ancora. Il massiccio della Presolana domina la strada e il valico collega la Val Seriana con la Val di Scalve lungo la SS671. La carreggiata è generalmente più importante rispetto alle provinciali percorse poco prima e il traffico può aumentare nei fine settimana, ma rimane una strada piacevole da guidare senza bisogno di trasformarla in una prova speciale. Dalla Presolana si scende verso Dezzo e arriva uno dei passaggi più caratteristici dell’intero giro, la Via Mala di Scalve. La vecchia strada venne realizzata nell’Ottocento, scavando la carreggiata nella roccia della forra del fiume Dezzo. Il progetto risale al 1861 e i lavori furono completati pochi anni dopo. Oggi il traffico utilizza anche le successive varianti e le gallerie, mentre una parte dell’antico tracciato è stata recuperata come percorso pedonale. La gola resta però perfettamente leggibile anche dalla strada moderna, con pareti molto vicine, tratti scavati nella roccia e luce che cambia continuamente entrando e uscendo dai tunnel. Passata Angolo Terme si perde ancora quota fino alla Val Camonica. È quasi una pausa prima della seconda grande salita della giornata. La traccia torna infatti verso nord est e comincia la lunga risalita in direzione di Breno e del Passo di Crocedomini. Qui il percorso cambia nuovamente scala. Dai circa 300 metri del fondovalle si ritorna progressivamente in ambiente alpino. La strada verso Crocedomini diventa stretta, presenta numerose curve e richiede attenzione nei tratti dove possono comparire brecciolino e materiale portato sulla carreggiata. Il passo è a 1.892 metri e si trova poco a sud del gruppo dell'Adamello, in un punto di collegamento tra Val Camonica, Val Sabbia e l'area delle Tre Valli bresciane. Non è ancora finita. Poco dopo Crocedomini la strada raggiunge il Goletto di Cadino, a circa 1.943 metri, che rappresenta la quota geografica più elevata di questa parte dell’itinerario. È un tratto aperto, esposto e decisamente montano, dove a ottobre la temperatura e il vento possono essere molto diversi da quelli incontrati poche decine di chilometri prima. Il Goletto precede la lunga discesa verso la Valle del Caffaro. Da qui si scende verso Bagolino. La strada perde quota rapidamente alternando curve, brevi rettilinei e tratti nei quali la montagna torna progressivamente a chiudersi attorno alla carreggiata. Dopo oltre duecento chilometri è anche la parte nella quale conviene ricordarsi che la stanchezza esiste, benché qualche motociclista continui ostinatamente a considerarla un problema riservato agli altri. Bagolino segna l’ultimo passaggio importante prima della discesa verso la Val Sabbia. La quota cala, ricompaiono vegetazione più fitta e centri abitati, il ritmo inevitabilmente cambia. Alle spalle restano San Marco, Crocetta, Zambla, Presolana, la gola della Via Mala, Crocedomini e Cadino. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Slovenia Expedition 2026 in moto: Vršič, Soča e Bohinj
La Slovenia Expedition del 12 settembre 2026, riletta attraverso la traccia registrata direttamente dal tracker della mia Ducati Multistrada V4 Pikes Peak, restituisce un percorso molto più interessante di quanto possa suggerire una semplice linea sulla mappa. L’anello misura circa 329 chilometri, parte e termina nell’area di Solkan e concentra in una sola giornata buona parte di ciò che caratterizza la Slovenia occidentale: il corso dell’Isonzo, le Alpi Giulie, il Vršič, gli altipiani boscosi di Pokljuka, Bohinj e le strade secondarie che riportano verso Nova Gorica. Il tracker registra circa undici ore tra partenza e rientro, soste comprese, con una quota massima poco superiore ai 1.630 metri. Il dato coincide, con la normale tolleranza del GPS, con il passaggio sul Vršič, che raggiunge ufficialmente i 1.611 metri. Da Solkan la strada comincia quasi subito a prendere quota. Non c’è molto tempo per abituarsi alle quote basse perché il percorso si infila nell’entroterra, alternando carreggiate secondarie, bosco e tratti più aperti prima di ridiscendere verso Kanal ob Soči. Qui l’Isonzo torna a essere il riferimento naturale del viaggio. La guida cambia ritmo: meno salita continua, più curve che seguono il terreno, piccoli centri abitati, ponti e continui cambi di luce. Su queste strade conviene guidare puliti, senza allargare inutilmente le traiettorie. La carreggiata non sempre concede spazio in abbondanza e nelle zone ombreggiate foglie, umidità e materiale trascinato ai margini possono comparire proprio dove non servono. Proseguendo verso Tolmin e Kobarid il paesaggio si apre, ma la strada non diventa banale. La valle della Soča è uno di quei territori in cui la geografia si legge direttamente dal manubrio: pareti che si stringono, acqua vicina alla sede stradale, brevi rettilinei e curve che arrivano con una continuità naturale. Kobarid porta con sé anche un peso storico preciso. La valle fu uno dei principali scenari del fronte dell’Isonzo durante la Prima guerra mondiale e ancora oggi musei, sacrari, fortificazioni e percorsi della memoria ne conservano le tracce. Sono presenze discrete lungo il viaggio, difficili però da ignorare quando si conosce quello che è accaduto su queste montagne. Superata Bovec comincia la parte decisamente alpina. La R1 206 risale la valle di Trenta seguendo la Soča verso l’interno delle Alpi Giulie e poi cambia carattere. La salita al Vršič diventa progressivamente più stretta, ripida e tecnica. Il valico conta cinquanta tornanti, ventisei sul lato di Trenta e ventiquattro su quello di Kranjska Gora. La strada è asfaltata ma conserva tratti pavimentati, è stretta nei settori più alti e richiede una velocità coerente con il fondo e con la visibilità. In sella alla Multistrada i cavalli, qui, contano molto meno della regolarità ai bassi regimi. Entrare troppo forte in un tornante significa soltanto complicarsi l’uscita, soprattutto quando pendenza e pavimentazione suggeriscono esattamente il contrario. Il 12 settembre 2026 c’era anche un elemento in più. Dal primo settembre era entrata in funzione una nuova organizzazione del traffico sulla sommità del Vršič e i lavori conclusivi nell’area del passo erano previsti fino alla fine del mese, pur mantenendo il transito attraverso il valico. La Slovenia, evidentemente, riesce a mettere un cantiere anche nel punto in cui uno vorrebbe limitarsi a guardare le montagne. Dalla cima, dove il tracker registra il punto più alto dell’intera giornata, la discesa verso Kranjska Gora richiede un’attenzione diversa. Le curve restano numerose, alcune molto chiuse, mentre auto, camper, ciclisti e mezzi turistici possono spezzare rapidamente il ritmo. La strada passa anche nell’area del lago Jasna prima di raggiungere Kranjska Gora. Il Vršič collega infatti direttamente la valle della Soča con questo versante delle Alpi Giulie attraverso la storica Ruska cesta, la Strada Russa, legata alla costruzione della viabilità militare durante la Prima guerra mondiale. La traccia prosegue verso Mojstrana e poi torna a salire, entrando nel settore di Pokljuka. Il cambiamento del paesaggio è netto. Le pareti rocciose lasciano progressivamente spazio ai boschi, agli abeti e ai pascoli dell’altopiano. Pokljuka si sviluppa indicativamente tra i 1.000 e i 1.500 metri ed è uno dei settori in cui quota e vegetazione fanno percepire rapidamente anche le variazioni di temperatura. Le strade principali sono asfaltate, ma il reticolo forestale intorno è molto più complesso e non tutto è liberamente percorribile con mezzi a motore. Nel 2026 questo aspetto era particolarmente importante. Alcune strade forestali di Pokljuka erano soggette a limitazioni stagionali e la locale Koprivnik, Goreljek risultava interessata da lavori e chiusure, con deviazione prevista attraverso la viabilità consentita di Mrzli Studenec e Jereka. La traccia registrata dalla moto mostra infatti un andamento articolato sull’altopiano prima della discesa verso Bohinj. È uno di quei casi in cui il GPX reale racconta più di una pianificazione fatta a tavolino: sulla carta pochi chilometri possono sembrare intercambiabili, sul posto accessi, lavori e regolamentazioni decidono invece dove passeranno davvero le ruote. La discesa verso Bohinj riporta progressivamente sotto quota mille. Il lago entra nel percorso quasi come una parentesi geografica e poco dopo, da Bohinjska Bistrica, la strada ricomincia a salire verso Soriška planina. Cambia ancora il modo di guidare. Le curve diventano più leggibili, il traffico si dirada e la salita permette di sfruttare la coppia del motore senza dover continuamente frenare e ripartire. Il fondo resta prevalentemente asfaltato, ma sulle strade di montagna conviene lasciare sempre quel margine che permette di assorbire un rattoppo, un po’ di ghiaia trascinata fuori da una piazzola o una zona rimasta umida sotto gli alberi. Dopo Sorica la traccia si infila nuovamente su strade secondarie, gira verso ovest e torna progressivamente nell’area della valle della Bača e di Tolmin. A questo punto i chilometri cominciano a farsi sentire, ma il tratto finale non concede un vero trasferimento di riposo. Il percorso risale ancora verso Čepovan, attraversando un territorio boscoso che si mantiene attorno ai seicento metri e oltre, quindi scende verso Grgar e infine Solkan. Il paesaggio torna gradualmente quello della partenza, ma per arrivarci restano curve, piccoli nuclei abitati e carreggiate sulle quali è meglio non abbassare l’attenzione proprio negli ultimi chilometri. Quando il tracker chiude l’anello praticamente nello stesso punto dal quale era partito, sono trascorsi circa 329 chilometri attraverso l’Isonzo, Bovec, Trenta, il Vršič, Kranjska Gora, Pokljuka, Bohinj, Soriška planina e le montagne dell’entroterra di Nova Gorica. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Tre valichi alpini tra Bolzano, Vipiteno, Merano e Val di Non
Sabato 22 agosto 2026 la partenza è da Bolzano, con la Ducati Multistrada V4 Pikes Peak e una traccia che alla fine registrerà poco meno di 199 chilometri. Non è un anello e non cerca scorciatoie per tornare al punto di partenza. Parte dal fondovalle dell’Adige, sale due volte oltre i duemila metri, scende in Val Passiria, torna a guadagnare quota al Passo Palade e termina a Mezzolombardo. Un percorso compatto, ma con parecchi cambi di ritmo. Da Bolzano si imbocca la SS508 entrando nella Val Sarentino. La strada segue il solco del Talvera e nella prima parte lascia poco spazio alla distrazione. Pareti ravvicinate, gallerie, tratti protetti e curve che si susseguono mentre la quota aumenta con regolarità. Nell’agosto 2026 proprio questo settore era interessato da interventi della Provincia di Bolzano per la protezione dalla caduta massi, un promemoria abbastanza concreto di quanto queste strade alpine siano infrastrutture vive e non scenografie costruite per noi motociclisti. Superato Sarentino il paesaggio cambia progressivamente. La valle si apre, le costruzioni si diradano e la strada comincia a mostrare il carattere della salita verso Pennes. Si passa dalla vegetazione del fondovalle ai prati d’alta quota, con temperature che possono perdere diversi gradi nell’arco di pochi chilometri. Sulla Pikes Peak la salita è naturale. Le curve sono generalmente leggibili e permettono di usare bene il motore senza trasformare ogni tornante in un esercizio ginnico. Conviene comunque tenere margine, soprattutto nelle zone d’ombra, dove sporco portato dai mezzi agricoli, umidità e piccoli residui ai bordi della carreggiata fanno parte della normalità. Il Passo Pennes arriva a 2.211 metri dopo circa 47 chilometri dalla partenza secondo la traccia registrata. È il punto più alto dell’itinerario e separa la Val Sarentino dall’Alta Valle Isarco. Il versante settentrionale è più ripido e meno abitato rispetto a quello affrontato in salita, caratteristica documentata anche nella descrizione geografica del valico. La strada verso Vipiteno cambia quindi immediatamente tono: tornanti più marcati, pendenze evidenti e una discesa nella quale serve lavorare maggiormente con traiettorie e freno motore. Vipiteno arriva attorno al sessantatreesimo chilometro. È anche uno dei punti più logici per una sosta o per il rifornimento, perché da qui comincia subito il secondo blocco alpino. La SS44 prende quota verso il Passo Giovo e torna rapidamente a richiedere attenzione. È una salita diversa dal Pennes. Più costruita, più frequentata, con una sequenza continua di curve che alterna bosco e zone progressivamente più aperte. A quota 2.094 metri il Giovo collega l’area di Vipiteno con la Val Passiria. La strada è nota proprio per il numero di curve e tornanti e per l’utilizzo condiviso con ciclisti, automobilisti e motociclisti. La discesa verso San Leonardo in Passiria è probabilmente il tratto nel quale una moto come la V4 Pikes Peak trova il terreno più congeniale, ma è anche quello dove conviene evitare eccessi di entusiasmo. La visuale cambia continuamente, alcune curve chiudono più di quanto suggerisca l’ingresso e il traffico in senso opposto può comparire in fretta. San Leonardo viene raggiunta poco prima dei cento chilometri. Da qui si segue la Val Passiria in direzione Merano e l’altitudine scende rapidamente. Cambiano luce, temperatura e vegetazione. Dopo l’ambiente alpino dei due valichi si torna tra coltivazioni, centri abitati e traffico locale. La guida diventa meno tecnica e più condizionata dal flusso dei veicoli, soprattutto avvicinandosi all’area meranese. Dopo Merano e Lana la traccia torna però a salire. La SS238 affronta il Passo Palade, Gampenpass in tedesco, che a 1.518 metri collega la zona di Merano con l’alta Val di Non. Sono circa diciotto chilometri di risalita dalla zona di Lana e il carattere è completamente diverso rispetto ai due passi precedenti. Molto più bosco, minore esposizione, curve concatenate e una quota sufficiente per ritrovare aria fresca dopo il fondovalle. Dal Palade comincia la parte finale. La discesa conduce verso Fondo e quindi attraverso l’altopiano della Val di Non. Qui la strada perde gradualmente il carattere alpino puro. I paesi tornano più frequenti, compaiono frutteti e incroci, il ritmo si abbassa senza che il percorso diventi monotono. Attraversando l’area di Romeno e Sanzeno si raggiunge Dermulo, poi la SS43 accompagna verso sud. Gli ultimi chilometri sono quelli in cui si sente davvero la quota sparire sotto le ruote. Il fondovalle si avvicina, la temperatura torna a salire e le curve lasciano progressivamente spazio a tratti più scorrevoli. Mezzolombardo arriva dopo 198,7 chilometri registrati dal GPS della moto. Dietro rimangono tre passi, due salite oltre i duemila metri e una lunga diagonale attraverso Alto Adige e Trentino che, sulla carta, sembra quasi ordinata. Guidandola lo è molto meno, ed è precisamente questo il punto.
In moto tra Cadore, Carnia e Lago di Sauris
Il giro di sabato 22 agosto 2026 nasce da Laggio di Cadore e si sviluppa per circa 97 chilometri tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Una distanza contenuta, almeno sulla carta. In realtà, tra valichi, strade strette, gallerie e continui cambi di quota, questo anello richiede attenzione e una guida pulita. La Ducati Multistrada V4 Pikes Peak è nel suo ambiente naturale, soprattutto quando il percorso abbandona le arterie principali e comincia a seguire il profilo irregolare della montagna. Da Laggio si scende brevemente verso Lorenzago di Cadore, prima di imboccare la SS52 Carnica in direzione del Passo della Mauria. Il primo tratto attraversa il bosco e guadagna quota con una successione di curve abbastanza scorrevoli. La carreggiata non è larga, ma consente di mantenere un buon ritmo senza forzare. Occorre comunque considerare il traffico locale, qualche mezzo pesante e la possibilità di trovare ghiaia vicino al margine, soprattutto nelle curve più chiuse. Il Passo della Mauria, a 1.298 metri, collega Lorenzago di Cadore con Forni di Sopra e segna il passaggio dal Veneto al Friuli Venezia Giulia. Non è un valico spettacolare nel senso più turistico del termine. È piuttosto una strada concreta, utilizzata ogni giorno, con pendenze moderate e alcuni tornanti che interrompono i tratti più veloci. La Ducati sale senza alcuno sforzo apparente e permette di lavorare soprattutto con la terza marcia, lasciando al motore il compito di raccordare le curve. Dal passo comincia la discesa verso Forni di Sopra. Il bosco rimane vicino alla carreggiata e la luce cambia continuamente, passando da zone aperte a tratti in ombra dove l’asfalto può conservare umidità anche quando il resto della strada è asciutto. In discesa conviene non anticipare troppo l’ingresso nelle curve cieche. La SS52 è generalmente più regolare delle provinciali che arriveranno dopo, ma resta una strada alpina, con accessi laterali e carreggiate che si restringono nei punti meno recenti. Forni di Sopra appare nella parte alta della valle del Tagliamento, circondata dalle Dolomiti Friulane. Il percorso continua verso Forni di Sotto seguendo una discesa graduale, più scorrevole rispetto al tratto della Mauria. Qui aumenta la velocità media, ma anche la possibilità di incontrare automobili, motociclisti e ciclisti. Forni di Sopra e Ampezzo sono inoltre i riferimenti più pratici per carburante, bar e una sosta prima di affrontare la parte più isolata dell’anello. Superato Forni di Sotto, la SS52 accompagna la moto verso Ampezzo. La valle si apre leggermente e le curve diventano più ampie, con una buona visibilità nei tratti esterni ai centri abitati. Ad Ampezzo si lascia la statale e si prende la strada per il Passo Pura. Da questo punto il carattere del giro cambia. La carreggiata diventa stretta, la pendenza aumenta e le curve richiedono una traiettoria più precisa. Non è il posto adatto per entrare larghi o correggere all’ultimo momento, perché un veicolo proveniente dalla direzione opposta può occupare buona parte dello spazio disponibile. Il Passo Pura raggiunge i 1.428 metri. La salita attraversa una zona quasi interamente boscosa, con tornanti ravvicinati e brevi rettilinei nei quali è meglio non prendere troppa velocità. La Multistrada V4 Pikes Peak rimane agile nonostante le dimensioni, ma su una strada del genere conta più la regolarità dell’acceleratore che la potenza. Seconda marcia, qualche passaggio in prima nei tornanti più stretti e freno posteriore usato con misura aiutano a mantenere la moto composta. Nei pressi del passo si trova il Rifugio Tita Piaz, riferimento utile per una pausa. Poi la strada scende verso il Lago di Sauris attraversando il bosco e raggiungendo una galleria stretta che precede la diga. La luce cambia bruscamente e l’interno può essere umido. È bene ridurre la velocità prima dell’ingresso, non quando si è già al buio. All’uscita compare il bacino artificiale del Lumiei, conosciuto come Lago di Sauris, chiuso dalla diga costruita nella stretta valle. Dopo la diga si prosegue verso La Maina e Sauris di Sotto. Sauris, chiamata Zahre nella lingua locale, conserva una parlata di origine germanica e una cultura rimasta a lungo protetta dall’isolamento geografico. La strada spiega bene il motivo. Per arrivare fin qui bisogna attraversare montagne, gallerie e valichi che ancora oggi impongono tempi diversi da quelli suggeriti dai chilometri. Lasciato il lago, il tracciato sale nuovamente verso Sauris di Sopra e continua in direzione della Sella di Rioda. Le quote aumentano rapidamente e la vegetazione si abbassa, lasciando più spazio ai pascoli. L’asfalto sulle strade d’alta quota può essere meno uniforme, con rattoppi, piccoli cedimenti e materiale trascinato dalle piogge. La prudenza non rallenta il viaggio. Evita soltanto di trasformare una curva sporca in un problema. La Sella di Rioda, posta attorno ai 1.800 metri, introduce nella zona di Casera Razzo. Da qui il percorso continua verso la Sella di Razzo e raggiunge la Sella Ciampigotto, a 1.790 metri. È il punto più alto dell’anello e anche quello dove la montagna cambia ancora aspetto. Gli spazi diventano più aperti, l’aria più fresca e la luce meno filtrata dagli alberi. Il traffico è generalmente limitato, ma la presenza di escursionisti, animali e veicoli agricoli suggerisce di non considerare mai la strada completamente libera. Da Ciampigotto comincia la lunga discesa lungo la SP619 verso Laggio di Cadore. I primi chilometri alternano curve strette e tratti più distesi, poi il bosco torna a chiudersi intorno alla carreggiata. Dopo quasi cento chilometri di guida continua, è proprio qui che serve conservare concentrazione. La quota diminuisce, l’asfalto torna progressivamente più regolare e le ultime curve riportano la Ducati tra le case di Laggio, nello stesso punto dal quale l’anello era cominciato. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. https://youtube.com/shorts/GVmNAF4RE5w?si=EobUIm2V-TRWmPH6
Passo Pennes, Passo Giovo e Passo Palade in moto
Da Bolzano a Mezzolombardo in moto attraverso Pennes, Giovo e Palade Partire da Bolzano per raggiungere Mezzolombardo potrebbe sembrare un semplice trasferimento tra Alto Adige e Trentino. La traccia racconta invece quasi 200 chilometri di strade alpine, tre valichi e continui cambiamenti di quota, temperatura e paesaggio. Il percorso attraversa la Val Sarentino, raggiunge il Passo Pennes, scende verso Vipiteno, supera il Passo Giovo e la Val Passiria, quindi risale al Passo Palade prima di entrare in Val di Non. È un itinerario interamente asfaltato, ma non va sottovalutato. Le distanze non sono enormi, mentre la concentrazione richiesta dalle curve e dai dislivelli si fa sentire. Da Bolzano si imbocca la SS 508 seguendo le indicazioni per Sarentino. L’uscita dalla città avviene rapidamente e la strada entra nella parte più stretta della valle, affiancando il torrente Talvera. Le gallerie si alternano a brevi aperture nella roccia e nei primi chilometri occorre abituarsi ai cambi di luce. L’asfalto è generalmente regolare, ma nelle zone in ombra può restare umido anche quando a Bolzano la giornata sembra già pienamente estiva. Il traffico locale è presente, soprattutto nelle ore lavorative, senza però compromettere il piacere della guida. Superato Sarentino, la valle si allarga per qualche chilometro. Campi, masi e versanti coperti di boschi accompagnano una strada che comincia a salire con maggiore decisione verso Campolasta e Pennes. Le curve diventano più frequenti, ma restano leggibili e permettono di mantenere un ritmo fluido. La carreggiata non è sempre larga e conviene lasciare spazio ai mezzi agricoli e agli autobus, che da queste parti non hanno ancora imparato a diventare trasparenti. Avvicinandosi al Passo Pennes la vegetazione si dirada. Il bosco lascia progressivamente posto ai pascoli e alle pietraie delle Alpi Sarentine, mentre l’aria diventa sensibilmente più fresca. Il valico raggiunge i 2.211 metri e rappresenta il punto più alto dell’intero itinerario. Gli ultimi chilometri sono esposti al vento e soggetti a repentini cambiamenti meteorologici. Anche in estate non è raro trovare temperature basse, nebbia o piccoli residui di ghiaia portati sulla carreggiata dall’acqua. La strada rimane piacevole, ma richiede una guida pulita, soprattutto nei tornanti e nelle curve che nascondono il tratto successivo. La discesa sul versante settentrionale è più severa. Alcuni passaggi sono stretti e il fondo può presentare rattoppi, sporco ai margini oppure materiale trascinato dai pendii. Perdendo quota ricompaiono gli alberi e la strada entra nella valle che conduce verso Campo di Trens e Vipiteno. Qui cambiano nuovamente temperatura e traffico. Dopo il relativo isolamento del Pennes si torna tra paesi, incroci e attività commerciali. Vipiteno è anche uno dei punti più comodi per una sosta o per rifornire, evitando di affrontare il valico successivo con l’indicatore della benzina impegnato in previsioni pessimistiche. Da Vipiteno si procede verso Casateia e si imbocca la SS 44 in direzione del Passo Giovo. La salita attraversa la Val Giovo con una sequenza più serrata di curve e tornanti. Il fondo, in condizioni normali, offre una buona aderenza, anche se la strada risente del clima alpino e delle manutenzioni stagionali. Il Passo Giovo, a circa 2.094 metri, collega la Valle Isarco con la Val Passiria ed è il collegamento più diretto tra Vipiteno e Merano. Rispetto al Pennes è generalmente più frequentato. Motociclisti, ciclisti, automobili e mezzi turistici impongono di non allargare le traiettorie, neppure quando la curva sembra invitare a farlo. La discesa verso San Leonardo in Passiria è lunga e varia. Nella parte alta prevalgono tratti aperti, tornanti e visuali profonde sulla valle. Più in basso la strada entra tra boschi, abitazioni e piccoli nuclei abitati. Le temperature salgono rapidamente e, proseguendo verso Rifiano e Merano, il paesaggio alpino lascia spazio a vigneti, meleti e vegetazione più mediterranea. Questa escursione termica è una delle caratteristiche tecniche del giro. Nell’arco di poche ore si passa dal caldo del fondovalle all’aria sottile dei valichi, per poi ritrovare nuovamente temperature elevate nella conca meranese. Attraversata l’area di Merano si continua verso Lana, dove comincia la salita della SS 238 al Passo Palade. È una strada diversa dalle due precedenti. La quota massima è più contenuta, 1.518 metri, e gran parte del percorso si sviluppa nel bosco. La salita è lunga, regolare e ben raccordata, con curve ampie alternate a tornanti più stretti. L’ombra mantiene spesso l’asfalto fresco e in alcuni punti umido. In autunno bisogna considerare anche foglie e terriccio, mentre durante la stagione turistica il traffico può diventare consistente. Partire presto o scegliere un giorno feriale permette di affrontare questo tratto con maggiore continuità. Dal Passo Palade si scende verso Senale e Fondo, entrando nell’Alta Val di Non. Il paesaggio cambia ancora. Le pareti alpine si allontanano e compaiono altopiani coltivati, paesi ordinati e vaste distese di meleti. Attraverso Fondo, Ronzone e la viabilità che conduce verso Dermulo si raggiunge la zona del lago di Santa Giustina. In questo settore il percorso diventa più scorrevole, anche se gli attraversamenti abitati, le rotatorie e il traffico locale richiedono attenzione. L’ultimo tratto segue la direttrice della Val di Non verso Taio, la Rocchetta e Mezzolombardo. La strada perde quota con curve veloci, gallerie e tratti dove il traffico commerciale può essere più presente. Dopo l’ambiente raccolto dei valichi, il ritmo cambia inevitabilmente. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. Prima della partenza è opportuno controllare il bollettino ufficiale della viabilità altoatesina, perché Passo Pennes e Passo Giovo possono essere interessati da chiusure stagionali, lavori o limitazioni. Mezzolombardo arriva dopo circa 199 chilometri, quando le montagne si aprono sulla Piana Rotaliana e la strada torna definitivamente alla quota del fondovalle.
Itinerario in moto tra la Strada del Vino e la Val di Non
Dal Lago di Caldaro alla Val di Non in moto, passando per la Mendola La traccia prende avvio nella zona di Termeno, poco a sud di Caldaro, e misura circa 96 chilometri. Non è un itinerario lungo, ma concentra in una distanza relativamente contenuta tre ambienti molto diversi: i vigneti dell’Oltradige, la salita rocciosa del Passo della Mendola e l’altopiano coltivato della Val di Non. Il punto finale si trova a Frangarto, frazione di Appiano sulla Strada del Vino, alle porte di Bolzano. Da Termeno si procede verso nord seguendo la Strada del Vino dell’Alto Adige. La carreggiata attraversa una campagna ordinata, occupata quasi interamente da vigneti, masi e aziende agricole. Siamo a poco più di 200 metri di quota e il clima, soprattutto durante l’estate, può essere decisamente caldo. Non è raro partire con oltre trenta gradi e trovare aria molto più fresca meno di un’ora dopo, una volta raggiunta la Mendola. Il passaggio verso Caldaro avviene su strade ben tenute, con curve morbide e numerosi accessi laterali. Qui non serve una guida aggressiva. Trattori, mezzi agricoli, ciclisti e automobili che entrano nelle cantine fanno parte del paesaggio quanto i filari. Durante la vendemmia può comparire anche un po’ di terra sull’asfalto, soprattutto vicino agli ingressi dei poderi. Nulla di drammatico, purché si guardi la strada invece delle insegne delle enoteche, attività che in moto produce risultati generalmente migliori. Caldaro si trova ai piedi della Costiera della Mendola, mentre il lago rimane più in basso, sul lato orientale dell’abitato. Il territorio fa parte della Strada del Vino dell’Alto Adige, un percorso che collega sedici comuni tra Nalles e Salorno. Attraversato il paese, la traccia punta verso Pianizza di Sopra e raggiunge l’innesto della SS42. Da questo momento cambia tutto. La montagna chiude l’orizzonte, la vegetazione si infittisce e la strada comincia a salire con decisione. Il Passo della Mendola raggiunge quota 1.363 metri e collega l’Oltradige con l’Alta Val di Non. Sul versante altoatesino la salita supera circa 900 metri di dislivello attraverso una sequenza di tornanti e tratti scavati sotto la parete rocciosa. L’asfalto è generalmente buono, ma alcuni raccordi e rattoppi possono rendere meno uniforme la traiettoria. Le curve sono leggibili, alternate a traversi più veloci, con parapetti e punti esposti che permettono di vedere Caldaro, la Valle dell’Adige e, quando l’aria è limpida, le montagne sul versante opposto. La carreggiata non è particolarmente stretta, tuttavia nei tornanti conviene mantenere una linea prudente. Autobus, camper e ciclisti possono occupare più spazio del previsto. Il traffico aumenta nei fine settimana estivi, mentre al mattino presto la salita è più scorrevole e la temperatura gradevole. Nei tratti in ombra possono restare umidità, foglie e piccoli depositi di ghiaia, specialmente dopo un temporale. Sul passo sono presenti bar e strutture dove fermarsi, ma il rifornimento è più comodo a Caldaro, Appiano, Fondo oppure nella zona di Cles. Superata la Mendola, la discesa verso Ronzone, Sarnonico e Cavareno è più aperta. Il panorama cambia nuovamente. La roccia lascia spazio a boschi, prati e frutteti, mentre la quota rimane per diversi chilometri vicina ai mille metri. La strada permette un’andatura regolare, con curve ampie e buona visibilità, anche se gli attraversamenti dei paesi richiedono attenzione. Qui la moto scorre bene senza bisogno di forzare, e proprio per questo è facile arrivare troppo allegri alla prima rotonda. Da Cavareno la traccia scende attraverso Romeno e Sanzeno, entrando nella parte centrale della Val di Non. Il territorio non è una valle stretta nel senso tradizionale. È un ampio altopiano inciso profondamente dal torrente Noce e dai suoi affluenti, con paesi distribuiti sui due versanti e grandi distese di meleti. Le variazioni di quota sono continue ma mai estreme. Raggiunta Dermulo, il percorso si avvicina al Lago di Santa Giustina, il grande bacino artificiale formato dallo sbarramento del Noce. La traccia prosegue nella zona settentrionale del lago e risale verso gli abitati oggi riuniti nel comune di Novella. Le strade locali presentano carreggiate più raccolte, curve ravvicinate e qualche tratto nel bosco. Il fondo è asfaltato, ma può essere meno uniforme rispetto alla SS42, con giunti, rattoppi e materiale portato sulla sede stradale dai mezzi agricoli. Il passaggio tra Cagnò, Revò, Cloz e Brez attraversa una delle zone più tranquille dell’itinerario. I meleti seguono il profilo delle colline e lasciano apparire, a tratti, le gole scavate dal torrente Novella. Qui conta più la precisione che la velocità. Le curve cambiano raggio, gli incroci sono frequenti e qualche casa si affaccia direttamente sulla carreggiata. Da Brez si raggiunge Fondo, principale centro dell’Alta Val di Non e punto utile per una sosta o per fare rifornimento. La traccia ritrova quindi la SS42 e ripercorre il collegamento verso il Passo della Mendola. Affrontata in direzione opposta, la strada mostra un carattere diverso. Il versante trentino sale gradualmente, mentre la vera discesa comincia oltre il valico. Sul lato di Caldaro i tornanti richiedono una buona gestione del freno motore e uno sguardo lungo. La temperatura cresce rapidamente, il bosco si dirada e tornano i vigneti. Raggiunto l’Oltradige, il percorso passa nell’area di Appiano e prosegue verso Frangarto, a circa 250 metri di quota, dove termina nei pressi di Castel Firmiano. La montagna resta alle spalle, con la linea della Mendola ormai alta sopra i filari. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Dalla Carinzia alla Slovenia in moto
Ci sono itinerari che attraversano un confine e altri che, nel giro di pochi chilometri, sembrano cambiare più volte Paese, paesaggio e perfino carattere. Questa traccia tra Austria e Slovenia appartiene decisamente alla seconda categoria. Si parte da Maria Rain, poco a sud di Klagenfurt, e si arriva a Völkermarkt dopo circa 269 chilometri di strade secondarie, salite, discese, boschi e piccoli centri. In mezzo ci sono la Carinzia meridionale, le montagne della Slovenia settentrionale, la salita verso Rogla e il ritorno in Austria attraverso Soboth e la valle della Drava.
Il Monte Grappa in moto lungo il versante di Porteghetti
Il Monte Grappa offre parecchi modi per complicarsi piacevolmente la giornata in moto. Si può salire da uno dei versanti più conosciuti, raggiungere la zona sommitale, bere qualcosa e tornare verso la pianura con la ragionevole soddisfazione di aver fatto il proprio dovere. Oppure si può seguire una traccia come questa, lunga circa 122 chilometri, che parte da Crespano del Grappa, attraversa ripetutamente il settore settentrionale del massiccio e termina a Cismon del Grappa passando dalla strada di Porteghetti. È una soluzione meno lineare, con diversi cambi di quota e una parte centrale percorsa più volte. In pratica, il Grappa non viene semplicemente attraversato. Viene studiato con una certa ostinazione. Da Crespano del Grappa si comincia a salire quasi subito, lasciando alle spalle la fascia pedemontana trevigiana. Il paese si trova poco sotto i 300 metri di quota e il passaggio verso la montagna è netto. Le case diventano più rade, la vegetazione si stringe attorno alla carreggiata e le pendenze obbligano a trovare presto un ritmo regolare. La strada è asfaltata, ma non sempre larga e uniforme. Nei tratti ombreggiati possono restare umidità, foglie e piccoli residui trascinati dall’acqua, soprattutto fuori dalla stagione estiva. Conviene guidare lasciando respirare la moto, senza entrare nelle curve con l’ottimismo di chi pensa che dietro ogni tornante ci sia necessariamente asfalto pulito. La salita attraversa il versante meridionale del massiccio e porta rapidamente sopra i mille metri. I tornanti sono frequenti, alternati a tratti più distesi nei quali si percepisce la quota guadagnata. Cambiano anche luce e temperatura. Il bosco protegge dal sole e trattiene l’umidità, poi si apre lasciando spazio ai prati, alle malghe e alle dorsali spoglie del Grappa. In pochi chilometri si passa dalla pianura veneta a un ambiente decisamente montano, esposto al vento e soggetto a cambiamenti meteorologici molto rapidi. La traccia raggiunge una quota massima registrata di circa 1.720 metri, restando nell’area superiore del massiccio e vicino a Cima Grappa, la cui vetta arriva a 1.775 metri. Qui la guida cambia ancora. Le curve sono generalmente più leggibili, ma il fondo può presentare rattoppi, crepe e ghiaia portata ai margini della carreggiata. In alcuni punti il panorama si apre verso la pianura, in altri verso la valle del Brenta e il Feltrino. Non è però una strada da affrontare distratti dal paesaggio. La carreggiata resta una strada di montagna, frequentata da ciclisti, escursionisti, animali al pascolo e veicoli che spesso occupano più spazio di quanto il buon senso consiglierebbe. Il passaggio nella zona sommitale ricorda anche la funzione militare avuta dal Grappa durante la Prima guerra mondiale. Strade, gallerie, postazioni e collegamenti furono realizzati o ampliati per sostenere il fronte dopo Caporetto. Il Sacrario di Cima Grappa custodisce i resti di oltre ventimila soldati italiani e austroungarici. Anche attraversando il massiccio senza fermarsi a lungo, è difficile considerare queste montagne come un semplice campo giochi per motociclisti. La strada rimane piacevole da guidare, certo, ma corre dentro una geografia segnata pesantemente dalla storia. Superata la parte più alta, l’itinerario piega verso nord e comincia a perdere quota in direzione di Seren del Grappa. La discesa richiede una guida ordinata. Alcuni tornanti chiudono più del previsto, la pendenza mette alla prova i freni e nei tratti dentro il bosco la visibilità diminuisce. Meglio usare il freno motore e conservare un margine, perché incontrare un ramo, una chiazza umida o una manciata di ghiaia a moto già inclinata è un’esperienza istruttiva, ma non necessariamente da inserire nel programma. Avvicinandosi a Seren il paesaggio si addolcisce. Compaiono prati, abitazioni sparse e piccoli nuclei rurali, mentre la montagna lascia intravedere la valle dello Stizzon e il settore del Feltrino. In questa parte sono più facili anche una sosta e un eventuale rifornimento, mentre sulle strade alte del Grappa non conviene affidarsi alla speranza. Partire con carburante sufficiente è una precauzione banale, ma continua a funzionare sorprendentemente bene. La particolarità della traccia emerge proprio sul versante settentrionale. Dopo la prima discesa, il percorso torna a salire verso Forcelletto e la viabilità alta, ripercorre parte del collegamento con Seren e affronta nuovamente la montagna. Non è quindi un classico anello continuo. Ci sono tratti sovrapposti e cambi di direzione che portano il dislivello complessivo ben oltre quello di una sola salita. Per chi vuole guidare, e non semplicemente raggiungere una destinazione, è una caratteristica interessante. Permette inoltre di leggere la stessa strada in entrambi i sensi, scoprendo quanto una curva apparentemente semplice in salita possa diventare più impegnativa quando la si affronta in discesa. Tornati ancora una volta nella parte alta, la traccia abbandona il collegamento principale con Seren e si dirige verso il margine occidentale del massiccio. La strada si fa più appartata e meno accomodante. La discesa verso Porteghetti presenta carreggiata stretta, numerosi tornanti e tratti nei quali vegetazione e pareti rocciose riducono la visuale. Non è il posto adatto per improvvisare traiettorie larghe. Occorre considerare la possibile presenza di veicoli in senso contrario, anche quando la strada sembra dimenticata dal resto del mondo. Scendendo attraverso la Val Cesilla, la quota cala rapidamente e il clima cambia ancora. Il bosco diventa più fitto, l’aria meno esposta e le pareti della valle del Brenta cominciano a chiudere l’orizzonte. Porteghetti è il passaggio che collega questa strada secondaria con Cismon del Grappa. L’ultimo tratto porta verso il fondovalle, a circa 300 metri di altitudine, dove ricompaiono la viabilità ordinaria e il corso del Brenta. Dopo 122 chilometri, tre province sfiorate e parecchi metri di quota guadagnati più di una volta, la traccia termina a Cismon senza bisogno di aggiungere altro. La montagna, in compenso, ha già detto parecchio.
Passo San Marco in moto, da San Pellegrino Terme a Morbegno
Venerdì 10 luglio 2026 sono partito da Verona con la Ducati Multistrada V4 Pikes Peak e, dopo il trasferimento autostradale, alle dieci ero a San Pellegrino Terme. La traccia vera comincia qui, davanti all’imbocco dell’alta Val Brembana, e termina a Morbegno dopo circa 67 chilometri. Distanza contenuta, ma il dislivello e il continuo cambio di ambiente la rendono molto più intensa di quanto suggerisca il numero sul navigatore. Da San Pellegrino si segue la SS470 risalendo il corso del Brembo. Il primo tratto attraversa San Giovanni Bianco e prosegue verso Piazza Brembana con un andamento scorrevole, curve ampie e diversi passaggi tra pareti rocciose, bosco e abitati. Il traffico del venerdì mattina era presente ma senza diventare fastidioso. Qui la Pikes Peak lavora quasi in scioltezza: seconda e terza marcia bastano per tenere un ritmo regolare, senza dover trasformare ogni sorpasso in una pratica amministrativa. Superata Piazza Brembana, la valle si restringe e la strada cambia carattere. Si passa da Olmo al Brembo e si punta verso Mezzoldo, dove l’altitudine comincia a farsi sentire anche nella temperatura. Le case diventano più rade, il bosco si avvicina alla carreggiata e le curve iniziano a chiudere con maggiore decisione. L’asfalto è generalmente buono, ma nei tratti ombreggiati conviene lasciare un margine per umidità, piccoli riporti di ghiaia e rattoppi. Nulla di complicato, purché si guidi guardando oltre la curva invece di fissare il metro davanti alla ruota. Dopo Mezzoldo comincia la salita vera al Passo San Marco. La strada prende quota con una lunga sequenza di tornanti e tratti esposti, alternando rampe più sostenute a brevi respiri. La carreggiata non è larga e la visibilità cambia continuamente, perciò la linea pulita vale più della fretta. Salendo, il bosco lascia spazio ai pascoli e alle rocce delle Orobie. Anche la luce cambia. A quasi duemila metri l’aria è più fresca e il motore sembra lavorare in un ambiente completamente diverso da quello lasciato poche decine di chilometri prima. Poco sotto il valico si incontra la zona di Cà San Marco, legata alla storica Via Priula, costruita alla fine del Cinquecento per collegare il territorio bergamasco alla Valtellina e ai commerci verso i Grigioni. La vecchia casa cantoniera risale al 1593. Non serve essere appassionati di storia per capire perché questa strada esista: basta guardare la linea del passo e immaginare uomini, merci e animali attraversare queste montagne molto prima che arrivassero asfalto, mappe digitali e motociclisti convinti che il problema principale sia scegliere la modalità di guida. Il Passo San Marco raggiunge quota 1.992 metri e segna il passaggio dalla Val Brembana alla Valtellina. La discesa verso Albaredo per San Marco è più aperta e panoramica, ma richiede attenzione. I tornanti arrivano ravvicinati, alcune curve scaricano verso valle e la pendenza invita facilmente a entrare più forte del necessario. Il freno motore della Ducati aiuta molto, mentre la ciclistica precisa permette di cambiare direzione senza fatica, purché non si dimentichi che la strada resta aperta a tutti. Dopo Albaredo la vegetazione torna più fitta, la quota cala rapidamente e l’aria si scalda. Le ultime curve accompagnano verso il fondovalle, poi compaiono le prime case di Morbegno e il traffico riprende il suo spazio. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. Il percorso finisce qui, con la Ducati ferma e il Passo San Marco ormai alle spalle.
Lessinia, Monte Baldo e Sdruzzinà: un anello motociclistico tra Verona e Trentino
Ci sono itinerari che non hanno bisogno di presentarsi con fanfare, adesivi celebrativi o proclami da esploratore con il bauletto in alluminio lucidato a specchio. Arrivano, fanno il loro mestiere e ti ricordano perché la moto, quando incontra la strada giusta, diventa ancora una delle poche invenzioni umane davvero riuscite. Questo giro parte da Negrar, nel cuore della Valpolicella, a pochi chilometri da Verona, e disegna un anello che attraversa alcuni dei luoghi più belli e guidati tra Lessinia, Monte Baldo e primo Trentino. È un percorso perfetto per chi cerca curve, quota, panorami, cambi di ambiente e quella piacevole sensazione di passare da un mondo all’altro senza dover esibire passaporti, visti, autocertificazioni o altre forme di inutile sofferenza burocratica. L’itinerario tocca Ponte di Veja, Fosse, Peri, Spiazzi, la dorsale del Baldo, Chizzola, Ala, la salita della Sdruzzinà, Sega di Ala, Passo Fittanze, Sant’Anna d’Alfaedo e rientra verso Negrar. Un anello compatto, ma ricco. Di quelli che sembrano semplici sulla mappa e poi, curva dopo curva, iniziano a raccontare molto di più. La partenza da Negrar è già una dichiarazione d’intenti. Siamo in Valpolicella, terra di colline, vigneti, pietra, borghi e strade che salgono quasi subito. Per chi arriva da fuori, questa zona è una porta ideale verso la Lessinia: abbastanza vicina alla pianura da essere comoda, abbastanza montana da far capire subito che il giro non sarà una processione dietro un furgone del latte. Salendo verso il Ponte di Veja, il paesaggio cambia rapidamente. La Valpolicella lascia spazio alla pietra della Lessinia, ai prati, alle contrade, a quella bellezza antica e ruvida che non ha bisogno di vendersi bene su Instagram. Il Ponte di Veja è uno dei luoghi più particolari della zona: un enorme arco naturale di roccia, imponente e silenzioso, quasi un monumento costruito dalla natura quando ancora l’uomo era impegnato a capire come non farsi mangiare da qualcosa con più denti di lui. Passare da qui in moto significa entrare davvero nel carattere della Lessinia. Non è ancora alta montagna, ma non è più collina. È un territorio intermedio, con una sua identità precisa: strade strette ma godibili, curve regolari, piccoli centri abitati, boschi, muretti, pascoli e quella luce limpida che nelle giornate giuste sembra togliere peso anche ai pensieri. Da Ponte di Veja si prosegue verso Fosse, uno dei riferimenti classici per chi gira in moto in Lessinia. Qui la guida diventa fluida, piacevole, mai estrema. È una zona che invita a tenere un ritmo pulito, senza isterie da fenomeno del passo. La moto scorre, il panorama accompagna, e il motociclista intelligente capisce subito che il bello non sta nell’arrivare prima, ma nel non sprecare la strada. Da Fosse il percorso si dirige verso Peri, scendendo progressivamente verso la valle dell’Adige. È uno di quei tratti che fanno apprezzare la varietà del giro: si lascia l’altopiano, si perde quota, il paesaggio si apre e il ritmo cambia. La montagna si ritira per un momento e lascia entrare il respiro più ampio della valle. Peri è un piccolo punto di passaggio, ma importante nella logica dell’itinerario. Qui si percepisce il collegamento naturale tra la Lessinia veronese, il Monte Baldo e il Trentino meridionale. Per chi viene da lontano, è uno di quei momenti in cui la geografia diventa evidente anche senza guardare il navigatore: da una parte le pareti e i rilievi della Lessinia, dall’altra la direzione del Baldo, con l’Adige che taglia il territorio come una vecchia strada d’acqua. E poi, naturalmente, si ricomincia a salire. Perché un giro del genere senza una bella salita sarebbe come un raduno motociclistico senza qualcuno che spiega la pressione delle gomme a uno sconosciuto: tecnicamente possibile, ma contro natura. La salita verso Spiazzi porta il percorso dentro il mondo del Monte Baldo, una montagna molto amata dai motociclisti perché offre strade panoramiche, cambi di quota e una posizione unica tra il Lago di Garda, la Val d’Adige e le Prealpi. Spiazzi è noto anche per il vicino Santuario della Madonna della Corona, incastonato nella roccia sopra la valle. Anche senza deviare verso il santuario, la zona ha un fascino evidente: la strada sale, l’aria cambia, il panorama si allarga. La guida diventa più distesa, ma non banale. Ci sono tratti in cui si lascia scorrere la moto e altri in cui conviene restare ben presenti, perché la montagna è generosa, ma non ha mai firmato contratti di tutela per motociclisti distratti. Il tratto lungo la dorsale del Baldo è uno dei momenti più belli dell’intero anello. Qui il giro diventa panoramico, aperto, quasi sospeso. La strada segue il profilo della montagna, alternando curve, rettilinei brevi, cambi di luce, vedute improvvise. Non è solo una questione di guida: è la sensazione di attraversare un territorio verticale, dove il lago, la valle e i rilievi sembrano dialogare tra loro. Per chi arriva da altre regioni italiane o dall’estero, il Monte Baldo merita davvero attenzione. Non è soltanto “la montagna sopra il Garda”. È una lunga dorsale ricca di biodiversità, storia, pascoli, rifugi, strade militari e percorsi panoramici. In moto regala quel tipo di piacere che non dipende dalla velocità, ma dalla qualità del tracciato. E questa, nel 2026, è quasi una forma di resistenza culturale contro l’imbecillità del “più forte, più veloce, più rumoroso”. La dorsale del Baldo va guidata con rispetto. Il traffico può cambiare molto a seconda della stagione, del giorno e dell’orario. Ci possono essere ciclisti, escursionisti, auto lente, animali, ghiaia portata dalle piogge, lavori stradali e quei meravigliosi esseri umani che decidono di fermarsi dove non dovrebbero perché hanno visto un panorama e il cervello si è scollegato dal resto del corpo. Niente di tragico: basta guidare con testa. Dopo la dorsale, il percorso scende verso Chizzola e Ala, entrando nel Trentino meridionale. Qui il giro cambia ancora pelle. Si passa dal paesaggio aperto del Baldo al fondovalle dell’Adige, con un’atmosfera diversa, più ordinata, più alpina, più trentina. Ala è un paese interessante, elegante, con un centro storico che racconta un passato importante. Per il motociclista, però, il suo ruolo in questo itinerario è soprattutto quello di trampolino verso una delle salite più godibili della zona: la Sdruzzinà. E qui il discorso si fa serio, nei limiti in cui può esserlo un essere umano vestito da astronauta stradale che va a cercare curve per stare meglio. La Sdruzzinà è una salita che non va sottovalutata. Non è una strada estrema, non serve arrivarci con il curriculum da pilota del Tourist Trophy, ma ha carattere. Sale decisa, con curve interessanti, carreggiata non sempre ampia e un ambiente che si fa rapidamente più montano. È il tratto in cui il giro smette di essere solo panoramico e diventa più tecnico. Qui contano traiettorie pulite, sguardo lungo, freni usati con criterio e quella vecchia abitudine, purtroppo sempre meno diffusa, di tenere acceso il cervello durante la guida. La Sdruzzinà piace perché non è finta. Non è una strada addomesticata per il turismo comodo. Ha una sua personalità, e proprio per questo va rispettata. Se affrontata con calma e precisione, regala una guida molto appagante. Se affrontata come se si dovesse dimostrare qualcosa a qualcuno, può ricordarti in fretta che l’asfalto non è morbido e che la vanità non protegge le clavicole. Salendo, il paesaggio si chiude e si apre a tratti, alternando bosco, tornanti, scorci e piccoli spazi dove la montagna torna protagonista. È una delle parti più belle del giro per chi ama la guida vera: non difficile per forza, ma viva. Arrivati a Sega di Ala, la sosta è quasi naturale. Non solo perché il posto lo merita, ma perché dopo un tratto come la Sdruzzinà fermarsi diventa parte del viaggio. Qui il paesaggio è quello dell’alta Lessinia trentina, con prati, boschi, malghe e un’aria che ha già il sapore della quota. La pausa con panino e birra non è un dettaglio gastronomico. È un rito motociclistico. È il momento in cui si toglie il casco, si appoggiano i guanti, si riguarda la moto e si fa pace con il mondo per qualche minuto. Anche con quello stesso mondo che, appena torni in pianura, ricomincerà probabilmente a produrre traffico, email inutili e discussioni su argomenti che nessuno capisce davvero. Sega di Ala è un ottimo punto di sosta perché si trova nel cuore del giro, dopo una bella salita e prima del rientro verso il Passo Fittanze. Non è solo una pausa: è un cambio di ritmo. Serve a rimettere insieme corpo, strada e pensieri. Da Sega di Ala si prosegue verso il Passo Fittanze, uno dei valichi più interessanti della zona. Il passo collega il Trentino con la Lessinia veronese e rappresenta uno di quei luoghi in cui il confine amministrativo conta poco, mentre conta moltissimo il paesaggio. Qui si attraversa un ambiente alto, aperto, spesso ventilato, con grandi prati e un senso di spazio che rende il passaggio particolarmente piacevole. Il Fittanze non è un passo famoso come quelli dolomitici, non ha il culto mediatico dello Stelvio o del Gavia, non si presenta con folle oceaniche e file di moto parcheggiate come se qualcuno avesse convocato un concorso mondiale di scarichi aftermarket. Ed è proprio questo uno dei suoi pregi. È un passo più sobrio, più appartato, più autentico. Perfetto per chi ama viaggiare senza trasformare ogni sosta in una conferenza stampa su sé stesso. La strada richiede comunque attenzione. In quota il fondo può cambiare, soprattutto dopo maltempo o nei periodi di passaggio stagionale. La presenza di animali, sporco, ghiaia o mezzi agricoli non è impossibile. Nulla che debba spaventare un motociclista preparato, ma abbastanza da sconsigliare l’atteggiamento del supereroe con casco modulare aperto e autostima fuori revisione. Dal Passo Fittanze si rientra verso Sant’Anna d’Alfaedo, tornando in territorio veronese. Il paesaggio della Lessinia riprende il comando: pietra, pascoli, contrade, curve morbide, piccoli paesi e quella sensazione di montagna vicina ma mai ostile. Sant’Anna d’Alfaedo è un altro punto importante per orientarsi in questa zona. Da qui si può scendere di nuovo verso la Valpolicella e rientrare a Negrar, chiudendo l’anello. La parte finale è piacevole proprio perché accompagna il ritorno senza diventare noiosa. La guida resta interessante, ma il ritmo può farsi più rilassato. È il momento in cui il giro sedimenta. E mentre si torna verso Negrar, ci si rende conto che questo itinerario ha funzionato perché non ha cercato di strafare. Non servono mille chilometri, cinque stati attraversati e tre lingue sbagliate al distributore per costruire un bel viaggio. A volte bastano una partenza ben scelta, una sequenza intelligente di strade e un territorio che cambia volto più volte nell’arco dello stesso anello. Questo percorso merita perché unisce tre anime diverse. La prima è la Valpolicella, con la sua partenza morbida, collinare, elegante, perfetta per entrare nel giro senza fretta. La seconda è la Lessinia, più ruvida e autentica, fatta di pietra, prati, contrade, strade alte e panorami che non hanno bisogno di effetti speciali. La terza è il Monte Baldo e il Trentino meridionale, con la dorsale panoramica, la discesa verso l’Adige, la salita della Sdruzzinà e il passaggio da Sega di Ala e Passo Fittanze. Per un motociclista italiano o europeo, questo anello è interessante perché concentra in pochi chilometri una varietà sorprendente. Si passa dalla collina vitivinicola alla montagna prealpina, dalla valle dell’Adige alle strade alte del Baldo, dalle curve tecniche della Sdruzzinà ai pascoli del Fittanze. È un giro compatto, ma mai povero. Anzi, è uno di quei percorsi che dimostrano quanto sia inutile misurare un viaggio solo con il contachilometri. La moto qui lavora bene. Non serve una supersportiva, non serve un’enduro estrema, non serve presentarsi con una moto carica come se si stesse partendo per attraversare la Mongolia e invece si sta andando a mangiare un panino a quaranta chilometri da casa. Una crossover, una naked, una sport-tourer, una classica moderna o una maxienduro stradale vanno benissimo. Quello che serve davvero è guidare puliti, rispettare la strada e non confondere la passione con il bisogno infantile di fare rumore. Il giro è adatto a motociclisti con un minimo di esperienza su strade di montagna. Non presenta difficoltà estreme, ma richiede attenzione nei tratti più stretti, nelle salite e nelle discese, soprattutto tra Sdruzzinà, Sega di Ala e Passo Fittanze. Conviene controllare sempre il meteo prima di partire, perché in Lessinia e sul Baldo le condizioni possono cambiare rapidamente. In quota, anche in giornate apparentemente tranquille, vento, temperatura e fondo stradale possono essere diversi rispetto alla pianura. Dopo piogge recenti è bene aspettarsi qualche tratto sporco, ghiaia in curva o umidità nelle zone d’ombra. Per chi arriva dall’estero o da altre regioni, Verona è un’ottima base di partenza. Si può organizzare il giro come anello giornaliero, inserendolo in un viaggio più ampio tra Lago di Garda, Dolomiti, Trentino, Lessinia e Valpolicella. Chi viaggia con calma può abbinarlo a una visita al Santuario della Madonna della Corona, a una sosta sul Lago di Garda o a un passaggio più lungo sulle strade della Lessinia. Per mangiare, Sega di Ala resta una sosta perfetta: semplice, concreta, motociclisticamente sensata. Panino, birra, panorama e via. Perché non sempre serve un ristorante con tovaglia, spiegazione del menù e porzioni disegnate con le pinzette. A volte la felicità ha il rumore di un cavalletto laterale che scende e il profumo del pane appena tagliato. L’anello Negrar, Ponte di Veja, Fosse, Peri, Spiazzi, dorsale del Baldo, Chizzola, Ala, Sdruzzinà, Sega di Ala, Passo Fittanze, Sant’Anna d’Alfaedo e ritorno a Negrar è uno di quei percorsi che spiegano bene perché il Nord Italia sia una zona straordinaria per andare in moto. Non è un giro da collezionisti di passi famosi. Non è una passerella. Non è una gara mascherata da turismo. È un itinerario vero, vario, guidato, panoramico e profondamente godibile. Ha il fascino della Lessinia, l’apertura del Baldo, il carattere della Sdruzzinà e la sobrietà del Fittanze. È una strada da percorrere senza fretta, con rispetto e con quella disposizione mentale che ogni motociclista dovrebbe coltivare: partire per guidare, non per dimostrare. Guardare il paesaggio, ascoltare la moto, lasciare che le curve facciano il loro lavoro. Alla fine, il bello è tutto lì. Una buona strada, una moto pronta, un panino a metà giro e il ritorno verso casa con la sensazione netta di aver attraversato qualcosa di più grande di una semplice sequenza di chilometri. Perché certi itinerari non servono solo a spostarsi. Servono a ricordarsi perché si parte.
Non solo Garda: il giro sporco, alto e bellissimo verso Crocedomini
Ci sono giri in moto che iniziano come una normale uscita domenicale e poi, senza chiedere permesso, diventano una piccola avventura. Questo è uno di quelli. Partenza da Verona, zona Bussolengo, con la BMW R12 GS pronta a fare il suo mestiere: portarci lontano dalla pianura, dai semafori, dalle rotonde e da quell’umanità automobilistica che considera la corsia una vaga opinione personale. Direzione Lago di Garda, ma non per fare la solita processione turistica con gelato, infradito e selfie davanti all’acqua. Qui il lago è solo l’antipasto. Si scende verso la sponda veronese, passando per Lazise, Bardolino, Garda e poi Torri del Benaco. È una parte apparentemente facile, quasi rilassata, ma il Garda ha sempre quella capacità fastidiosa di essere bello anche quando lo hai già visto cento volte. Cambia la luce, cambia l’aria, cambia il modo in cui la strada scivola tra paese e lago. E ogni volta ti frega. A Torri del Benaco arriva il primo cambio di scena: il traghetto per Maderno. Salire con la moto sul traghetto è sempre un piccolo rito. Si spegne il motore, si sistema la moto, si controlla il cavalletto come se da quello dipendesse la tenuta morale dell’universo, e poi per qualche minuto ci si lascia portare. Il Garda visto dal centro non è il solito lago da cartolina. È più largo, più serio, più vivo. Torri resta indietro, Maderno arriva davanti, e tu sei lì, con il casco in mano, il vento addosso e la sensazione che il giro abbia appena cambiato marcia senza nemmeno accendere il motore. Sbarcati a Maderno, si entra nella parte bresciana del Garda, che ha un carattere diverso. Meno morbida, meno mondana, più ruvida. Da qui si comincia a puntare verso l’interno, lasciando progressivamente il lago alle spalle. La strada sale, cambia ritmo, si infila tra montagne, boschi e vallate. La Valvestino e l’area verso Idro sono un passaggio perfetto tra il mondo del lago e quello della montagna vera. L’Idro arriva con il suo aspetto più severo rispetto al Garda. Meno vetrina, più sostanza. È un lago incastrato tra le montagne, meno interessato a piacere a tutti. E proprio per questo piace di più a chi cerca strade vere, non passerelle per turisti con l’aperitivo già in mano alle undici del mattino, perché evidentemente il genere umano ha deciso di arrendersi presto. Da Anfo comincia la parte che dà carattere al giro: la salita verso il Maniva passando dal Baremone. E qui bisogna essere chiari: il Baremone non è una strada da prendere sottogamba. È un passo particolare, stretto, ripido, esposto, con tratti che richiedono attenzione vera. Non è difficile nel senso eroico e teatrale del termine, ma pretende rispetto. La carreggiata non concede distrazioni, la pendenza si sente, l’esposizione pure. Con una moto come la BMW R12 GS si passa benissimo, ma bisogna guidare con testa, misura e sguardo lungo. Chi vuole fare il fenomeno qui rischia solo di diventare argomento di conversazione per quelli che arrivano dopo. La salita del Baremone ha però una bellezza tutta sua. È una strada che sembra arrampicarsi dentro la montagna, con scorci improvvisi, tornanti secchi, pareti vicine e vuoti che ricordano al motociclista una cosa semplice: siamo ospiti. La moto sale piena, stabile, con quella sensazione da GS vecchia scuola, solida, concreta, poco interessata alle chiacchiere. La R12 GS qui trova pane per i suoi denti: motore pronto, posizione naturale, controllo, equilibrio. Non serve correre. Anzi, sarebbe quasi offensivo. Qui il bello è salire bene, puliti, presenti. Arrivati in zona Maniva, il paesaggio cambia ancora. L’aria diventa più fresca, la strada più alta, la luce più aperta. Si entra in quota. E quando si punta verso Crocedomini arriva un altro elemento fondamentale del giro: lo sterrato. Tra Maniva e Crocedomini si procede infatti su strada sterrata. Niente fuoristrada estremo, niente Dakar del condominio, niente impresa da raccontare gonfiando il petto al bar. Però è sterrato vero, di montagna, e come tale va preso con attenzione. Fondo variabile, pietrisco, buche, tratti più compatti e altri più mossi. La R12 GS lo affronta bene, ma anche qui vale la regola eterna: la moto può fare molto, il pilota deve evitare di rovinare tutto con l’entusiasmo di un criceto sotto caffeina. Il tratto Maniva-Crocedomini è forse il cuore più selvatico del giro. Dopo l’acqua del Garda, dopo il traghetto, dopo l’Idro e la salita esposta del Baremone, trovarsi su quella strada alta, sterrata, tra montagne e silenzio, dà al percorso una completezza rara. Non è solo un giro panoramico. È un passaggio di ambienti: lago, valle, salita, quota, sterrato, rientro. Crocedomini chiude idealmente la parte alta del viaggio. Da lì in poi si comincia lentamente a rientrare, portandosi addosso quella stanchezza buona che arriva quando la moto non è stata solo un mezzo, ma una specie di compagna di attraversamento. Si torna verso Verona con la testa ancora lassù, tra il Baremone e lo sterrato, mentre il traffico normale ricomincia a sembrare una punizione amministrativa. Questo giro, fatto con la BMW R12 GS, è uno di quelli che spiegano bene perché certe moto hanno senso. Non perché siano comode per andare al bar, non perché facciano scena parcheggiate davanti alla gelateria, ma perché ti permettono di unire mondi diversi in una sola giornata: il Garda elegante, il traghetto, l’Idro più ruvido, la salita ripida ed esposta del Baremone, il Maniva e lo sterrato verso Crocedomini. Non è un giro impossibile. Non è un’impresa epica. Ma è un giro da fare con rispetto: gomme in ordine, meteo controllato, orari del traghetto verificati, benzina sufficiente e testa collegata prima del polso destro. Perché la strada, quando è così bella, non ha bisogno che tu faccia l’eroe. Ha solo bisogno che tu sappia starci dentro.
