Orrido di Via Mala e Crocedomini


Parto da Verona con il solito trasferimento autostradale che serve solo a togliersi di mezzo la pianura, monotona come una riunione il lunedì mattina. L’uscita a Capriolo segna il momento in cui si torna a respirare davvero. Il traffico si dirada, il motore smette di lavorare a noia costante e ricomincia a vivere.

Capriolo è ancora addormentata quando la attraverso. Strade pulite, qualche auto parcheggiata, niente di particolare. Ma è il passaggio necessario per infilarsi verso Sarnico, dove il Lago d’Iseo compare all’improvviso sulla destra, come se qualcuno avesse deciso di spegnere il grigio e accendere un po’ di colore.

La strada tra Sarnico e Castro segue il lago senza mai annoiare. Asfalto generalmente buono, qualche rattoppo qua e là ma niente che disturbi davvero. Curve ampie, scorrevoli, quelle che ti fanno trovare subito il ritmo giusto senza dover pensare troppo. Nei weekend un po’ di traffico c’è sempre, ma gestibile se non ti incaponisci a fare il pilota della MotoGP su una statale.

Salendo verso Castro il paesaggio cambia. Il lago si stringe, le pareti rocciose si avvicinano e l’aria diventa più fresca. È una transizione graduale ma evidente, come quando passi da una stanza piena di gente a una più silenziosa.

Poi si entra nell’interno, direzione Costa Volpino e Castelfranco, e qui la musica cambia. Le strade iniziano a salire con più decisione. L’asfalto resta discreto, ma si comincia a trovare qualche tratto sporco, soprattutto nelle zone in ombra. Niente di drammatico, ma è il classico punto dove chi guida distratto inizia a fare errori.

Verso Angolo Terme la valle si apre e si richiude senza preavviso. È una zona che alterna tratti veloci a sezioni più tecniche. Curve cieche, cambi di pendenza, qualche avvallamento che arriva quando meno te lo aspetti. Qui la guida deve diventare pulita, senza fretta. Non è il posto giusto per improvvisare.

E poi arriva lui, l’Orrido della Via Mala.

L’ingresso al percorso pedonale è ben segnalato. Appena prima, sulla destra, c’è quel locale che sembra messo lì apposta per i motociclisti che hanno capito quando è il momento di fermarsi. Birra fatta come si deve, niente acqua colorata, e taglieri seri, con salumi e formaggi che non arrivano da una busta anonima del supermercato.

Ci si ferma volentieri. Non solo per mangiare, ma perché il posto ha quel ritmo lento che ti fa scendere dalla moto senza fretta. Il rumore dell’acqua che scende nell’orrido sotto, l’aria fresca che arriva dalle pareti rocciose. È uno di quei punti dove capisci perché sei partito.

Riparto e la strada si stringe. Si sale verso Dosso e poi verso il Passo Croce degli Angeli. Qui cambia tutto. L’asfalto diventa più irregolare, in alcuni tratti anche ruvido. Le curve si fanno più strette, spesso in sequenza. Tornanti veri, non quelli larghi da turismo tranquillo.

La vegetazione si infittisce. Ombra, umidità, e ogni tanto qualche residuo di ghiaia portata giù dall’acqua. Serve attenzione, soprattutto in uscita di curva. La moto qui non perdona distrazioni. Però se la guidi bene, ti restituisce tutto. È uno di quei tratti dove senti davvero cosa sta succedendo sotto le ruote.

Il Passo Croce degli Angeli arriva quasi senza annunciarsi. Non è uno di quei passi iconici pieni di cartelli e bar. È più discreto. Ma proprio per questo ha senso. Sei in mezzo alla montagna, senza fronzoli.

Scendendo verso Borno la strada torna a respirare. Curve più aperte, asfalto migliore. Si può guidare in modo più fluido, lasciando scorrere la moto senza forzarla. Il traffico qui è quasi assente, ed è una di quelle rare situazioni in cui puoi mantenere un ritmo costante senza dover continuamente frenare per qualcuno davanti.

Borno è ordinata, pulita, tipico paese di montagna che vive tra turismo e vita reale. Non è finta, e si vede.

Da qui si punta verso il Passo Crocedomini, e qui si entra in un altro livello.

Il Crocedomini non è una strada perfetta. Ed è esattamente il suo punto di forza. L’asfalto cambia continuamente, in alcuni tratti è buono, in altri segnato, con rattoppi e qualche deformazione. Ma è sempre leggibile.

Le curve si susseguono senza uno schema preciso. Non è una sequenza da pista, è una strada vera. Salite, falsopiani, discese leggere. L’altitudine si sente, l’aria diventa più fredda, la luce cambia. Anche il suono del motore sembra diverso.

Ad aprile si trovano ancora residui di neve ai lati, soprattutto nei punti meno esposti. Non danno fastidio, ma ricordano che qui la stagione arriva sempre un po’ dopo.

Il traffico è quasi nullo. Qualche ciclista, qualcuno in macchina, raramente altri motociclisti. È uno di quei posti dove puoi stare da solo abbastanza a lungo da dimenticarti che esiste il resto.

La discesa verso Bagolino è più tecnica. Curve strette, carreggiata che si riduce, asfalto che richiede rispetto. Non è il momento di rilassarsi troppo. Anche perché nei tratti più ombreggiati si può trovare sporco, soprattutto dopo l’inverno.

Bagolino merita sempre una sosta, anche solo veloce. Non solo per il famoso Bagòss, ma perché è uno di quei paesi che hanno ancora una struttura autentica. Strade strette, case in pietra, niente costruzioni fuori contesto.

Scendendo verso Ponte Caffaro si rivede l’acqua. Il Lago d’Idro appare all’improvviso, più piccolo dell’Iseo ma con un carattere tutto suo. La strada qui è più rilassata, scorrevole, perfetta per abbassare un attimo il ritmo.

Da Ponte Caffaro a Vestone e poi Gavardo si torna gradualmente alla realtà. Il traffico aumenta, le curve si allargano, l’asfalto migliora. È il classico rientro dove inizi già a pensare che il bello è stato prima.

Ma non è un rientro noioso. La valle tiene ancora un minimo di movimento, abbastanza da non farti spegnere il cervello completamente.

A Gavardo si chiude il giro vero. Poi di nuovo autostrada verso Verona. Velocità costante, pensieri che scorrono più delle ruote.

La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.



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