Strade di ferro e libertà: in moto da Pisogne al Lago d’Idro
Nel cuore pulsante della Lombardia, là dove la Val Camonica incontra il respiro selvaggio delle Prealpi bresciane, prende forma uno degli itinerari motociclistici più suggestivi e avventurosi dell’intera Italia settentrionale. Il percorso – che puoi scaricare gratuitamente in formato GPX dal blog misterpatterson.blog – si snoda per poco meno di 80 chilometri ma condensa in sé secoli di storia mineraria, leggende alpine, curve mozzafiato e panorami che sembrano rubati alle tavolozze degli impressionisti. Un viaggio fatto a inizio luglio, quando la neve si è ritirata abbastanza da lasciare passare le ruote ma non abbastanza da cancellare il profumo dell’alta montagna. Si parte da Pisogne e si arriva al Lago d’Idro, passando per gioielli nascosti come Colle San Zeno, la miniera Marzoli, il Giogo del Maniva, e il mitico Passo del Baremone. Una cavalcata tra natura, memoria, sudore e libertà.
Pisogne, affacciata sul lago d’Iseo, è la porta d’ingresso alla Val Camonica. Un tempo borgo agricolo e di confine tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano, oggi è una piccola cittadina viva, affacciata su acque quiete e amata da escursionisti e motociclisti per la sua posizione strategica. Si parte dal lungolago e si risale verso Palotto, su curve dolci immerse in un verde profondo, quasi alpino. L’aria cambia man mano che si sale. Si fa più fresca, più pura. E il traffico? Quasi nullo. Già a Palotto, si ha la sensazione di essere fuori dal mondo.
Il Colle San Zeno – uno dei valichi più panoramici e meno battuti delle Prealpi Bresciane – è il primo vero gioiello di giornata. Un punto di passaggio carico di storia e spiritualità. Qui, un tempo, si incrociavano pastori transumanti e contrabbandieri. Oggi ci si fermano motociclisti con lo sguardo perso a nord-ovest, verso il monte Guglielmo. Il colle, a quasi 1500 metri, è noto anche per il Santuario della Madonna di San Zeno, meta di pellegrinaggi e ritiri spirituali. Una chiesetta modesta, ma con un’aura antica, quasi sospesa.
Dopo una discesa rapida e spettacolare, si attraversa Mondaro, piccola frazione del comune di Pezzaze. Qui il tempo sembra davvero essersi fermato. I tetti in pietra, i fiori alle finestre, la piazzetta con la fontana. In quest’area, nel sottosuolo, si celano secoli di storia estrattiva. Ecco infatti comparire la Miniera Marzoli, oggi parzialmente visitabile, un tempo una delle più importanti miniere di siderite della Lombardia. Fondata a metà Ottocento e attiva fino agli anni ’70 del Novecento, la Marzoli è stata simbolo della fatica operaia montanara, scavata con picconi, sudore e speranza. Si dice che gli operai della miniera fossero chiamati “talpècc”, piccoli talpe, perché passavano più tempo sotto terra che in superficie. Nelle gallerie, ancora oggi, il buio sembra avere una voce.
Proseguendo, si entra a Bovegno, centro storico della Valtrompia, noto per le sue numerose miniere. È qui che si incontrano le due successive tappe industriali del viaggio: la Miniera Torgola e la Miniera di San Aloisio. Oggi, ciò che rimane di queste miniere è un paesaggio post-industriale romantico e decadente: ruderi di pietra, carrelli arrugginiti, vecchi ingressi sbarrati dalla vegetazione. La storia racconta di scioperi duri, di giornate lavorative di 12 ore, di bambini mandati nei tunnel a raccogliere i resti del minerale. Ma anche di solidarietà operaia, di lotte sindacali, di una cultura del lavoro che ha formato intere generazioni.
Da Collio in poi il paesaggio cambia. Si sale di quota, si entra nella dimensione del pascolo e dell’alpeggio. Le mucche al pascolo sembrano osservare il motociclista come un visitatore lunare. Sotto le ruote si alternano tratti di asfalto e pezzi più ruvidi, quasi sterrati, come a ricordare che la strada è solo un pretesto per guadagnarsi il panorama. E che panorama. Il Giogo del Maniva appare come un miraggio: un’ampia conca montana, un ex passo militare, oggi frequentato da ciclisti e motociclisti alla ricerca di curve e frescura. Il passo era un punto strategico durante la Prima Guerra Mondiale. Qui transitavano truppe e materiali, nascosti tra le nebbie e le frane. Oggi, rimangono resti di fortini, qualche casermetta semidiroccata e una pace che sa di redenzione.
Dal Maniva si procede in quota verso Passo della Spina. Un tratto di strada che in estate si trasforma in una specie di balconata tra cielo e vallata. A tratti la carreggiata si fa stretta, il fondo stradale vibra sotto le ruote, ma ogni chilometro ripaga con scorci di rara bellezza. Le malghe punteggiano i crinali, e se si ha fortuna si possono avvistare marmotte o aquile reali. La zona è anche interessante dal punto di vista geologico: qui affiorano rocce ofiolitiche risalenti all’orogenesi alpina, rocce nate dal fondale oceanico sollevato milioni di anni fa.
Arrivando al mitico Passo del Baremone, il cuore del motociclista batte più forte. Qui si percorre una delle strade più affascinanti e pericolose dell’intera regione. Un nastro d’asfalto scavato nella roccia, con strapiombi vertiginosi da un lato e pareti verticali dall’altro. È una strada militare, voluta dagli Austriaci nell’Ottocento per collegare la Valle Sabbia con le fortificazioni di Cima Ora. Oggi è aperta solo nei mesi estivi e regala brividi autentici. La leggenda vuole che durante la Seconda guerra mondiale un ufficiale tedesco tentò di far passare una colonna di mezzi pesanti, finendo per far franare un’intera curva. La frana venne rimossa solo nel 1953.
Poi si scende verso Anfo, piccolo borgo adagiato sulla riva del Lago d’Idro. Prima di raggiungere il paese si incontra la Fortezza di Cima Ora, conosciuta come Forte di Anfo, un’opera mastodontica eretta durante il dominio veneziano e poi ampliata dagli Austriaci e infine dal Regno d’Italia. Visitabile nei mesi estivi, è un dedalo di cunicoli, scalinate, polveriere, alloggiamenti per truppe, piazzole per cannoni. Un pezzo di storia d’Europa incastonato tra i larici. I più attenti noteranno che l’architettura segue una logica difensiva che anticipa, per certi aspetti, le linee Maginot francesi.
Il Lago d’Idro appare infine come un miraggio, una distesa blu incastonata tra montagne severe. Qui ci si ferma, si spegne il motore, e si guarda indietro. A quei tornanti percorsi, a quelle cime accarezzate con lo sguardo, a quell’odore di ferro e muschio delle miniere. È un luogo ideale per concludere il viaggio, magari con un pranzo a base di trota salmonata alla piastra, polenta taragna e un bicchiere di Groppello della Valtenesi, vino autoctono dal sapore deciso ma gentile. Il paese di Anfo, con le sue case di pietra e le sue botteghe artigiane, è uno di quei posti dove ci si dimentica dell’orologio.
Chi cerca nell’andare in moto qualcosa di più di un semplice tragitto – chi cerca storie, tracce, poesia – in questo itinerario trova un tesoro. Non è solo una strada: è una stratificazione di epoche, sudori, memorie. È la prova che anche a due passi da casa si può viaggiare lontano. Perché, come diceva un vecchio minatore di Pezzaze: “Sotto la montagna ci sono i ricordi di chi l’ha scavata, ma sopra ci sono le strade di chi sa sognare”.
E allora sogna, viaggia, scarica la traccia GPX gratuita dal blog misterpatterson.blog, e mettiti in sella. Perché certe curve, come certe emozioni, non si dimenticano più.




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