Mister Patterson Dog On The Road

“Soltanto un motociclista riesce a capire perché i cani amano mettere la testa fuori dal finestrino.”


Percorsi in moto reali, itinerari motociclistici documentati, tracce GPX scaricabili.
Su Mister Patterson – Dog on the Road trovi viaggi in moto realmente percorsi, raccontati con precisione e accompagnati da file GPX pronti all’uso. Non suggerimenti teorici né selezioni turistiche costruite a tavolino, ma strade testate sul campo, in Italia e in Europa, lungo strade secondarie, valichi di montagna, confini e territori poco frequentati.

Ogni itinerario in moto nasce da un’uscita reale ed è descritto in modo concreto: chilometri, tempi di percorrenza, soste, condizioni dell’asfalto, tratti sterrati, meteo e imprevisti. Le tracce GPX moto permettono di seguire il percorso con precisione su Garmin e altre app di navigazione, mentre i testi aiutano a capire dove si sta andando e cosa aspettarsi lungo la strada.

 


Percorsi in moto, viaggi on e off-road e tracce GPX verificate

13 Nov 2025

Sui Crinali della Storia

Itinerario in moto: Colle San Bernardo – Monesi di Triora, tra forti, confini e strade che odorano di storia Alcuni tratti del percorso sono a pagamento: è bene ricordarlo fin dall’inizio, perché le vecchie strade militari d’alta quota che collegano Liguria e Alpi Marittime, oggi aperte ai motociclisti più curiosi, sono anche un patrimonio storico e ambientale da preservare. Pagare un pedaggio per percorrere un tratto di strada che passa tra forti, pascoli e vecchie postazioni militari non è una tassa sul divertimento, ma un piccolo contributo per mantenere viva una rete viaria costruita oltre un secolo fa tra sudore, pietra e artiglieria. Il percorso parte dal Colle San Bernardo, spartiacque tra la valle Neva e la valle Arroscia, a quota 957 metri. È un punto dove la Liguria comincia a farsi più ruvida, dove i castagni lasciano spazio ai faggi e alle ginestre e il vento porta con sé l’odore di resina e di sale marino, perché il mare, da qui, non è mai troppo lontano. Da sempre, questo valico è stato via di transito tra il Ponente ligure e il Piemonte: mulattieri, contrabbandieri, viandanti e pastori lo conoscevano bene, molto prima che arrivassero le moto a riscrivere la geografia delle avventure su due ruote. Dal San Bernardo si sale verso Colle di Garezzo (1793 m), un luogo che sembra uscito da un racconto alpino di fine Ottocento. Qui, durante la Prima Guerra Mondiale, furono costruite postazioni e ricoveri militari, oggi semi-nascosti tra i prati e i boschi. L’aria è sottile, il panorama si apre sull’alta valle Argentina e, nelle giornate terse, si scorge il mare scintillare tra i crinali: un contrasto tipicamente ligure, dove l’Appennino si trasforma in Alpi quasi senza avvisare. Si prosegue verso il Passo della Guardia e poi al Passo Collardente (1601 m), toccando uno dei tratti più affascinanti della dorsale alpina tra Liguria e Francia. È qui che le antiche strade militari diventano protagoniste: tratti sterrati, a volte scavati nella roccia, che seguono fedelmente le linee di cresta. Le curve sono una sequenza ipnotica, un continuo saliscendi tra pascoli e vecchi fortini, molti dei quali ancora in piedi, testimoni silenziosi delle tensioni di frontiera tra Italia e Francia di fine Ottocento. Il Passo Collardente, in particolare, porta con sé un nome evocativo. Pare derivi da “colla ardente”, per via della vegetazione che d’estate, battuta dal sole, sprigiona un odore intenso di erbe e resine, quasi a “bruciare” l’aria. Qui la natura è potente, selvaggia, e chi viaggia in moto sente ogni curva come un respiro. Dal passo si raggiunge la Bassa di Sanson e poi la Cime du Pinet, dove la strada si spinge in territorio francese. In questo tratto il paesaggio muta: i versanti diventano più verdi, i boschi di conifere più fitti, e i vecchi cartelli con scritte scolorite in francese ricordano che si è ormai nella Vallon de la Madone, in direzione La Brigue. È una delle zone più pittoresche delle Alpi Marittime: una valle profonda, solcata da ruscelli e da una strada – la D43 – che sembra fatta apposta per i motociclisti. La Brigue è un piccolo gioiello d’architettura montana: case in pietra grigia, vicoli stretti, ponti medievali e una chiesa, quella di Notre-Dame des Fontaines, che custodisce un ciclo di affreschi del Quattrocento di rara bellezza, spesso paragonati alla Cappella Sistina delle Alpi. I motociclisti che si fermano qui non lo fanno solo per il caffè o per la benzina, ma per respirare un’aria sospesa nel tempo, dove ogni muro racconta la vita dura e ostinata della montagna. Lasciando La Brigue si toccano San Dalmas de Tende e la D91, per risalire verso Meschès e poi Casterino. Questi nomi suonano come un’eco di un’altra epoca: Tende e Casterino furono per secoli villaggi contesi tra Savoia, Francia e Regno d’Italia. Ancora oggi, nei cimiteri si leggono cognomi italiani e francesi mescolati, e le vecchie osterie raccontano di tempi in cui il confine era solo una linea disegnata male sulla carta. Da Casterino parte una delle deviazioni più belle di tutto il percorso: la salita verso il Fort de Marguerie, un’imponente struttura militare a quota 2000 metri, costruita tra il 1883 e il 1887 come parte del sistema difensivo del Vallo Alpino. Da qui si domina la valle Roya e la strada che sale al Colle di Tende, storica porta tra Italia e Francia. Il Colle di Tende (1870 m), celebre per la strada dei 48 tornanti e il vecchio traforo ottocentesco, è un luogo dove la storia si fa pietra. Fu costruito per motivi militari, ma finì per diventare un simbolo dell’unione e del conflitto tra i due Paesi. Durante la Seconda Guerra Mondiale la zona fu teatro di scontri e bombardamenti, e ancora oggi si possono vedere i resti delle Caserme di Boaria e le gallerie del Forte Centrale. Il tratto tra il Colle di Tende e il Colle Campanino è tra i più spettacolari ma anche più delicati: la strada è sterrata, in parte soggetta a erosione e a chiusure stagionali, e per questo regolamentata da pedaggi e autorizzazioni. È un tratto che attraversa la Route du Marquaireis, dove i panorami si aprono a perdita d’occhio sulle vallate piemontesi e liguri, e dove l’unico rumore, oltre al motore, è quello del vento che sferza i crinali. Dal Campanino si raggiunge il Colle dei Seigures e poi il Passo di Framagal, due nomi poco noti ma ricchi di fascino. Il primo segna un punto di collegamento tra le vecchie strade militari di confine, il secondo, con la sua piccola cappella in pietra e un cippo militare ancora visibile, racconta la fatica dei soldati che qui passarono settimane intere scavando trincee tra la neve. Più avanti si incontra il Colle delle Selle Vecchie (2097 m), che sembra disegnato apposta per chi ama la moto lenta e contemplativa. Il nome pare derivare dai vecchi sellaio che, secondo una leggenda locale, un tempo trasportavano qui le selle dei muli per ripararle. O forse, più semplicemente, dalla forma “a sella” delle sue creste. Qualunque sia la verità, il paesaggio è mozzafiato: prati punteggiati di stelle alpine, marmotte che fischiano e, nei giorni più limpidi, lo sguardo che arriva fino al mare. L’ultimo tratto, verso il Passo della Porta e Monesi di Triora, è una discesa lenta, quasi meditativa. Qui la montagna torna più dolce, i pascoli si fanno più larghi e il profumo di legna bruciata annuncia il ritorno alla civiltà. Monesi, oggi piccola località di villeggiatura, fu negli anni ’60 e ’70 un vivace centro sciistico. Dopo la grande frana del 2016 e la chiusura della strada principale, il paese ha vissuto un lungo silenzio, ma negli ultimi anni è tornato a vivere grazie a escursionisti, ciclisti e motociclisti. Un ritorno lento, autentico, che rende ancora più speciale arrivarci dopo una lunga giornata in sella. L’intero itinerario, circa 133 chilometri di curve, sterrati e panorami, è un viaggio dentro la storia militare e naturale delle Alpi Liguri. Strade costruite per la guerra oggi servono la pace, e fortini nati per difendere confini ora accolgono viaggiatori che li attraversano liberamente. È un percorso che alterna tratti asfaltati a piste sterrate, e che in più punti si trasforma in balcone sospeso tra due mondi. Qui non conta solo la destinazione, ma il ritmo delle ruote sulla ghiaia, il rumore sordo del vento nei valloni, la sensazione di essere parte di qualcosa di antico. E se lungo la strada si incontra qualche mandria di mucche o un pastore che saluta con la mano, non è un dettaglio folkloristico: è il segno che, nonostante tutto, la montagna vive ancora secondo le sue regole. Lentamente, ostinatamente, come da sempre. La traccia GPX di questo itinerario è disponibile per il download sul blog misterpatterson.blog. È un invito a partire, ma anche a rispettare: le Alpi non sono un parco giochi, ma un archivio vivente di storia, natura e memoria.

09 Nov 2025

Valle Gesso in moto

Parto da Borgo San Dalmazzo, alle porte delle Alpi Marittime. Il cartello di benvenuto sembra dire: “oltre questo punto finisce la pianura e inizia la fatica”. Da qui la strada risale la Valle Gesso, e in pochi chilometri si passa dal rumore del traffico alla voce del fiume che corre tra le rocce. Valdieri, la prima tappa, è uno di quei paesi di montagna che hanno visto passare secoli e non si sono scomposti. I Romani ci venivano per lo zolfo e per le sorgenti calde, i Savoia per la caccia, oggi ci arrivano i motociclisti in cerca di curve e silenzi. È la porta d’ingresso del Parco delle Alpi Marittime, un territorio che alterna boschi, cime e vecchie mulattiere costruite quando la fatica era ancora una valuta. La strada verso il Lago della Piastra comincia a stringersi. Il Gesso corre accanto, rumoroso e limpido, e la diga della Piastra appare come una cicatrice ben fatta nel fianco della montagna. Costruita negli anni Trenta per produrre energia, oggi è diventata parte del paesaggio, come se la natura l’avesse accettata a malincuore ma senza rancore. Superata la diga, la valle si fa più solitaria e autentica. La moto trova il suo ritmo e l’asfalto lascia spazio a tratti più ruvidi, quelli che piacciono a chi ama guidare senza troppi spettatori. Si sale verso il Lago della Rovina, dove le montagne si chiudono e il silenzio prende il sopravvento. Il nome non promette molto bene, ma il posto è incantevole: un piccolo lago glaciale circondato da pascoli e massi erratici. Le marmotte osservano diffidenti e qualche escursionista guarda la moto come un alieno. Da qui la strada scende a San Lorenzo, minuscola frazione che sembra uscita da un manuale di architettura alpina. C’è una cappella medievale dedicata al santo martire, affreschi sbiaditi e un’atmosfera che ricorda che la fede, da queste parti, serviva anche a spiegare perché nevicava a giugno. Intorno si trovano i resti di vecchie miniere di talco, testimonianza di quando la montagna era soprattutto lavoro e non cartoline. Poi si risale verso le Terme Reali di Valdieri. Qui l’acqua calda esce dal terreno e sa di zolfo e leggenda. Già i Romani ci facevano il bagno, poi arrivarono i re, con tanto di villeggiatura e carrozze. Vittorio Emanuele II, per esempio, veniva a cacciare i camosci e a rinfrescarsi dopo le fatiche di governo. Oggi restano gli stabilimenti ottocenteschi, un po’ fuori moda ma con un fascino da altri tempi. Da lì si continua verso il Pian della Casa del Re, un altopiano a quasi 1800 metri che giustifica il nome: era la base logistica delle battute di caccia reali. Qui il panorama si apre sull’Argentera e sulle vette che dividono l’Italia dalla Francia. È un posto che mette in prospettiva le cose: sotto di te il mondo dei comuni mortali, sopra il regno del vento e dei rapaci. Oggi al posto dei re ci sono alpinisti, ciclisti e qualche motociclista curioso. I rifugi accolgono con la solita formula di montagna – zaino a terra, polenta nel piatto e vino rosso nel bicchiere – e la sensazione generale è quella di aver guadagnato qualcosa semplicemente arrivando fin qui. La discesa verso Andonno è tutta curve e boschi. Quando la stagione è avanzata, le malghe sono vuote e i cancelli aperti: niente mucche da schivare, niente campanacci, solo il rumore del motore e il profumo della resina. Ogni tanto qualche capriolo attraversa la strada come se sapesse che tu frenerai per primo. Andonno è un borgo di pietra, con portali scolpiti, tetti in lose e leggende che valgono quasi quanto il paesaggio. Si dice che da queste parti vivesse una masca, una strega buona o cattiva a seconda del racconto, capace di curare con le erbe e prevedere i temporali guardando la forma delle nuvole. In ogni caso, la tradizione erboristica della valle non è superstizione: ancora oggi si trovano botteghe che producono unguenti e liquori alle erbe alpine. In trattoria, invece, il menu è una dichiarazione d’amore per la montagna: polenta saracena, formaggi d’alpeggio, ravioli del plin e vino delle Langhe. Tutto onesto, sostanzioso e senza troppi fronzoli, come la gente del posto. I 66 chilometri tra Borgo San Dalmazzo, Valdieri, Lago della Piastra, Lago della Rovina, Terme di Valdieri, Pian della Casa del Re e Andonno non sono solo un itinerario, ma un piccolo compendio di Piemonte in versione alpina. Strade che si arrampicano tra le rocce, laghi che riflettono il cielo, e un passato che riaffiora a ogni tornante. La traccia GPX dell’intero percorso è disponibile sul blog misterpatterson.blog, per chi vuole perdersi con metodo. È un giro che si fa in poche ore ma resta nella testa per giorni, un miscuglio di fatica, bellezza e quel pizzico di ironia che serve quando il meteo cambia improvvisamente e la montagna decide di ricordarti chi comanda davvero. In Valle Gesso non serve correre: la strada è breve ma intensa, la natura non ha fretta e i re, quelli veri, venivano qui a sudare. E in fondo, se andava bene a loro, va bene anche a me.

08 Nov 2025

Dal Praderadego a Valdobbiadene: lungo la dorsale del Canidi in moto

Itinerario off-road di 40 km tra boschi, forcelle e malghe silenziose, da Valmareno al passo Praderadego e poi lungo la dorsale del Monte Canidi fino a Valdobbiadene. Novembre, cancelli aperti, malghe vuote e la montagna che si prepara al riposo. Traccia GPX disponibile su misterpatterson.blog. Ci sono momenti dell’anno in cui la montagna sembra tirare il fiato. L’autunno è quasi finito, gli alberi hanno perso la voce e restano solo silenzi, odori di terra bagnata e il suono lontano del vento che scivola tra i crinali. È novembre, ed è il periodo in cui queste strade antiche si riaprono ai passi lenti, alle ruote che cercano trazione, a chi sa ascoltare.Il percorso di oggi parte da Valmareno, risale fino al Passo Praderadego e da lì si inoltra lungo un tracciato per l’80% off-road che attraversa Monte Canidi, Forcella della Fede, Monte Crep, Bivacco Salvedella Nuova e scende poi verso  Pianezzze di Valdobbiadene, fino a chiudersi in valle, tra le vigne del prosecco e le prime luci di Valdobbiadene. Valmareno è un piccolo gioiello incastonato tra i colli di Follina e le Prealpi Trevigiane. Le sue case in pietra, il torrente che lo attraversa e la sagoma del Castello Brandolini raccontano una storia di secoli: un tempo avamposto difensivo della Serenissima, poi residenza nobiliare, oggi silenziosa sentinella del paese. Qui la montagna comincia piano, ma non inganna: in pochi chilometri il dolce paesaggio collinare del prosecco lascia spazio a una salita vera, che stringe i tornanti e porta diritto al Passo Praderadego, porta naturale tra la provincia di Treviso e quella di Belluno. Il passo si trova a 910 metri d’altitudine e segna il confine tra due mondi. È un luogo pieno di memoria: durante la Grande Guerra qui passarono truppe, muli e rifornimenti diretti al fronte del Piave. Ancora oggi, ai lati della strada, si trovano resti di postazioni e piccoli cippi in pietra che ricordano quei giorni di fango e coraggio. Ma ora la scena è tutta diversa.A novembre, il passo è tranquillo. Qualche escursionista, un ciclista isolato, e poi il bivio. È lì, sulla curva che taglia il versante sud, che inizia il vero off-road: la strada militare sterrata che si inoltra nel bosco e sale verso il Monte Canidi. Da qui comincia la parte più viva del viaggio. Il terreno è un misto di terra compatta, pietra e foglie secche. Le prime curve richiedono equilibrio e attenzione: l’autunno ha lasciato sul terreno tappeti di foglie che nascondono piccoli solchi, ma basta poco per ritrovare ritmo.È uno sterrato antico, costruito in epoca austro-ungarica come via di collegamento militare e poi ampliato dai pastori locali per portare il bestiame alle malghe. Il nome “Canidi” deriva dal latino canis, cane, e secondo la tradizione faceva riferimento ai branchi di lupi che in passato frequentavano queste creste. Oggi i lupi sono tornati davvero: invisibili ma presenti, segno che la montagna si sta riprendendo i suoi equilibri. La salita verso la Malga Canidi è una delle più suggestive del percorso. In estate si attraversano pascoli chiusi da cancelli e recinti elettrici, ma a novembre tutto è aperto. Le mandrie sono già scese a valle, le malghe svuotate, e il viaggiatore può attraversare liberamente. È una sensazione rara: guidare con calma, senza barriere, nel cuore di una montagna che si prepara al silenzio.Le malghe in questa stagione hanno un fascino malinconico. Le finestre sbarrate, l’odore di legna vecchia e di fieno rimasto. Si sente ancora, nell’aria, il ricordo dell’estate: campanacci, voci, fumo di calderoni per il formaggio. Ma ora resta solo il vento. Poco oltre Malga Canidi la vista si apre. Davanti, la dorsale del Monte Crep; dietro, la valle del Piave e il profilo lontano del Cansiglio. Se la giornata è limpida, si distingue perfino la linea chiara dell’Adriatico. È un punto dove conviene fermarsi, spegnere la moto e ascoltare. Non capita spesso di trovarsi soli, così, tra cielo e pietra.Il rumore del motore che si spegne lascia spazio al fruscio delle foglie, e per un attimo tutto sembra sospeso. Da qui si raggiunge la Forcella della Fede, uno di quei luoghi che portano con sé un nome antico e misterioso. Si racconta che in epoca medievale una donna fuggita dalle invasioni ungare trovò rifugio proprio su questa forcella, portando con sé una piccola croce in legno. Qui, sfinita, avrebbe promesso di erigere una cappella se fosse sopravvissuta. La storia si perde nel tempo, ma il nome è rimasto: un promontorio che divide due vallate e due destini.Anche il percorso cambia volto: la strada si stringe, diventa più tecnica, con tratti di pietra viva e ghiaia smossa. Le gomme mordono la terra, l’avantreno scivola e si riprende, e ogni curva è una piccola sfida. È il tipo di guida che chiede concentrazione, ma regala soddisfazioni pure. Nei pressi del Monte Crep il paesaggio diventa aspro, quasi lunare. Le rocce affiorano dal terreno e i faggi lasciano spazio ai pini e ai larici. In lontananza, i profili bianchi delle Dolomiti cominciano a tingersi di neve. È novembre, e l’inverno bussa alle porte. Il terreno, però, è ancora perfetto per l’off-road: umido ma non gelato, con quella consistenza che tiene senza tradire. È la condizione che ogni motociclista sogna. Il Bivacco Salvedella Nuova appare all’improvviso, poco oltre un tornante. Piccolo, in lamiera e legno, con la porta sempre aperta. Dentro c’è un tavolo, una panca e un vecchio quaderno pieno di firme. Fuori, il panorama è vasto e potente. Sotto di me, la valle del Piave; sopra, le creste che conducono al Monte Cesen. La discesa verso Pianezzze di Valdobbiadene è lunga e dolce. Si attraversano pascoli ormai deserti, malghe chiuse, e sentieri che d’estate pullulano di ciclisti ed escursionisti. Ora invece c’è solo silenzio. Ogni tanto qualche lepre taglia la strada, qualche corvo si alza in volo. La luce del pomeriggio autunnale colora tutto di rame. È il momento in cui senti che la montagna non ha bisogno di parole: basta esserci. Ed è proprio quando la moto torna sull’asfalto che capisci quanto il silenzio del bosco ti abbia accompagnato. Il rumore delle gomme sulla strada sembra quasi disturbare, lo sterrato. Ma basta guardare verso sud, verso le colline del prosecco, per ritrovare equilibrio.Valdobbiadene è una città che vive di vino e di lavoro, ma conserva ancora un’anima montanara. Le colline del Cartizze e le valli circostanti sono oggi patrimonio UNESCO, ma per chi viaggia in moto hanno un significato più intimo: curve morbide, profumo d’uva, la sensazione di essere arrivato senza aver perso niente lungo la strada. Ogni volta che chiudo un itinerario come questo mi resta addosso qualcosa. Non la fatica, non la polvere, ma il senso di gratitudine. Per le strade che resistono, per la natura che si lascia toccare senza ferirsi, per la libertà che solo la moto sa regalare.È un percorso che consiglio a chi ama l’off-road fatto con rispetto, senza cercare l’estremo. Il fondo è buono, la segnaletica discreta ma sufficiente, e il paesaggio, a novembre, è pura poesia. Traccia GPX dell’itinerario disponibile su misterpatterson.blog https://youtu.be/HlUk3dZJYi4

02 Nov 2025

La Via del Sale tra Piemonte e Liguria

Tra le strade più affascinanti e suggestive dell’arco alpino, l’antica Via del Sale che collega Limone Piemonte a Monesi di Triora rappresenta oggi uno degli itinerari motociclistici più spettacolari d’Italia.Percorrere questo tracciato di circa 53 km significa attraversare paesaggi d’alta quota, panorami mozzafiato, fortificazioni militari e testimonianze di un passato in cui le Alpi non erano confine, ma ponte fra popoli e culture.L’itinerario, oggi conosciuto come Alta Via del Sale, segue un percorso di cresta che unisce il Piemonte alla Liguria, toccando i 2.250 metri di altitudine e regalando una delle esperienze più complete che un motociclista possa vivere: storia, natura, tecnica e silenzio. Il punto di partenza è Limone Piemonte (Col di Tenda), in provincia di Cuneo, località celebre per le piste da sci e la bellezza del suo borgo alpino. Il nome “Limone” non deriva dal frutto mediterraneo, ma dalla radice latina limes, che significa “confine”. E proprio il confine è da sempre l’anima del luogo: quello politico tra Italia e Francia, quello geografico tra Alpi Marittime e Liguri, e quello culturale fra pianura piemontese e mare ligure.Fin dall’alto medioevo, questa valle, la Val Vermenagna, fu via naturale di collegamento tra la pianura e la Riviera. In epoca romana la zona era già attraversata da mulattiere e strade militari; nei secoli successivi, con il fiorire dei commerci, la via del sale divenne arteria fondamentale per trasportare l’oro bianco dalle saline liguri all’interno del Piemonte. Il sale serviva per conservare alimenti, per la lavorazione delle pelli e come moneta di scambio. Era ricchezza pura, tanto preziosa da giustificare il nome stesso di “Via del Sale”. La partenza da Limone Piemonte avviene in direzione sud, lungo la vecchia strada del Colle di Tenda. La prima parte è asfaltata e si snoda fra abetaie e pascoli, ma ben presto la pavimentazione lascia spazio al fondo naturale della storica strada militare, oggi mantenuta come percorso escursionistico e fuoristrada controllato.L’ingresso alla tratta sterrata è regolamentato: il transito a veicoli motorizzati è consentito solo nei mesi estivi, quando la neve si è sciolta e le condizioni di sicurezza lo permettono, e previa registrazione e pagamento di un modesto pedaggio, destinato alla manutenzione della carreggiata e alla tutela ambientale.La strada, che si snoda a cavallo tra Italia e Francia, è parte di un più ampio sistema di vie alpine denominato “Vie del Sale”, diffuso anche in altre regioni del nord Italia, ma qui assume un fascino particolare per la sua altitudine e per il continuo alternarsi di panorami montani e scorci marini. Il tracciato inizia a salire rapidamente, lasciando alle spalle le ultime frazioni di Limone. L’ambiente muta: i boschi di faggio cedono il passo ai larici e ai pascoli alpini, dove d’estate pascolano mucche e capre. Le curve diventano più strette e i panorami più ampi. Il fondo sterrato, curato ma tecnico, impone attenzione e rispetto: l’itinerario è accessibile a moto da turismo con un minimo di vocazione off-road, ma richiede prudenza e abilità di guida.La quota cresce fino ai 2.000 metri, e con essa la sensazione di isolamento e di libertà. Qui, tra le nuvole e la pietra, il tempo sembra fermarsi. La “strada militare” conserva ancora la sua struttura originale: costruita fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, era parte del complesso sistema difensivo noto come Vallo Alpino Occidentale, voluto dal Regno d’Italia per presidiare il confine francese.Tratti lastricati in pietra, curve scavate nella roccia e resti di caserme testimoniano la funzione strategica del tracciato, che consentiva il rapido spostamento di truppe e materiali lungo la linea di cresta. Durante le due guerre mondiali, questi luoghi furono presidio militare e punto di osservazione privilegiato sull’intera valle. Proseguendo, si raggiungono località leggendarie per chi ama le alte quote: il Colle della Boaria, a circa 2.100 m, domina un panorama sterminato. Da qui si scorgono le cime del Marguareis, del Mongioie e, nelle giornate limpide, il mare ligure scintillante all’orizzonte.Il paesaggio è aspro e affascinante: le Carsene, estese aree calcaree modellate dall’erosione, creano un ambiente quasi lunare, interrotto solo da macchie di rododendri e dal profilo di qualche stambecco o marmotta. In estate, le praterie alpine si colorano di fiori e l’aria sottile profuma di erba secca e vento.Nonostante l’altitudine, si incontrano ancora segni della presenza umana: muretti a secco, ex postazioni di artiglieria, resti di teleferiche. Tutto racconta una storia di fatica e ingegno.Il tratto successivo, che costeggia il Bosco delle Navette, segna idealmente il confine fra Piemonte e Liguria. Questo bosco è una vasta foresta di abeti e larici, uno dei polmoni verdi più estesi delle Alpi Liguri.In passato fu fonte di legname pregiato per la costruzione navale genovese: dalle sue piante partivano i tronchi destinati ai cantieri del porto di Genova, trasportati lungo le stesse vie del sale. È curioso pensare che la materia prima delle navi mercantili liguri provenisse proprio da queste montagne. Scendendo dal crinale, il percorso continua su un terreno più dolce ma altrettanto scenografico. Si incontrano punti panoramici come il Colle dei Signori e il Colle del Garezzo, che offrono viste aperte sulle vallate liguri. In questi luoghi, la montagna incontra il mare: la luce cambia, l’aria si fa più umida, le tonalità di verde si intensificano. È l’inizio della discesa verso Monesi di Triora.La Strada del Sale termina dolcemente, dopo aver seguito il filo sottile dello spartiacque per quasi cinquanta chilometri.L’arrivo a Monesi è un ritorno alla civiltà: un piccolo borgo di montagna, appartenente al comune di Triora, che porta con sé un passato di località sciistica e di transito commerciale.Monesi fu, fino agli anni Sessanta, una delle principali stazioni invernali della Liguria. Oggi conserva il fascino dei luoghi sospesi nel tempo: piccole baite in pietra, rifugi, prati d’alta quota e un silenzio che invita alla sosta. La storia di questo villaggio è legata al sale tanto quanto quella di Limone. Nel medioevo, infatti, i monesi – come venivano chiamati gli abitanti – erano coinvolti nei traffici di merci tra la Liguria e il Piemonte. Il sale partiva da Oneglia o Albenga, attraversava il passo di Tanarello e giungeva in Piemonte insieme ad altri prodotti: olio, vino e pesce conservato. Sulla via del ritorno, dai versanti piemontesi arrivavano cereali, formaggi, burro e lana.Il percorso non era privo di pericoli: le cronache del XVII e XVIII secolo parlano di frane, valanghe e briganti. Alcuni tratti della via erano sorvegliati da soldati sabaudi che esigevano dazi e controllavano i trasporti. Da queste pratiche nacque il nome “via regia del sale”.Quando, nel XIX secolo, la frontiera tra Regno di Sardegna e Francia divenne più definita, la strada militare fu ampliata e resa transitabile ai carri, poi, nel XX secolo, alle automobili e ai mezzi a motore. La strada Limone-Monesi non è solo un itinerario paesaggistico, ma un vero documento storico inciso nella roccia. Lungo il tragitto si incontrano resti dei Forti del Colle di Tenda: opere difensive come il Forte Pernante, il Forte Giaura e il Forte Pepino, che facevano parte del complesso sistema del Vallo Alpino. Queste strutture, oggi in rovina o visitabili in parte, testimoniano l’importanza strategica dell’area. Alcune sono raggiungibili con brevi deviazioni dal percorso principale e meritano una sosta per osservare le loro architetture e godere del panorama. Dal punto di vista naturalistico, l’Alta Via del Sale è un corridoio eccezionale tra due regioni biogeografiche: la zona alpina e quella mediterranea. In pochi chilometri si passa dai pascoli d’alta quota con stambecchi e marmotte alle valli coperte di castagni, faggi e querce.Durante la bella stagione, le praterie sono ricoperte di genziane, gigli e stelle alpine, mentre sulle rocce si scorgono aquile reali e gipeti. Nelle zone più umide, in primavera, sbocciano narcisi e anemoni.La biodiversità qui è straordinaria anche grazie al clima mitigato dalla vicinanza del mare. L’itinerario tocca aree protette come il Parco Naturale delle Alpi Marittime e, sul versante ligure, il Parco delle Alpi Liguri, che collaborano per la tutela ambientale e per la gestione sostenibile del transito turistico. Dal punto di vista turistico, l’itinerario è oggi una delle mete più amate da motociclisti, ciclisti e fuoristradisti provenienti da tutta Europa. Ogni estate migliaia di appassionati percorrono la strada, attratti dall’idea di attraversare l’arco alpino su un’antica via commerciale a cavallo tra due mari.L’organizzazione locale di Limone Piemonte e Monesi ha predisposto punti di accesso controllati, aree di sosta panoramiche, rifugi e locande dove gustare piatti tipici.Proprio l’enogastronomia rappresenta un aspetto centrale di questo viaggio. Le Valli del Sale uniscono due cucine di tradizione: quella piemontese e quella ligure.Sul versante di Limone si trovano piatti robusti di montagna – polenta con salsiccia, formaggi d’alpeggio, gnocchi al Castelmagno, tajarin al burro e salvia – accompagnati da vini corposi come il Dolcetto o il Barbera delle Langhe.Sul lato ligure, invece, la cucina si fa più leggera e profumata: pesto, torte di verdure, acciughe sotto sale, olive taggiasche e vini bianchi come il Pigato e il Vermentino.Questo incontro tra sapori montani e marini riflette perfettamente la geografia dell’itinerario: un ponte gastronomico tra Alpi e mare. Un tempo, i villaggi di questa zona erano noti anche per un curioso commercio secondario: il contrabbando del sale. Dopo l’introduzione delle gabelle e dei monopoli statali, molti abitanti delle valli si dedicarono al trasporto clandestino di sale, formaggio e tabacco.Le mulattiere che oggi percorrono i turisti furono per secoli vie di contrabbando. Gli uomini portavano carichi di oltre trenta chili sulle spalle, di notte, evitando le guardie doganali. Si racconta che in alcune località del versante ligure, per non far rumore, i muli venissero ferrati con zoccoli di stoffa.Queste storie popolari fanno parte della memoria collettiva delle comunità alpine e contribuiscono al fascino della Via del Sale. Oggi la strada è aperta da giugno a ottobre, con accessi contingentati per preservare l’ambiente. In molti tratti, l’ampiezza del panorama è tale da permettere di scorgere contemporaneamente le Alpi innevate e il mare ligure. Nei giorni più limpidi si può distinguere persino la Corsica all’orizzonte.Il clima, però, può cambiare rapidamente: sole e nuvole si alternano, la temperatura varia in base alla quota, e anche d’estate non è raro trovare banchi di nebbia o residui di neve.Per questo motivo si raccomanda sempre di affrontare il percorso in condizioni meteorologiche favorevoli, con equipaggiamento tecnico e moto adatte allo sterrato.Lungo il tragitto non esistono veri e propri centri abitati, quindi è bene partire con serbatoio pieno e provviste sufficienti. Rifugi e punti ristoro si trovano a Limone, a metà percorso e all’arrivo a Monesi. La traccia GPX dell’itinerario è disponibile sul sito misterpatterson.blog.Il file consente di seguire con precisione il tracciato, con indicazioni di quota, coordinate e punti di interesse. È compatibile con la maggior parte dei navigatori GPS e delle app per smartphone dedicate alla navigazione fuoristrada.Il percorso si sviluppa in circa 3-4 ore di guida tranquilla, con un dislivello positivo di circa 900 metri e una discesa complessiva di 1.300 metri.Il fondo alterna tratti compatti e ghiaiosi a brevi sezioni più tecniche; la pendenza raramente supera il 10-12%, ma in alcuni punti la carreggiata è stretta e richiede attenzione. A fine percorso, Monesi di Triora accoglie il viaggiatore con il suo silenzio e il profumo del bosco.Il borgo, situato a oltre 1.300 metri di altitudine, è il punto di partenza per numerose escursioni nel Parco delle Alpi Liguri e offre un piccolo ma accogliente centro dove riposarsi dopo la traversata.La località è rinata negli ultimi anni grazie al turismo sostenibile e al ritorno dell’escursionismo estivo. La vecchia funivia e le piste da sci, danneggiate da frane e alluvioni, stanno lasciando il posto a un turismo lento e rispettoso, fatto di trekking, mountain-bike e, naturalmente, motociclismo. Chi desidera proseguire può scendere verso Triora, “il paese delle streghe”, celebre per i processi del 1587 e per il suo borgo medievale perfettamente conservato.Oppure può deviare verso la valle del Tanaro e visitare Ormea, Garessio o le grotte di Bossea, completando così un itinerario ad anello che unisce Liguria e Piemonte.In ogni caso, il viaggio sulla Via del Sale rimane un’esperienza totale, capace di unire cultura, natura e libertà.Non è solo un percorso motociclistico, ma un itinerario storico che racconta secoli di scambi, di uomini, di montagne e di mare. La “Strada del Sale” è dunque molto più di un nome poetico: è una linea di vita tracciata nella roccia.Le ruote di oggi seguono le orme dei muli di ieri, ma lo spirito resta lo stesso — quello della scoperta.Ogni curva, ogni pietra, ogni vista ricorda che viaggiare non significa soltanto spostarsi, ma appartenere a un paesaggio, a una storia, a un’idea di mondo che continua a scorrere come il vento sulle creste alpine. https://youtu.be/-jf1J8Q5q6w

13 Ago 2025

Maniva e Crocedomini: la montagna che non smette mai di stupire

Ci sono giri in moto che colpiscono per la distanza, altri per la fatica richiesta, altri ancora per l’impegno mentale che impongono. Poi esistono percorsi brevi, apparentemente secondari, che in pochi chilometri concentrano una quantità di strada, quota e territorio tale da lasciare addosso la sensazione di aver guidato molto più a lungo. I 48 chilometri che collegano Breno a Bagolino, passando per Pescarzo, il Rifugio Carlo Tassara, il Passo Crocedomini, il Valico Poffa di Rondellino, il Passo di Rondellino, il Giogo della Bala, il Passo Dasdana e il Giogo del Maniva, rientrano senza esitazioni in questa categoria. È un tracciato corto sulla carta, ma denso, continuo, senza pause inutili, costruito su una sequenza di salite e discese che non concedono distrazioni. Breno è il punto di partenza naturale. Centro principale della media Valle Camonica, è un paese che vive ancora dentro una stratificazione evidente di epoche. Le incisioni rupestri dei Camuni, riconosciute patrimonio UNESCO, sono poco fuori dal centro, ma la loro presenza si avverte anche dentro il tessuto urbano, nelle pietre lavorate, nei muri irregolari, nella sensazione che questo sia un territorio abitato da molto prima che esistessero le strade asfaltate. Il Castello di Breno domina dall’alto, il centro storico resta compatto, pratico, senza concessioni inutili. Prima di partire conviene fare rifornimento qui, perché più avanti le possibilità si diradano, e una volta lasciato il fondovalle la montagna prende il controllo del ritmo. La salita verso Pescarzo comincia subito a farsi sentire. La strada si restringe, l’asfalto diventa più ruvido, le curve si susseguono con una logica che privilegia la progressione continua piuttosto che lo spettacolo. Pescarzo appare senza annunci, con le sue case in pietra, i tetti in lastre, l’assetto di un paese che non si è mai adattato a chi passa, ma continua a vivere secondo le proprie regole. Qui la moto lavora di coppia, la salita è costante, mai violenta, e il fondo tiene bene anche dopo le piogge, salvo qualche tratto dove la ghiaia portata dai versanti può comparire all’uscita dei tornanti. Superata Pescarzo, la strada continua a salire verso il Rifugio Carlo Tassara. A quota 1.680 metri l’ambiente cambia in modo netto. L’aria si fa più fresca anche in piena estate, la vegetazione si apre, i boschi lasciano spazio a prati e versanti più ampi. Il rifugio, intitolato a Carlo Tassara, alpinista e socio del CAI di Breno, è un punto di riferimento reale per escursionisti, biker e motociclisti. Qui ci si ferma spesso non tanto per necessità quanto per respirare, per allentare il casco, per guardare la Valle Camonica da una prospettiva che restituisce il senso della quota guadagnata. Il parcheggio è ampio, il fondo regolare, l’accesso semplice anche con moto cariche. Pochi chilometri dopo si arriva al Passo Crocedomini, a 1.892 metri. È uno spartiacque vero, geografico e storico, tra Valle Camonica, Val Trompia e Val Sabbia. La strada qui alterna tratti di asfalto ben tenuto ad altri più segnati dal gelo invernale, con rappezzi e giunti che invitano a guidare puliti, senza forzare. Crocedomini è stato via di passaggio per secoli. Pastori, commercianti, contrabbandieri lo hanno attraversato molto prima che diventasse un riferimento per motociclisti e ciclisti. Durante la Seconda guerra mondiale è stato anche un punto di collegamento per i movimenti della Resistenza. Oggi resta un passo che si affronta con rispetto, perché la montagna qui non è mai addomesticata del tutto. Dal Crocedomini si entra nella parte più raccolta del percorso, in direzione del Valico Poffa di Rondellino e del Passo di Rondellino. La strada si fa più stretta, l’esposizione aumenta, le protezioni spariscono in diversi punti. Non è un tratto difficile, ma richiede attenzione, soprattutto nei giorni ventosi o dopo temporali, quando il fondo può presentare residui di terra e piccoli sassi. Il traffico è ridotto, spesso limitato a qualche mezzo agricolo o a motociclisti che conoscono bene la zona. Spegnendo il motore, qui, il silenzio è reale, interrotto solo dal vento e dai rapaci che sfruttano le correnti lungo i versanti. Il Giogo della Bala arriva quasi senza preavviso. Il nome richiama un passato militare che su queste montagne è ancora leggibile. Questo tratto fa parte del sistema difensivo noto come Linea Cadorna, costruito tra fine Ottocento e inizio Novecento lungo l’arco prealpino. Fortini, trincee e postazioni sono ancora visibili per chi sa dove guardare, incastonati nel terreno come cicatrici che il tempo non ha cancellato. La strada qui è esposta, panoramica, ma non indulgente. Nei giorni limpidi lo sguardo corre lontano, ma conviene restare concentrati sulla guida, perché il margine d’errore è ridotto. Salendo ancora si raggiunge il Passo Dasdana, a quota 2.078 metri, il punto più alto dell’itinerario. Qui l’ambiente è quello dell’alta quota vera. I boschi scompaiono, restano prati, rocce, cielo. Il vento è spesso presente, anche quando più in basso l’aria è ferma. In estate i pascoli sono animati dalle mandrie, e non è raro trovare animali sulla carreggiata. Durante la Prima guerra mondiale questo settore fu interessato da movimenti di truppe alpine, e ancora oggi tra le pietre si trovano resti metallici, discreti ma evidenti a chi presta attenzione. La strada, in questo tratto, alterna asfalto e sterrato compatto, ben percorribile con moto adatte, ma da affrontare con cautela in caso di umidità. Dal Dasdana si scende verso il Giogo del Maniva. È un nome noto, soprattutto per chi frequenta queste zone in inverno o per chi cerca strade panoramiche senza compromessi. Il Maniva è un luogo che ha vissuto diverse stagioni turistiche, reinventandosi nel tempo. La strada è stretta, a tratti sospesa, con curve che sembrano disegnate direttamente sul fianco della montagna. Alcuni tratti sono asfaltati, altri restano sterrati, ma il fondo è generalmente buono, salvo dopo forti piogge o a inizio stagione, quando il disgelo può lasciare segni evidenti. Il traffico aumenta nei fine settimana estivi, soprattutto nei pressi delle strutture ricettive, mentre nei giorni feriali il silenzio torna a essere dominante. La discesa finale conduce a Bagolino. Il borgo appare compatto, raccolto, con un centro storico che conserva l’impianto medievale. Le case alte, le strade lastricate, i portali in pietra raccontano una storia lunga e continua. Bagolino è noto anche per il suo carnevale tradizionale e per il Bagòss, formaggio a latte crudo prodotto da secoli in questa zona, stagionato a lungo e caratterizzato dall’uso dello zafferano. Fermarsi qui dopo il giro ha senso. Non per celebrare l’arrivo, ma per chiudere il percorso con calma, togliere il casco, sedersi a un tavolo e guardare le montagne da cui si è scesi, una curva alla volta. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. Il resto lo fa la strada.

10 Ago 2025

Passo Pordoi e Passo Sella: due giganti per chi ama le due ruote

Sotto la Marmolada in moto: curve, storia e leggende tra Rocca Pietrone e Bolzano Partire all’alba da Rocca Pietrone è una di quelle esperienze che ti fanno capire quanto una moto possa diventare un’estensione del corpo e della mente. L’aria delle Dolomiti a luglio ha quell’odore misto di resina, erba tagliata e pietra scaldata dal sole che ti accompagna per tutta la giornata. Da qui, il nostro giro comincia con la promessa di curve indimenticabili, di storie di uomini e montagne, di sapori intensi e paesaggi che hanno forgiato la leggenda delle Dolomiti. Lasciandoti alle spalle Rocca Pietrone, la strada comincia a salire dolcemente, ti fa prendere confidenza con l’asfalto prima di portarti verso Malga Ciapela. Qui, ai piedi della Marmolada, la regina delle Dolomiti, il tempo sembra fermarsi. Malga Ciapela è più di un semplice punto di passaggio: è una porta d’accesso a storie di ghiaccio e guerra. Durante la Prima Guerra Mondiale questo luogo fu teatro di incredibili imprese militari, con gallerie scavate nel ghiaccio, note come la “Città di Ghiaccio”. Ancora oggi, sotto il ghiacciaio, si trovano reperti, resti di baracche e persino tratti di filo spinato che raccontano un secolo di storia. Fermarsi qui per un caffè con vista sulla Marmolada significa rendere omaggio a chi, su queste rocce, ha vissuto e combattuto in condizioni inimmaginabili. Ripartendo da Malga Ciapela, la strada comincia a farsi più audace, e in pochi chilometri si arriva al Passo Fedaia. Qui il Lago Fedaia luccica come un gioiello incastonato tra le montagne. La diga che lo trattiene fu costruita negli anni ’50 per scopi idroelettrici, ma oggi è un punto panoramico e un richiamo per motociclisti e ciclisti di ogni provenienza. Lungo la riva del lago puoi spesso vedere camperisti che tirano fuori tavolini e seggiole, oppure gruppi di alpinisti che si preparano a scalare le pareti più ambiziose della Marmolada. La vista da qui è qualcosa che non dimenticherai: il ghiacciaio scende lento e maestoso, e nei giorni limpidi si riflette nell’acqua creando un effetto specchio che ti lascia senza parole. Da Fedaia scendi verso Penìs e Canazei, attraversando paesi dove la tradizione ladina è viva in ogni angolo. Canazei, in particolare, è una piccola capitale del turismo dolomitico, ma conserva una forte identità. Le sue case decorate a fresco, i balconi fioriti e la cucina locale ne fanno una tappa obbligata. Vale la pena fermarsi per assaggiare i canederli, grossi gnocchi di pane arricchiti con speck o formaggio, serviti in brodo o con burro fuso. E se hai spazio, un piatto di cajoncie, ravioli ripieni di rapa rossa e conditi con burro e semi di papavero, ti porterà dritto nel cuore della tradizione ladina. Da Canazei, il passo successivo è il Passo Sella. Il nome evoca subito storie di ciclisti epici e di curve da stendere la moto con cautela e precisione. La salita è un susseguirsi di tornanti, alcuni stretti, altri larghi, ma tutti regalano viste mozzafiato sui gruppi del Sassolungo e del Sella. Se ti fermi in cima, al rifugio, sentirai parlare ladino, tedesco, italiano e inglese in un miscuglio che racconta la storia multiculturale di queste valli, un tempo parte del Tirolo austriaco e oggi cuore del Trentino-Alto Adige. Qui la leggenda si mescola con la geologia: si racconta che le Dolomiti fossero un tempo coralli sommersi, e in effetti, guardando la pietra dolomitica al microscopio, si trovano ancora fossili marini che testimoniano antichi mari tropicali. Proseguendo verso la Sella de Culac, la strada diventa più tranquilla, ma non meno suggestiva. Il nome stesso, Culac, ha un sapore antico, legato probabilmente alle forme tondeggianti delle colline circostanti. È un punto meno noto ai più, ma amato da chi cerca uno scorcio autentico delle Dolomiti lontano dalle folle. Qui i prati sono punteggiati di mucche al pascolo, campanacci che suonano come melodie lente, e se sei fortunato puoi incrociare un pastore disposto a raccontarti storie di tempi andati, quando si scendeva in valle solo per la transumanza. Poi arriva il Passo Gardena, altro mito per chi ama le due ruote. Le curve ampie e l’asfalto perfetto invitano a lasciarsi andare, ma la vista continua a distrarti: le Odle sembrano sculture gotiche scolpite dal vento e dal tempo. In estate i prati si riempiono di stelle alpine e genziane, e l’aria è così fresca che sembra ripulire i pensieri. A Corvara in Badia, scendendo dal passo, ti ritrovi in un borgo elegante ma ancora legato alla sua identità ladina. Qui puoi trovare alberghi di lusso accanto a baite storiche, ristoranti stellati e piccole osterie dove la polenta concia è ancora servita come una volta, fumante e avvolgente. Da Corvara prendi la strada verso il Passo Campolongo. È più basso e meno impegnativo, ma ha un fascino tutto suo. La salita ti porta attraverso boschi fitti di larici e abeti, e ogni tanto si apre su radure dove il sole d’estate crea giochi di luce incredibili. Campolongo è anche il punto dove molti ciclisti si fermano a rifiatare durante il celebre Sellaronda Bike Day, evento che chiude al traffico motorizzato i passi dolomitici per lasciarli ai pedali e al silenzio. La comunità locale lo vive come una festa, e racconta di quando, negli anni ’70, queste strade erano quasi deserte, percorse solo da pastori e qualche raro turista. La discesa verso Arabba è dolce e rilassante, ma ti prepara subito per l’impegnativo Passo Pordoi. Qui la storia torna a farsi sentire: sul Pordoi si trova il Sacrario Militare che ospita i resti di oltre 8.000 soldati italiani e austriaci caduti durante la Grande Guerra. È un luogo di silenzio e rispetto, ma anche di memoria condivisa. Fermarsi qui, anche solo per pochi minuti, ti mette in contatto con una dimensione più profonda di queste montagne, che non sono solo paesaggi da cartolina, ma testimoni di sofferenze e sacrifici. Dal punto di vista motociclistico, il Pordoi è un capolavoro: 28 tornanti in salita e altrettanti in discesa, tutti ben segnalati, con tratti panoramici che invitano a fermarsi per una foto dopo l’altra. La strada ti riporta a Canazei e poi a Vigo di Fassa, altro centro vivo e autentico della cultura ladina. A Vigo puoi visitare il Museo Ladino, che custodisce costumi tradizionali, attrezzi agricoli e documenti che raccontano secoli di vita tra queste valli. Le feste estive, con processioni, canti e balli, sono uno spettacolo che intreccia fede e folklore. A tavola, qui è d’obbligo provare lo strauben, una frittella dolce servita con zucchero a velo e marmellata di mirtilli. Dopo Vigo, la strada comincia a salire verso il Passo Carezza, uno dei luoghi più romantici delle Dolomiti. Qui si trova il celebre Lago di Carezza, chiamato anche “Lago dell’Arcobaleno” per i colori incredibili che assume a seconda della luce. Una leggenda racconta che una strega, innamorata di un pastore, gettò nel lago uno dei suoi arcobaleni, donandogli così quei riflessi magici. Fermarsi qui è come entrare in un sogno: il lago, circondato dai pini, con il Latemar che si specchia nelle sue acque, sembra appartenere a un altro mondo. La discesa finale verso Bolzano è una celebrazione della guida: curve dolci, tornanti larghi, asfalto liscio e panorami che si aprono verso la conca della città. Bolzano ti accoglie con la sua eleganza mitteleuropea, i portici medievali e i mercati vivaci. Qui si sente il respiro della storia asburgica e la vivacità di una città che è ponte tra culture. Puoi parcheggiare la moto vicino a Piazza Walther, prendere un gelato artigianale e passeggiare tra negozi e caffè che raccontano secoli di convivenza tra italiani, tedeschi e ladini. Prima di ripartire, magari dopo una notte in città, concediti una cena in una delle tipiche stube: canederli allo speck, gulash, krapfen dolci. Brinda con un bicchiere di Lagrein o di Gewürztraminer, vini locali che portano in sé il profumo della montagna e il carattere forte della gente che la abita. Questo itinerario di 145 chilometri non è solo un viaggio in moto: è un viaggio nella storia, nella cultura, nei sapori e nelle emozioni. Le Dolomiti non sono semplicemente montagne, ma pagine di un libro scritto da milioni di anni di geologia e da secoli di vita umana. Curva dopo curva, ti ritroverai a riflettere su quanto sia potente la natura e quanto siano profonde le radici di chi qui ha vissuto, amato e lottato. E mentre torni a casa, con la traccia GPX scaricata dal blog a ricordarti ogni tornante, porterai con te non solo le immagini ma anche le storie, i profumi e il sapore di un’esperienza che va oltre il semplice viaggiare. Queste strade sono fatte per chi sa ascoltare il rumore del vento sotto il casco, per chi sa che ogni curva racconta una storia e che ogni fermata è un incontro con qualcosa di più grande.

02 Ago 2025

Passo Dordona in moto: l’avventura che non ti aspetti!

Quando si parte da San Pellegrino Terme in sella alla propria moto, si ha la netta sensazione di lasciare alle spalle il mondo ordinario per entrare in una dimensione sospesa, dove l’asfalto racconta storie e le curve portano memoria. Questo itinerario, percorso nei primi giorni di luglio, non è soltanto un viaggio tra valli alpine e vette silenziose, ma un'immersione nella storia, nei sapori e nei misteri della Val Brembana. Si snoda da San Pellegrino Terme, prosegue per Lenna, Branzi, Foppolo, fino a inerpicarsi sul selvaggio e spettacolare Passo Dordona. La traccia GPX è scaricabile gratuitamente da misterpatterson.blog, ma ciò che non si potrà scaricare è l’emozione unica che questo tragitto sa regalare. Va vissuto. Curva dopo curva. San Pellegrino Terme è un nome che evoca acque miracolose, liberty decadente e un passato che fu splendore europeo. Sorge a 358 metri sul livello del mare, nella parte più profonda della Val Brembana, e da fine Ottocento fu una delle stazioni termali più celebri d’Europa. Il Grand Hotel, simbolo di quell’epoca, è ancora lì, come un colosso addormentato, oggi parzialmente restaurato. Fu progettato nel 1902 in pieno stile liberty lombardo, ed è stato testimone di feste aristocratiche, congressi medici e soggiorni di reali. Gabriele D’Annunzio vi soggiornò, e pare che vi si sia ispirato per alcuni suoi versi sul culto delle acque. Ma San Pellegrino è anche la patria di una delle acque minerali più famose al mondo. L’acqua omonima fu commercializzata fin dal 1899 e oggi è esportata in oltre 150 paesi, ma la sorgente — già nota agli antichi romani — era considerata curativa fin dal Medioevo. A metà Novecento, tra le terme, le ville e i casinò, qui si respirava un'aria di Riviera alpina. Ma poi venne il declino, e il turismo termale crollò. Oggi però si assiste a una lenta rinascita. Il nuovo centro termale QC Terme ha riportato i riflettori su questo borgo, offrendo esperienze sensoriali che mescolano benessere e architettura d’epoca. Lasciando San Pellegrino alle spalle, si segue la SS470, affiancando il fiume Brembo che ci accompagna come un compagno di viaggio vecchio e silenzioso. La moto comincia a respirare meglio, mentre il traffico svanisce. Dopo pochi chilometri si arriva a Lenna, un borgo apparentemente modesto, ma che custodisce una delle storie più affascinanti della valle. Lenna era uno dei centri più attivi della Repubblica di Venezia nella produzione del ferro. Dal 1400 al 1700, infatti, tutta l’area della Val Brembana fu intensamente sfruttata per l’estrazione e la lavorazione del ferro, che veniva poi trasportato fino a Bergamo e da lì a Venezia per la costruzione di navi e armamenti. A Lenna esiste ancora il "Maglio", un'antica fucina ad acqua del XVII secolo, perfettamente restaurata. Le ruote idrauliche, le incudini e i mantici raccontano un passato dove ogni colpo di martello era un passo nella storia della Serenissima. Un piccolo museo racconta tutto questo, spesso trascurato dai turisti frettolosi ma imperdibile per chi ama i retroscena della civiltà. Da Lenna, la salita verso Branzi è dolce e selvaggia allo stesso tempo. Si attraversano frazioni dal nome antico come Scalvino e Cornello dei Tasso, patria dell’invenzione del servizio postale moderno. I Tasso — sì, proprio la famiglia di Torquato Tasso — erano corrieri pontifici, fondatori del sistema di posta imperiale degli Asburgo. Cornello è oggi un borgo medievale perfettamente conservato, uno di quei luoghi che sembrano essere usciti da un manoscritto miniato. Il pavé antico, le case in pietra, i portici bassi: tutto parla di un tempo sospeso. Fermarsi qui per un caffè è quasi un atto dovuto. Ma guai a non provare i formaggi locali. La Strachitunt, tipica di questa zona, è un formaggio a pasta erborinata prodotto ancora in modo artigianale. Il suo gusto intenso e complesso lo rende perfetto per una pausa gourmet. È un patrimonio DOP dal 2014, e viene prodotto solo in pochi alpeggi della zona. Arrivati a Branzi, si entra nel cuore montano della Val Brembana. Qui il paesaggio cambia: il fondovalle si stringe, le montagne si avvicinano e il verde si fa più severo. Branzi è celebre per le sue cascate e per il lago, ma anche per essere punto di partenza di escursioni al Rifugio Fratelli Calvi o ai Laghi Gemelli. In epoca medievale era una zona di passaggio per i commercianti e le mandrie transumanti che passavano dai passi alpini. Ma c’è un’altra storia, meno nota, che rende Branzi un luogo quasi leggendario. Durante la Seconda Guerra Mondiale, fu base di numerosi gruppi partigiani. I boschi circostanti furono rifugio e campo d’azione per i combattenti della libertà. La Val Sambuzza, poco sopra Branzi, fu teatro di scontri tra partigiani e reparti tedeschi tra il 1944 e il 1945. Ancora oggi, nei boschi, si trovano trincee, resti di baracche e croci di legno a memoria dei caduti. Proseguendo verso Foppolo, la strada si fa sempre più solitaria e impegnativa. I tornanti iniziano a farsi più stretti e il bosco si infittisce. Foppolo è una delle stazioni sciistiche più note della Lombardia, anche se il suo splendore ha conosciuto alti e bassi. Negli anni ’70 e ’80 era meta chic per le settimane bianche dei milanesi. Poi venne la crisi, e il turismo calò. Ma negli ultimi anni, grazie a nuove strutture e a una maggiore attenzione alla sostenibilità, Foppolo sta cercando di reinventarsi. D’estate è un paradiso per motociclisti e trekker. I prati d’altura si riempiono di marmotte, i cieli vengono tagliati da aquile e falchi, e l’aria è talmente limpida che si riescono a vedere le Grigne e, nelle giornate migliori, persino il Monte Rosa. È qui che inizia la vera sfida: il Passo Dordona. Questo valico collega la Val Brembana con la Valtellina, più precisamente con Fusine, sopra Morbegno. Ma non aspettatevi un passo asfaltato e turistico: il Dordona è una mulattiera militare, percorribile solo con moto enduro, MTB o a piedi. Salire in sella e affrontare il Passo Dordona significa accettare il patto tra moto e montagna, tra fango e fatica, tra respiro e roccia. L’itinerario sterrato si inerpica tra pascoli, tornanti di terra, pietraie e vecchie casermette. La mulattiera fu costruita durante la Prima Guerra Mondiale per scopi difensivi e ancora oggi se ne vedono i ruderi. A 2061 metri di quota, in cima al passo, si trova il cippo commemorativo ai caduti della Resistenza: anche qui i partigiani combatterono e morirono. La vista, una volta in vetta, è uno di quegli spettacoli per cui si accetta volentieri ogni scossone, ogni respiro corto, ogni goccia di sudore. Davanti si apre la Valtellina, dietro la Val Brembana. Silenzio assoluto, rotto solo dal vento e dal battito del proprio cuore. Un aneddoto curioso: si racconta che durante un inverno particolarmente rigido del 1956, un vecchio alpino della zona si rifugiò per settimane in una delle casermette sul Dordona, vivendo di formaggio stagionato e neve sciolta. Quando fu ritrovato, era vivo e vegeto e disse: “La montagna la devi ascoltare. Se ti accetta, ti salva.” Questo detto, oggi inciso su una tavoletta di legno accanto al cippo, è diventato una specie di mantra per escursionisti e motociclisti della zona. Ma il viaggio non è solo paesaggio e memoria. È anche gusto. Tornando indietro, magari facendo tappa a Branzi o Lenna, è d’obbligo una sosta gastronomica. La polenta taragna qui è regina assoluta: servita con burro, formaggi fusi e magari un bicchiere di vino Valcalepio rosso corposo. Non mancano i dolci: le torte rustiche alle mele locali, i biscotti di mais e l’immancabile “Brasadèla de Lenna”, ciambella soffice cotta nel forno a legna, la cui ricetta resta gelosamente custodita da poche famiglie del borgo. C’è qualcosa di sacro in questo itinerario. Non nel senso religioso del termine, ma nel suo significato più antico: sacer come separato, speciale, fuori dall’ordinario. Percorrere la strada da San Pellegrino Terme al Passo Dordona è un atto di immersione nella storia, nella natura, nell’anima della montagna bergamasca. È un modo per sentire il tempo rallentare, per ricollegarsi al ritmo dei tornanti, per ascoltare le voci dimenticate nei boschi. Chi guida con il cuore aperto, qui troverà risposte che altrove sfuggono. Nota importante sull’accesso al Passo Dordona:Il tratto finale che conduce da Foppolo al Passo Dordona non è una strada pubblica asfaltata, ma una mulattiera sterrata di origine militare oggi gestita da privati. L’accesso è a pagamento e regolamentato nei mesi estivi. L’ingresso è riservato a mezzi autorizzati (moto enduro, MTB, e veicoli 4x4 con permesso) e richiede il pagamento di un pedaggio che varia tra i 5 e i 10 euro, da versare tramite parchimetro automatico o app, a seconda dell’anno e delle disposizioni comunali. Il ticket vale per una giornata e in alcuni periodi può essere acquistato anche online o presso punti convenzionati nel comune di Foppolo.È vietato il transito ai camper, ai veicoli non idonei o alle moto da strada pura, sia per ragioni di sicurezza che di conservazione del tracciato. È fortemente consigliato informarsi presso il sito ufficiale del Comune di Foppolo o presso l’ufficio turistico locale prima della partenza. Il fondo è impegnativo e richiede buone capacità di guida su sterrato. In caso di maltempo o frane, il passo può essere chiuso temporaneamente.

30 Lug 2025

Dal Lago di Coredo al Passo Palade: un viaggio che profuma di mele e libertà

Da Mezzolombardo a Bolzano attraverso il Passo Palade, un viaggio in moto tra storia, valli segrete e leggende del Trentino-Alto Adige Partire in una mattina di luglio da Mezzolombardo ha sempre un sapore speciale. Il sole che illumina la valle dell’Adige, l’aria fresca che scende dalle montagne e la sensazione che, una volta girata la chiave della moto, si stia aprendo un piccolo capitolo di libertà personale. Questo itinerario di 115 chilometri è un condensato di storia, paesaggi da cartolina, curve che fanno battere il cuore e soste in cui il tempo sembra fermarsi. E sì, come sempre, sul blog puoi scaricare gratuitamente la traccia GPX di questo giro, così da riviverlo a modo tuo. La partenza da Mezzolombardo è un tuffo immediato nella storia del Trentino. Questo borgo, situato all’imbocco della Valle di Non, è stato per secoli un punto strategico per il commercio e la difesa. Camminando tra le sue vie o passando davanti al maestoso Castel San Pietro, ci si rende conto di quanto il Medioevo sia ancora palpabile tra i muri in pietra. Antiche leggende raccontano di passaggi segreti che collegavano il castello ai sotterranei del paese, usati dai nobili per sfuggire agli assedi. Non sappiamo se sia vero, ma basta immaginarlo mentre si monta in sella per sentire già il viaggio assumere un sapore diverso. Lasciata Mezzolombardo alle spalle, si inizia a salire verso Mollaro. Qui la strada si restringe, gli alberi iniziano a farsi più fitti e l’aria cambia, si fa più umida e profumata. Mollaro è un piccolo centro agricolo noto per le sue mele, e attraversarlo in moto durante la stagione estiva significa essere avvolti da quell’inconfondibile profumo dolce che arriva dai frutteti. In passato questo territorio era conteso tra famiglie nobiliari locali, ognuna decisa a difendere i propri possedimenti agricoli, e ancora oggi, parlando con gli anziani del luogo, emergono racconti di litigi e confini spostati di notte, a colpi di pietre e steccati. Pochi chilometri più in là si incontra Prio, minuscolo e raccolto. Non ci sono grandi monumenti, ma ogni muro ha qualcosa da raccontare. Qui la tradizione dei masi è ancora viva: le grandi case rurali in legno e pietra, con i tetti spioventi e i fienili aperti, testimoniano un modo di vivere la montagna che resiste al tempo. Alcuni raccontano che nei boschi sopra Prio si nascondano ancora resti di antichi roccoli, le trappole medievali usate per catturare gli uccelli migratori, testimonianza di un’epoca in cui la sopravvivenza era un’arte quotidiana. Arrivati a Vervò, la strada comincia a regalare panorami sempre più ampi. Il paese, che domina la valle sottostante, è noto per la chiesa di Santa Maria Maddalena, con un campanile che sembra sfidare il cielo. Se ti fermi e ti guardi intorno, noterai come la pietra usata per le costruzioni sia la stessa che affiora nei campi: la dolomia tipica delle Dolomiti di Brenta, che qui mostra tutta la sua bellezza. I vecchi raccontano di una “pietra delle streghe” nascosta nei pressi del paese, luogo di raduni notturni e incantesimi. Che sia leggenda o no, passare di qui in una sera d’estate, con la luce che cala, può far venire i brividi. Puntando il manubrio verso il Lago di Coredo, la strada diventa un susseguirsi di curve morbide. Il lago è uno specchio d’acqua immerso in un bosco di abeti e larici, e in estate è un piccolo paradiso per chi cerca quiete e aria buona. Molti motociclisti si fermano qui per una pausa caffè, osservando le barchette a remi che solcano le acque tranquille. Questo lago, insieme al vicino Lago di Tavon, è stato per secoli fonte d’acqua per i campi circostanti. Una leggenda locale racconta che, nelle notti di luna piena, dal fondo del lago emergano campanili sommersi e suoni di campane. Probabilmente suggestione, ma ti garantisco che guardare l’acqua al chiaro di luna ti farà capire da dove nascono queste storie. Da Coredo si scende leggermente verso il Lago di Santa Giustina, il grande bacino artificiale che domina la Val di Non. Qui la moto sembra quasi volare sopra un mare di smeraldo. Costruito negli anni ’50 per alimentare la centrale idroelettrica di Taio, il lago ha nascosto per sempre antichi masi e campi. Eppure, quando le acque sono basse, emergono resti di vecchie strade e ponti, come fantasmi di un passato sommerso. Fermarsi sul ponte di Mostizzolo a guardare l’acqua che scorre veloce verso la forra è un’esperienza che resta impressa. Continuando, si arriva a Banco e poi a Lauregno, dove la strada comincia a salire verso i primi contrafforti altoatesini. Qui cambia anche la lingua: i cartelli iniziano a riportare i nomi in tedesco, e la cucina locale si arricchisce di sapori nuovi. Vale la pena fermarsi in una delle locande lungo la strada per assaggiare i canederli o uno strudel di mele fatto come una volta. A Lauregno molti ricordano ancora le difficoltà della Prima Guerra Mondiale, quando questa zona era linea di confine tra l’Impero Austro-Ungarico e il Regno d’Italia. Trincee e fortini nascosti nel bosco testimoniano quel periodo buio. Arrivando a Castelfondo si entra in un borgo che sembra uscito da una fiaba. Il nome stesso ricorda l’antico castello, di cui restano pochi ruderi, ma che domina idealmente il paese. Le storie locali parlano di conti crudeli e di amori proibiti, e alcune vecchie case portano ancora gli stemmi delle famiglie nobili che qui risiedevano. Oggi Castelfondo è un luogo tranquillo, ma durante l’estate si anima con feste tradizionali dove si balla al suono della fisarmonica. Si prosegue poi verso Fondo, che molti considerano la porta dell’Alta Val di Non. Fondo è famoso per il Canyon Rio Sass, una gola profonda scavata dall’acqua, visitabile con passerelle sospese e percorsi guidati. Se hai tempo, togli il casco e lasciati guidare in questa meraviglia naturale: tra fossili, cascate e strane formazioni rocciose, capirai perché la natura qui è stata così generosa. A poca distanza, un altro gioiello: il Lago Smeraldo, piccolo ma incantevole, meta ideale per una pausa rinfrescante. Lasciando Fondo si risale verso San Felice, e qui il paesaggio diventa sempre più alpino. Le case in legno e i balconi fioriti parlano di una cultura che sa fondere l’italiano e il tedesco, il mediterraneo e l’alpino. In inverno questa zona si trasforma in un paradiso per gli sciatori, ma in estate è la meta perfetta per chi ama le moto: curve, tornanti e panorami che tolgono il fiato. Ed ecco il Passo Palade, quota 1.518 metri. Da qui la vista spazia fino al gruppo dell’Ortles e alle cime delle Maddalene. Il passo è stato per secoli un valico strategico: prima usato dai mercanti medievali, poi dai militari austriaci e italiani. Ancora oggi si possono vedere vecchi bunker della Grande Guerra, perfettamente mimetizzati tra i prati. Fermarsi qui per una foto è d’obbligo, ma anche per respirare quell’aria sottile e piena di storie. Scendendo verso Narano, il paesaggio cambia di nuovo. I prati si fanno più dolci, le coltivazioni di mele tornano protagoniste e i paesi si susseguono con un ritmo placido. Tesin e Nailles sono piccole frazioni, ma ognuna custodisce una chiesetta romanica, un maso antico, un forno comunitario. Se ti capita di passare durante una sagra, sarai travolto dalla convivialità tipica di queste comunità. Ed eccoci infine a Bolzano, la città dei mercati e delle piazze eleganti, dove l’italiano e il tedesco convivono da secoli. Arrivare in moto in Piazza Walther, scendere e guardarsi intorno è come fare un salto nel cuore dell’Europa. Qui la storia recente si mescola con quella antica: i palazzi asburgici convivono con edifici medievali, e nelle osterie puoi gustare sia uno speck tagliato spesso che un buon bicchiere di Teroldego. Non dimenticare di fare un salto al Museo Archeologico per salutare Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio, simbolo di un territorio che da sempre è crocevia di culture e viaggiatori. Questo itinerario di 115 chilometri è un invito a lasciarsi alle spalle la fretta e ad abbracciare la lentezza del viaggio. Tra curve che accarezzano la montagna, laghi che riflettono il cielo e paesi che raccontano storie di uomini e donne resilienti, scoprirai che ogni chilometro vale la pena. E mentre la moto si ferma a Bolzano e tu togli il casco, sentirai che il viaggio non è solo nel paesaggio, ma anche dentro di te. La traccia GPX di questo percorso è disponibile gratuitamente sul blog, pronta per essere caricata sul tuo navigatore e trasformarsi in avventura. Sii pronto a lasciarti sorprendere, a fermarti quando qualcosa cattura lo sguardo e a scoprire che, in fondo, viaggiare in moto è il modo più bello per sentirsi davvero vivi.

26 Lug 2025

Mister Patterson in Val Brembana: tra passato e tornanti

Nei primi giorni di luglio, quando l’estate lombarda si apre come un libro scritto in dialetto, caldo e vento tra i capelli, Mister Patterson – l’uomo-cane che morde la strada e accarezza la storia – è salito in sella per un nuovo viaggio. Questa volta si è lasciato trasportare dalla voglia di curve e profumi di montagna, dalle valli bergamasche che hanno visto passare eserciti, pellegrini, minatori e vacanzieri, ma anche silenzi e temporali improvvisi. Un itinerario breve nei chilometri ma profondo nei significati: da Nembro a San Pellegrino Terme, attraversando Selvino, Grumello del Monte, Miragolo, San Salvatore, Endenna e Ambria. Un percorso da assaporare a 50 all’ora, col cuore pieno e gli occhi spalancati. Il viaggio inizia a Nembro, un comune della Val Seriana che negli anni recenti è diventato tristemente noto durante la pandemia, ma che vanta una storia millenaria. Nembro esisteva già in epoca romana, ed era un piccolo insediamento lungo un’antica via commerciale. Le sue origini si confondono tra paganesimo celtico e cristianesimo longobardo, mentre il nome – forse derivato da Nemus, bosco sacro – è un richiamo diretto alla spiritualità naturale. A Nembro si respira un'aria di resistenza e rinascita. Le strade strette del centro, la chiesa parrocchiale di San Martino, il Museo delle pietre Coti, raccontano una laboriosità antica. Le famose pietre di Nembro, usate per affilare lame e utensili, hanno girato il mondo quando i coltellinai bresciani e bergamaschi erano ancora i re della pianura padana. Lasciando Nembro si sale verso Selvino, ed è qui che la moto comincia a cantare. Il tornante dopo tornante, tra castagni e betulle, si sale come se si cercasse il cielo. Selvino non è solo una località turistica; è un microcosmo alpino in miniatura. Un luogo che unisce natura, memoria e misteri. Durante la Seconda guerra mondiale, Selvino fu teatro della straordinaria vicenda dei bambini della casa di Sciesopoli, l’ex colonia fascista trasformata in rifugio per oltre 800 orfani ebrei sopravvissuti alla Shoah, grazie all’opera di Moshe Ze’ev. Una storia poco conosciuta ma intensa, che ha lasciato una traccia profonda. Oggi, chi passa da lì senza sapere, rischia di non notare le targhe e i monumenti. Ma Mister Patterson si ferma. Spegne la moto e resta in silenzio. Le ruote raccontano storie anche quando non girano. Il panorama che si apre dalla terrazza naturale di Selvino è già un premio. Si domina la valle, si sentono le voci dei boschi, si percepisce la tenacia della gente di montagna. Selvino è nota anche per le sue tradizioni: la Festa della Madonna del Perello, i mercatini estivi, le processioni che sembrano uscire da un libro di Guareschi con l’altopiano in sottofondo e i bambini con le ginocchia sbucciate. Lì vicino si produce uno dei formaggi più rari della Lombardia: lo stracchino all’antica delle valli orobiche, presidio Slow Food, che deve il suo nome al fatto che era il formaggio fatto dalle vacche “stracche”, stanche, al ritorno dall’alpeggio. Un cibo nato dalla fatica, come gran parte delle cose buone. La strada prosegue verso Grumello del Monte – o meglio Grumello dei monti, perché è un toponimo che in Lombardia ricorre più volte – ma in questo caso, passando per il Grumello montano che si arrocca sulle prime pendici delle Prealpi, lo scenario cambia ancora. È un susseguirsi di scorci, piccole contrade, casolari in pietra e curve morbide che sembrano disegnate da un motociclista ubriaco di poesia. Qui, se ti fermi, puoi sentire ancora le campane vere, quelle che battono mezzogiorno come se volessero svegliare anche i morti. E i vecchi che escono dalle case ti guardano con un misto di diffidenza e benedizione. Grumello è una tappa per chi ama scoprire i dettagli: le corti contadine, i sentieri nei boschi, i muretti a secco dove si appoggiano le lucertole. Ci si potrebbe aspettare l’arrivo di don Camillo in bici, o un Garibaldi in fuga. Da Grumello si sale ancora, verso Miragolo San Marco e poi Miragolo San Salvatore. Qui la quota aumenta, e anche il fascino. Miragolo non è solo un nome suggestivo – suona come “miracolo” e “meriggio” fusi insieme – ma è davvero un luogo di apparizioni. Appaiono camosci sui pendii, appaiono viste mozzafiato sull’Alta Val Brembana. È una zona dimenticata dal turismo di massa, ma amata da chi cerca pace, silenzi, e quei profumi che solo l’altura sa dare: resina, muschio, erba tagliata. A Miragolo, la motocicletta diventa un mezzo per attraversare il tempo. Non c’è traffico, non ci sono rotonde, solo vento e memoria. Un tempo qui si saliva a piedi, con le gerle in spalla, e si dormiva nei fienili. Oggi si sale in sella, ma lo spirito non è cambiato. Si mangia ancora polenta e formaggio, si beve vino della Valcalepio o una birra artigianale di Endine. La gente ti saluta con un cenno del capo, e se ti fermi a chiedere un’indicazione, ti raccontano la vita. Scendendo verso San Salvatore, uno dei due nuclei di Miragolo, ci si immerge nella cultura della montagna viva. Qui le leggende si mescolano alle cronache: si racconta di un prete che durante la guerra dava rifugio ai partigiani e sparava agli invasori dalla sagrestia. Storie forse ingigantite, forse no. Ma la Val Brembana ne è piena. A San Salvatore c’è un’energia particolare. Saranno le antenne, saranno i sassi, sarà il cielo così vicino. Ma si avverte che il luogo ha visto e conservato qualcosa. Forse dei giuramenti, forse dei rimpianti. Si scende poi verso Endenna, frazione collinare di Zogno, e da lì si plana verso Ambria. A Endenna il paesaggio si apre nuovamente. Gli alberi si diradano e il fiume Brembo si fa sentire. È una zona agricola e operaia, ma anche spirituale. Endenna ospita una delle più antiche parrocchie della valle e il monastero delle clarisse, luogo di pace e preghiera. Ma è anche terra di fabbri e lavoratori. Una valle forgiata a colpi di martello e Ave Maria. Da Endenna ad Ambria è un soffio. Qui la moto trova ancora strade buone, ma deve fare attenzione: il traffico aumenta, i camion passano vicini. Però basta poco per deviare su una mulattiera, e riscoprire la lentezza. Ambria è un luogo che vive tra due epoche. Il passato lo vedi nelle case in pietra, nei ponti vecchi, nei lavatoi. Il presente lo senti nei rumori della SS470 che corre verso il fondo valle. Ma Mister Patterson sa dove guardare: cerca gli occhi dei vecchi seduti sulle panchine. E lì trova la storia. E infine, eccola: San Pellegrino Terme. Perla Liberty incastonata tra i monti. Un tempo la Montecarlo delle Alpi, oggi città termale in cerca di un nuovo rinascimento. Ma sempre bellissima. San Pellegrino non è solo l’acqua famosa nel mondo. È un simbolo dell’Italia che fu: quella dei Grand Hotel, dei casinò, delle regine in villeggiatura. L’Excelsior, l’ex Casinò Municipale, il Grand Hotel: sono monumenti alla Belle Époque. Ma anche all’orgoglio operaio che costruì tutto questo con le mani. San Pellegrino è anche legata al culto di San Pellegrino, pellegrino sì, ma anche eremita, che avrebbe vissuto in una grotta nei dintorni. La grotta è ancora visitabile, ed è un luogo magico. Ma è anche terra di contrasti: tra il lusso termale e i bar del centro dove si gioca a briscola con le carte unte, tra il futuro dei centri benessere e la nostalgia del tram a cremagliera che saliva a San Pellegrino Vetta. Il viaggio è finito, ma la strada resta dentro. Ogni curva di questo itinerario ha portato con sé una lezione, una visione, un sapore. È un viaggio breve nei chilometri ma enorme nel significato. La traccia GPX è disponibile gratuitamente sul blog misterpatterson.blog, ma la vera traccia è quella che si scrive nel cuore. Perché chi viaggia così, non cerca la destinazione. Cerca il senso.

23 Lug 2025

Le Dolomiti come non le hai mai Guidate: l’Anello dei Quattro Passi

Giro in moto sulle Dolomiti: 185 km di pura meraviglia tra Trodena, Vigo di Fassa, Arabba e ritorno Partire all’alba da Trodena, quando il paese ancora sonnecchia e l’odore della resina dei boschi si mescola a quello del pane fresco, è un rito che chi ama la montagna non dimentica. Questo itinerario ad anello di circa 185 chilometri ti porta a stringere in un unico abbraccio le Dolomiti, tra curve da scolpire e panorami che sembrano dipinti. E la cosa più bella? Puoi scaricare gratuitamente la traccia GPX direttamente dal blog misterpatterson.blog, così puoi seguire esattamente le stesse strade che mi hanno regalato una giornata indimenticabile. Trodena, piccolo gioiello del Parco Naturale Monte Corno, è un punto di partenza perfetto. Le sue origini si perdono nei documenti medievali, ma si pensa che l’area fosse frequentata già in epoca romana grazie alla posizione strategica tra la Val di Fiemme e l’altopiano di Aldino. Qui la gente vive di legno, pascoli e turismo lento: ti capita ancora di vedere le donne anziane sedute all’ombra a fare lavori a maglia, mentre i nipotini scorazzano in bici. Una curiosità? Trodena era nota nei secoli scorsi per la produzione di carbone vegetale, fondamentale per le fucine della zona. Si imbocca la strada che sale verso Fontane Fredde, il nome già dice tutto: sorgenti gelide che dissetavano viandanti e mandrie. Qui le strade sono strette, e in moto ti senti parte della montagna. Il rumore del motore si confonde con quello delle cicale e dei rintocchi lontani delle campane. Una volta ho incontrato un vecchio boscaiolo che mi ha raccontato che negli anni ’50, quando la strada era sterrata, ci si metteva due ore a scendere con il carretto fino a Cavalese. Ora la percorri in pochi minuti, ma la sensazione di attraversare un luogo dove la fatica ha lasciato tracce è forte. Proseguendo per Aldino, ti trovi immerso in un altopiano che sa di storia contadina e di tradizione ladina. Le case sono decorate con fiori alle finestre, le stube antiche fumano ancora in inverno, e la gente qui parla un tedesco arcaico mischiato all’italiano. Non tutti sanno che ad Aldino si trova la chiesa di San Giacomo, una delle più antiche della zona, risalente al XIII secolo, con affreschi che raccontano di santi e pellegrini. La discesa ti porta a Ponte Nova, dove un tempo passavano i commercianti di legname diretti verso Bolzano. Il ponte originale fu distrutto durante una piena nel 1882, ma la memoria collettiva lo conserva intatto. Ancora oggi trovi vecchie osterie dove ordinare un piatto di canederli allo speck e sentirti parte di una storia che continua. La strada serpeggia fino al celebre Lago di Carezza, una perla incastonata tra le foreste di abeti. Qui la leggenda locale narra di una sirena che viveva nel lago e che un mago innamorato cercò di conquistare lanciando nel lago un arcobaleno. L’arcobaleno si ruppe in mille colori e da allora le acque del lago brillano di sfumature verdi, blu e oro. Se parcheggi la moto e ti avvicini alla riva al mattino presto, senza turisti intorno, senti davvero il silenzio delle Dolomiti e capisci perché tanti pittori e scrittori abbiano trovato qui l’ispirazione. Da qui sali verso il Passo di Costalunga, che divide la Val d’Ega dalla Val di Fassa. Questa strada è un paradiso per motociclisti: curve morbide, asfalto liscio e panorami che si aprono improvvisi sui gruppi dolomitici del Catinaccio e del Latemar. Durante la Prima Guerra Mondiale queste montagne erano teatro di scontri e linee di confine; ancora oggi si trovano resti di trincee e gallerie scavate nella roccia. Un vecchio cartello vicino al passo ricorda i caduti delle due parti, e ti fa riflettere su quanto queste montagne abbiano visto dolore e speranza. Scendendo verso Vigo di Fassa, entri nel cuore ladino delle Dolomiti. Vigo, con la sua chiesa di San Giovanni, domina la valle e regala uno dei panorami più fotografati del Trentino. Le case sono intagliate nel legno e i ristoranti servono piatti che mischiano la tradizione alpina con influenze venete: prova i cajoncie di ricotta e spinaci, conditi con burro fuso e semi di papavero. Poi la strada prosegue verso Canazei, il paese degli sportivi e degli amanti della montagna estrema. Qui ogni estate arrivano ciclisti, motociclisti e scalatori da tutta Europa. A Canazei c’è un piccolo museo ladino che racconta storie di contrabbandieri, pastori e leggende di fate e streghe. Una volta, chiacchierando con un anziano del posto, ho saputo che molti dei vecchi sentieri che oggi percorrono gli escursionisti erano in realtà vie di fuga per evitare le tasse dei principati confinanti. Da Canazei affronti il mitico Passo Pordoi. Le 28 tornanti sono una poesia per chi guida. Lassù, a 2.239 metri, c’è il Sacrario Militare del Pordoi, con le spoglie di migliaia di soldati caduti nella Grande Guerra. L’aria è sottile, il vento ti punge, ma la vista sulle cime della Marmolada e del Sella ripaga ogni sforzo. In estate, gruppi di motociclisti si incontrano qui per condividere storie di viaggio e un panino al wurstel preso al rifugio. La discesa ti porta ad Arabba, minuscolo ma celebre per il giro dei quattro passi. Arabba era in passato un crocevia per i pastori ladini, oggi è un punto strategico per sciatori e motociclisti. Da qui si sale al Passo Campolongo, una strada meno famosa ma bellissima, tra prati fioriti e malghe dove puoi assaggiare il formaggio fresco ancora caldo di latte. Poi giù verso Corvara in Badia, elegante e chic, dove le case in legno sono hotel di lusso e i ristoranti stellati offrono reinterpretazioni della cucina ladina: gnocchi di pane con fonduta di puzzone di Moena, cervo al vino rosso, strudel tiepido. Ma dietro l’eleganza c’è la storia di un paese che ha visto passare eserciti e pellegrini fin dal Medioevo, grazie alla sua posizione strategica tra le valli. Si prosegue verso il Passo Gardena, che mette alla prova le gomme e la tua capacità di piegare in curva. Le Dolomiti qui si mostrano in tutta la loro maestosità: le Odle ti scrutano dall’alto come guglie gotiche di roccia. In inverno è il regno degli sciatori, in estate è un paradiso per motociclisti. Un vecchio rifugista mi raccontò che negli anni ’30 qui si rifugiavano i contrabbandieri per scappare dalle guardie di frontiera; oggi al massimo ci si rifugia per una fetta di torta di grano saraceno. Ritorni quindi a Canazei, chiudendo il cerchio dolomitico, e scendi verso Lago di Soraga, poco conosciuto ma delizioso, uno specchio d’acqua dove si riflettono le cime circostanti. Poco più in là, Moena, la fata delle Dolomiti, con i suoi palazzi liberty e le botteghe artigiane. Moena è famosa per il formaggio Puzzone, dal sapore intenso, che se assaggiato su una fetta di pane di segale diventa un ricordo indelebile. Poi verso Predazzo, dove un tempo le famiglie lavoravano nelle segherie e oggi accolgono turisti curiosi di scoprire il Museo Geologico delle Dolomiti, ricco di fossili e spiegazioni sulla nascita di queste montagne uniche al mondo. Attraversi Cavalese, cuore pulsante della Val di Fiemme, con il suo Palazzo della Magnifica Comunità che racconta di una tradizione secolare di autogoverno. Qui la storia si intreccia con la modernità: si organizzano festival, concerti, eventi sportivi. Infine, costeggiando di nuovo Fontane Fredde, torni a Trodena, chiudendo un cerchio che sembra aver attraversato secoli di storia e chilometri di pura gioia motociclistica. Il bello di un itinerario così è che ogni curva ha qualcosa da raccontare: una leggenda, un sapore, una memoria di guerra, una festa di paese. E il bello di viaggiare in moto è che sei abbastanza veloce per coprire tanta strada in un giorno, ma abbastanza lento per sentire l’odore della resina, per vedere gli occhi azzurri di un’anziana che ti saluta dalla finestra, per assaporare un boccone di speck con una vista che toglie il fiato. Scarica la traccia GPX, parti anche tu, e ricordati che la moto non è solo un mezzo: è il miglior narratore che potresti mai portarti dietro.

19 Lug 2025

Valtellina, Lago e Val Taleggio: un viaggio in moto tra leggende e tornanti

Le curve iniziano appena lasci Morbegno, in quell’angolo occidentale della Valtellina che sembra costruito per i motociclisti più romantici e testardi. Morbegno non è solo un punto di partenza: è un invito alla scoperta. Qui, dove il fiume Adda taglia le Alpi come un bisturi geologico, il viaggio in moto è già memoria dopo il primo chilometro. Morbegno è una città con un passato commerciale di tutto rispetto, un tempo crocevia tra i traffici del lago di Como e le salite alpine. I suoi portici raccontano ancora la vita del mercato, le case in pietra parlano in dialetto lombardo arcaico, e la Chiesa di San Giovanni Battista, con la sua imponenza barocca, sembra voler benedire ogni partenza. Puntando verso Ogiasca si sente già il respiro del Lago. Una deviazione necessaria, una lingua di asfalto che ti trascina verso l’Abbazia di Piona, un luogo dove il tempo si è fermato e le moto devono sussurrare. Il complesso cistercense, circondato da oliveti e silenzi, domina l’estremità della penisola che si protende nel Lago di Como, uno dei punti più spirituali e fotogenici del viaggio. Fondata nel XIII secolo e ancora abitata da monaci, l’Abbazia offre un raro esempio di pace vera, lontana dal clamore delle località turistiche. E se i monaci ti sorridono, forse è perché sanno che da lì, verso Dervio, la strada diventa una sinfonia di curve e belvedere. Dervio si affaccia come un balcone sul ramo lecchese del Lago di Como, con un piccolo porticciolo e un castello medievale che osserva immobile il susseguirsi dei secoli. Il Castello di Orezia, arroccato su uno sperone, ricorda le scorrerie dei Lanzichenecchi, che qui non passarono mai per caso. Oggi il castello è silenzioso, ma in sella alla moto, salendo lungo le strade che portano verso Bellano, si capisce perché i soldati di ventura lo desiderassero: da quassù controlli mezza Lombardia. A Bellano, un’altra perla affacciata sull’acqua, la protagonista è la natura: l’Orrido, una gola scavata nella roccia dal torrente Pioverna, è uno spettacolo selvaggio e impressionante. Le passerelle sospese tra pareti scoscese, l’umidità che s’imbeve nei giubbotti da moto, il rumore dell’acqua che sembra una batteria hard rock… tutto sembra uscito da una leggenda nordica. Bellano ha ispirato scrittori come Andrea Vitali, che tra le sue stradine lacustri ha ambientato romanzi di provincia pieni di umanità. Ma oggi l’unico protagonista è l’asfalto che chiama, e si risale verso l’interno, dove il lago lascia il posto alla montagna. La SP62 attraversa paesini sospesi nel tempo come Taceno, dove le case in pietra parlano di inverni lunghi e primavere corte. È il cuore della Valsassina, una valle dal carattere fiero, dove il burro si fa ancora a mano e il taleggio non è solo un formaggio, ma una religione. La moto vibra su strade strette che sembrano scolpite più per carri trainati da buoi che per motori moderni, ma proprio per questo ogni curva è una preghiera e un’avventura. Barzio compare all’improvviso, elegante e silenziosa, con le sue ville liberty e il profumo di villeggiatura d’altri tempi. Da qui parte la funivia per i Piani di Bobbio, ma il motociclista guarda altrove: verso la Val Taleggio. Eccola, la Val Taleggio, selvaggia, solitaria, struggente. È una di quelle valli che non cercano approvazione, non si vendono ai social. Ci arrivi per scelta, non per moda. E vieni ripagato. I suoi tornanti sono stretti, i muretti bassi, e a ogni scorcio sembra che il mondo moderno abbia dimenticato di passare di qui. Ma la storia non ha dimenticato. Durante la Resistenza, queste montagne furono rifugio per i partigiani della 55ª Brigata Garibaldi. Il vento, tra le rocce, porta ancora le loro canzoni. Il paese di Taleggio non è una metropoli, ma è il cuore pulsante della valle che porta il suo nome. Qui nasce il celebre formaggio molle, aromatico e robusto, che profuma di grotta e di stalla, e che si mangia con le mani, senza troppe cerimonie. Alcuni casari usano ancora le tecniche tramandate da secoli: latte crudo, crosta lavata, stagionatura in grotte umide. Un rito. E anche se la strada chiama, vale la pena rallentare, spegnere il motore, e farsi raccontare da un anziano come si faceva il taleggio “prima delle industrie”. Non stupitevi se il racconto sarà più lungo della vostra sosta. Quando si scende verso San Giovanni Bianco, il paesaggio si fa più verticale e drammatico. Le gole si stringono, i torrenti precipitano fragorosi, e la moto si arrampica come un felino. San Giovanni Bianco è il centro geografico della Valle Brembana e ha dato i natali ad Arlecchino, o almeno così si racconta: qui nacque il presunto “vero” Arlecchino, Alberto Ganassa, attore del XVI secolo che fece fortuna in Francia. C’è persino una casa-museo dedicata al personaggio: una strana fusione tra commedia dell’arte e antropologia bergamasca. Ora la moto è quasi sazia, eppure l’asfalto offre ancora l’ultima leccornia: San Pellegrino Terme. In questo piccolo centro termale si respira ancora l’aria da Belle Époque, tra i colonnati del Grand Hotel, le facciate liberty delle terme e il Casinò, oggi usato solo per eventi ma un tempo cuore pulsante di mondanità. Qui veniva la nobiltà milanese a farsi curare l'anima con le acque minerali e le crinoline. Oggi le terme sono state ristrutturate con audacia e rispetto: vetro, marmo, silenzio. Una spa da sogno che nulla ha da invidiare a Baden-Baden. Ma il motociclista, più che entrare, si ferma fuori, siede sul sellino e si toglie il casco. Osserva. Ha appena concluso un viaggio che non è solo chilometri, ma è pelle, occhi, memoria. Le curve hanno scolpito pensieri, i panorami hanno cancellato i pesi, e ogni sosta è diventata un incontro. Con la storia, con la terra, con se stessi. E se qualcuno domani chiederà: "Perché vai in moto?" – la risposta sarà dentro a questo itinerario. Perché solo la moto ti porta da un monastero silenzioso a un castello fantasma, da un orrido impetuoso a un sentiero partigiano, da un taleggio ancora tiepido a un casinò abbandonato al tempo. Perché solo chi viaggia su due ruote sa che la libertà non è una destinazione, ma un gesto: quello di piegare in curva, sapendo che il mondo, anche se non lo dice, ti sta guardando. E forse, in silenzio, ti applaude.

12 Lug 2025

Strade di ferro e libertà: in moto da Pisogne al Lago d’Idro

Nel cuore pulsante della Lombardia, là dove la Val Camonica incontra il respiro selvaggio delle Prealpi bresciane, prende forma uno degli itinerari motociclistici più suggestivi e avventurosi dell’intera Italia settentrionale. Il percorso – che puoi scaricare gratuitamente in formato GPX dal blog misterpatterson.blog – si snoda per poco meno di 80 chilometri ma condensa in sé secoli di storia mineraria, leggende alpine, curve mozzafiato e panorami che sembrano rubati alle tavolozze degli impressionisti. Un viaggio fatto a inizio luglio, quando la neve si è ritirata abbastanza da lasciare passare le ruote ma non abbastanza da cancellare il profumo dell’alta montagna. Si parte da Pisogne e si arriva al Lago d’Idro, passando per gioielli nascosti come Colle San Zeno, la miniera Marzoli, il Giogo del Maniva, e il mitico Passo del Baremone. Una cavalcata tra natura, memoria, sudore e libertà. Pisogne, affacciata sul lago d’Iseo, è la porta d’ingresso alla Val Camonica. Un tempo borgo agricolo e di confine tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano, oggi è una piccola cittadina viva, affacciata su acque quiete e amata da escursionisti e motociclisti per la sua posizione strategica. Si parte dal lungolago e si risale verso Palotto, su curve dolci immerse in un verde profondo, quasi alpino. L’aria cambia man mano che si sale. Si fa più fresca, più pura. E il traffico? Quasi nullo. Già a Palotto, si ha la sensazione di essere fuori dal mondo. Il Colle San Zeno – uno dei valichi più panoramici e meno battuti delle Prealpi Bresciane – è il primo vero gioiello di giornata. Un punto di passaggio carico di storia e spiritualità. Qui, un tempo, si incrociavano pastori transumanti e contrabbandieri. Oggi ci si fermano motociclisti con lo sguardo perso a nord-ovest, verso il monte Guglielmo. Il colle, a quasi 1500 metri, è noto anche per il Santuario della Madonna di San Zeno, meta di pellegrinaggi e ritiri spirituali. Una chiesetta modesta, ma con un’aura antica, quasi sospesa. Dopo una discesa rapida e spettacolare, si attraversa Mondaro, piccola frazione del comune di Pezzaze. Qui il tempo sembra davvero essersi fermato. I tetti in pietra, i fiori alle finestre, la piazzetta con la fontana. In quest’area, nel sottosuolo, si celano secoli di storia estrattiva. Ecco infatti comparire la Miniera Marzoli, oggi parzialmente visitabile, un tempo una delle più importanti miniere di siderite della Lombardia. Fondata a metà Ottocento e attiva fino agli anni ’70 del Novecento, la Marzoli è stata simbolo della fatica operaia montanara, scavata con picconi, sudore e speranza. Si dice che gli operai della miniera fossero chiamati “talpècc”, piccoli talpe, perché passavano più tempo sotto terra che in superficie. Nelle gallerie, ancora oggi, il buio sembra avere una voce. Proseguendo, si entra a Bovegno, centro storico della Valtrompia, noto per le sue numerose miniere. È qui che si incontrano le due successive tappe industriali del viaggio: la Miniera Torgola e la Miniera di San Aloisio. Oggi, ciò che rimane di queste miniere è un paesaggio post-industriale romantico e decadente: ruderi di pietra, carrelli arrugginiti, vecchi ingressi sbarrati dalla vegetazione. La storia racconta di scioperi duri, di giornate lavorative di 12 ore, di bambini mandati nei tunnel a raccogliere i resti del minerale. Ma anche di solidarietà operaia, di lotte sindacali, di una cultura del lavoro che ha formato intere generazioni. Da Collio in poi il paesaggio cambia. Si sale di quota, si entra nella dimensione del pascolo e dell’alpeggio. Le mucche al pascolo sembrano osservare il motociclista come un visitatore lunare. Sotto le ruote si alternano tratti di asfalto e pezzi più ruvidi, quasi sterrati, come a ricordare che la strada è solo un pretesto per guadagnarsi il panorama. E che panorama. Il Giogo del Maniva appare come un miraggio: un’ampia conca montana, un ex passo militare, oggi frequentato da ciclisti e motociclisti alla ricerca di curve e frescura. Il passo era un punto strategico durante la Prima Guerra Mondiale. Qui transitavano truppe e materiali, nascosti tra le nebbie e le frane. Oggi, rimangono resti di fortini, qualche casermetta semidiroccata e una pace che sa di redenzione. Dal Maniva si procede in quota verso Passo della Spina. Un tratto di strada che in estate si trasforma in una specie di balconata tra cielo e vallata. A tratti la carreggiata si fa stretta, il fondo stradale vibra sotto le ruote, ma ogni chilometro ripaga con scorci di rara bellezza. Le malghe punteggiano i crinali, e se si ha fortuna si possono avvistare marmotte o aquile reali. La zona è anche interessante dal punto di vista geologico: qui affiorano rocce ofiolitiche risalenti all’orogenesi alpina, rocce nate dal fondale oceanico sollevato milioni di anni fa. Arrivando al mitico Passo del Baremone, il cuore del motociclista batte più forte. Qui si percorre una delle strade più affascinanti e pericolose dell’intera regione. Un nastro d’asfalto scavato nella roccia, con strapiombi vertiginosi da un lato e pareti verticali dall’altro. È una strada militare, voluta dagli Austriaci nell’Ottocento per collegare la Valle Sabbia con le fortificazioni di Cima Ora. Oggi è aperta solo nei mesi estivi e regala brividi autentici. La leggenda vuole che durante la Seconda guerra mondiale un ufficiale tedesco tentò di far passare una colonna di mezzi pesanti, finendo per far franare un’intera curva. La frana venne rimossa solo nel 1953. Poi si scende verso Anfo, piccolo borgo adagiato sulla riva del Lago d’Idro. Prima di raggiungere il paese si incontra la Fortezza di Cima Ora, conosciuta come Forte di Anfo, un’opera mastodontica eretta durante il dominio veneziano e poi ampliata dagli Austriaci e infine dal Regno d’Italia. Visitabile nei mesi estivi, è un dedalo di cunicoli, scalinate, polveriere, alloggiamenti per truppe, piazzole per cannoni. Un pezzo di storia d’Europa incastonato tra i larici. I più attenti noteranno che l’architettura segue una logica difensiva che anticipa, per certi aspetti, le linee Maginot francesi. Il Lago d’Idro appare infine come un miraggio, una distesa blu incastonata tra montagne severe. Qui ci si ferma, si spegne il motore, e si guarda indietro. A quei tornanti percorsi, a quelle cime accarezzate con lo sguardo, a quell’odore di ferro e muschio delle miniere. È un luogo ideale per concludere il viaggio, magari con un pranzo a base di trota salmonata alla piastra, polenta taragna e un bicchiere di Groppello della Valtenesi, vino autoctono dal sapore deciso ma gentile. Il paese di Anfo, con le sue case di pietra e le sue botteghe artigiane, è uno di quei posti dove ci si dimentica dell’orologio. Chi cerca nell’andare in moto qualcosa di più di un semplice tragitto – chi cerca storie, tracce, poesia – in questo itinerario trova un tesoro. Non è solo una strada: è una stratificazione di epoche, sudori, memorie. È la prova che anche a due passi da casa si può viaggiare lontano. Perché, come diceva un vecchio minatore di Pezzaze: “Sotto la montagna ci sono i ricordi di chi l’ha scavata, ma sopra ci sono le strade di chi sa sognare”. E allora sogna, viaggia, scarica la traccia GPX gratuita dal blog misterpatterson.blog, e mettiti in sella. Perché certe curve, come certe emozioni, non si dimenticano più.

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