Lessinia, Monte Baldo e Sdruzzinà: un anello motociclistico tra Verona e Trentino


Ci sono itinerari che non hanno bisogno di presentarsi con fanfare, adesivi celebrativi o proclami da esploratore con il bauletto in alluminio lucidato a specchio. Arrivano, fanno il loro mestiere e ti ricordano perché la moto, quando incontra la strada giusta, diventa ancora una delle poche invenzioni umane davvero riuscite.

Questo giro parte da Negrar, nel cuore della Valpolicella, a pochi chilometri da Verona, e disegna un anello che attraversa alcuni dei luoghi più belli e guidati tra Lessinia, Monte Baldo e primo Trentino. È un percorso perfetto per chi cerca curve, quota, panorami, cambi di ambiente e quella piacevole sensazione di passare da un mondo all’altro senza dover esibire passaporti, visti, autocertificazioni o altre forme di inutile sofferenza burocratica.

L’itinerario tocca Ponte di Veja, Fosse, Peri, Spiazzi, la dorsale del Baldo, Chizzola, Ala, la salita della Sdruzzinà, Sega di Ala, Passo Fittanze, Sant’Anna d’Alfaedo e rientra verso Negrar. Un anello compatto, ma ricco. Di quelli che sembrano semplici sulla mappa e poi, curva dopo curva, iniziano a raccontare molto di più.

La partenza da Negrar è già una dichiarazione d’intenti. Siamo in Valpolicella, terra di colline, vigneti, pietra, borghi e strade che salgono quasi subito. Per chi arriva da fuori, questa zona è una porta ideale verso la Lessinia: abbastanza vicina alla pianura da essere comoda, abbastanza montana da far capire subito che il giro non sarà una processione dietro un furgone del latte.

Salendo verso il Ponte di Veja, il paesaggio cambia rapidamente. La Valpolicella lascia spazio alla pietra della Lessinia, ai prati, alle contrade, a quella bellezza antica e ruvida che non ha bisogno di vendersi bene su Instagram. Il Ponte di Veja è uno dei luoghi più particolari della zona: un enorme arco naturale di roccia, imponente e silenzioso, quasi un monumento costruito dalla natura quando ancora l’uomo era impegnato a capire come non farsi mangiare da qualcosa con più denti di lui.

Passare da qui in moto significa entrare davvero nel carattere della Lessinia. Non è ancora alta montagna, ma non è più collina. È un territorio intermedio, con una sua identità precisa: strade strette ma godibili, curve regolari, piccoli centri abitati, boschi, muretti, pascoli e quella luce limpida che nelle giornate giuste sembra togliere peso anche ai pensieri.

Da Ponte di Veja si prosegue verso Fosse, uno dei riferimenti classici per chi gira in moto in Lessinia. Qui la guida diventa fluida, piacevole, mai estrema. È una zona che invita a tenere un ritmo pulito, senza isterie da fenomeno del passo. La moto scorre, il panorama accompagna, e il motociclista intelligente capisce subito che il bello non sta nell’arrivare prima, ma nel non sprecare la strada.

Da Fosse il percorso si dirige verso Peri, scendendo progressivamente verso la valle dell’Adige. È uno di quei tratti che fanno apprezzare la varietà del giro: si lascia l’altopiano, si perde quota, il paesaggio si apre e il ritmo cambia. La montagna si ritira per un momento e lascia entrare il respiro più ampio della valle.

Peri è un piccolo punto di passaggio, ma importante nella logica dell’itinerario. Qui si percepisce il collegamento naturale tra la Lessinia veronese, il Monte Baldo e il Trentino meridionale. Per chi viene da lontano, è uno di quei momenti in cui la geografia diventa evidente anche senza guardare il navigatore: da una parte le pareti e i rilievi della Lessinia, dall’altra la direzione del Baldo, con l’Adige che taglia il territorio come una vecchia strada d’acqua.

E poi, naturalmente, si ricomincia a salire. Perché un giro del genere senza una bella salita sarebbe come un raduno motociclistico senza qualcuno che spiega la pressione delle gomme a uno sconosciuto: tecnicamente possibile, ma contro natura.

La salita verso Spiazzi porta il percorso dentro il mondo del Monte Baldo, una montagna molto amata dai motociclisti perché offre strade panoramiche, cambi di quota e una posizione unica tra il Lago di Garda, la Val d’Adige e le Prealpi.

Spiazzi è noto anche per il vicino Santuario della Madonna della Corona, incastonato nella roccia sopra la valle. Anche senza deviare verso il santuario, la zona ha un fascino evidente: la strada sale, l’aria cambia, il panorama si allarga. La guida diventa più distesa, ma non banale. Ci sono tratti in cui si lascia scorrere la moto e altri in cui conviene restare ben presenti, perché la montagna è generosa, ma non ha mai firmato contratti di tutela per motociclisti distratti.

Il tratto lungo la dorsale del Baldo è uno dei momenti più belli dell’intero anello. Qui il giro diventa panoramico, aperto, quasi sospeso. La strada segue il profilo della montagna, alternando curve, rettilinei brevi, cambi di luce, vedute improvvise. Non è solo una questione di guida: è la sensazione di attraversare un territorio verticale, dove il lago, la valle e i rilievi sembrano dialogare tra loro.

Per chi arriva da altre regioni italiane o dall’estero, il Monte Baldo merita davvero attenzione. Non è soltanto “la montagna sopra il Garda”. È una lunga dorsale ricca di biodiversità, storia, pascoli, rifugi, strade militari e percorsi panoramici. In moto regala quel tipo di piacere che non dipende dalla velocità, ma dalla qualità del tracciato. E questa, nel 2026, è quasi una forma di resistenza culturale contro l’imbecillità del “più forte, più veloce, più rumoroso”.

La dorsale del Baldo va guidata con rispetto. Il traffico può cambiare molto a seconda della stagione, del giorno e dell’orario. Ci possono essere ciclisti, escursionisti, auto lente, animali, ghiaia portata dalle piogge, lavori stradali e quei meravigliosi esseri umani che decidono di fermarsi dove non dovrebbero perché hanno visto un panorama e il cervello si è scollegato dal resto del corpo. Niente di tragico: basta guidare con testa.

Dopo la dorsale, il percorso scende verso Chizzola e Ala, entrando nel Trentino meridionale. Qui il giro cambia ancora pelle. Si passa dal paesaggio aperto del Baldo al fondovalle dell’Adige, con un’atmosfera diversa, più ordinata, più alpina, più trentina.

Ala è un paese interessante, elegante, con un centro storico che racconta un passato importante. Per il motociclista, però, il suo ruolo in questo itinerario è soprattutto quello di trampolino verso una delle salite più godibili della zona: la Sdruzzinà.

E qui il discorso si fa serio, nei limiti in cui può esserlo un essere umano vestito da astronauta stradale che va a cercare curve per stare meglio.

La Sdruzzinà è una salita che non va sottovalutata. Non è una strada estrema, non serve arrivarci con il curriculum da pilota del Tourist Trophy, ma ha carattere. Sale decisa, con curve interessanti, carreggiata non sempre ampia e un ambiente che si fa rapidamente più montano.

È il tratto in cui il giro smette di essere solo panoramico e diventa più tecnico. Qui contano traiettorie pulite, sguardo lungo, freni usati con criterio e quella vecchia abitudine, purtroppo sempre meno diffusa, di tenere acceso il cervello durante la guida.

La Sdruzzinà piace perché non è finta. Non è una strada addomesticata per il turismo comodo. Ha una sua personalità, e proprio per questo va rispettata. Se affrontata con calma e precisione, regala una guida molto appagante. Se affrontata come se si dovesse dimostrare qualcosa a qualcuno, può ricordarti in fretta che l’asfalto non è morbido e che la vanità non protegge le clavicole.

Salendo, il paesaggio si chiude e si apre a tratti, alternando bosco, tornanti, scorci e piccoli spazi dove la montagna torna protagonista. È una delle parti più belle del giro per chi ama la guida vera: non difficile per forza, ma viva.

Arrivati a Sega di Ala, la sosta è quasi naturale. Non solo perché il posto lo merita, ma perché dopo un tratto come la Sdruzzinà fermarsi diventa parte del viaggio. Qui il paesaggio è quello dell’alta Lessinia trentina, con prati, boschi, malghe e un’aria che ha già il sapore della quota.

La pausa con panino e birra non è un dettaglio gastronomico. È un rito motociclistico. È il momento in cui si toglie il casco, si appoggiano i guanti, si riguarda la moto e si fa pace con il mondo per qualche minuto. Anche con quello stesso mondo che, appena torni in pianura, ricomincerà probabilmente a produrre traffico, email inutili e discussioni su argomenti che nessuno capisce davvero.

Sega di Ala è un ottimo punto di sosta perché si trova nel cuore del giro, dopo una bella salita e prima del rientro verso il Passo Fittanze. Non è solo una pausa: è un cambio di ritmo. Serve a rimettere insieme corpo, strada e pensieri.

Da Sega di Ala si prosegue verso il Passo Fittanze, uno dei valichi più interessanti della zona. Il passo collega il Trentino con la Lessinia veronese e rappresenta uno di quei luoghi in cui il confine amministrativo conta poco, mentre conta moltissimo il paesaggio.

Qui si attraversa un ambiente alto, aperto, spesso ventilato, con grandi prati e un senso di spazio che rende il passaggio particolarmente piacevole. Il Fittanze non è un passo famoso come quelli dolomitici, non ha il culto mediatico dello Stelvio o del Gavia, non si presenta con folle oceaniche e file di moto parcheggiate come se qualcuno avesse convocato un concorso mondiale di scarichi aftermarket. Ed è proprio questo uno dei suoi pregi.

È un passo più sobrio, più appartato, più autentico. Perfetto per chi ama viaggiare senza trasformare ogni sosta in una conferenza stampa su sé stesso.

La strada richiede comunque attenzione. In quota il fondo può cambiare, soprattutto dopo maltempo o nei periodi di passaggio stagionale. La presenza di animali, sporco, ghiaia o mezzi agricoli non è impossibile. Nulla che debba spaventare un motociclista preparato, ma abbastanza da sconsigliare l’atteggiamento del supereroe con casco modulare aperto e autostima fuori revisione.

Dal Passo Fittanze si rientra verso Sant’Anna d’Alfaedo, tornando in territorio veronese. Il paesaggio della Lessinia riprende il comando: pietra, pascoli, contrade, curve morbide, piccoli paesi e quella sensazione di montagna vicina ma mai ostile.

Sant’Anna d’Alfaedo è un altro punto importante per orientarsi in questa zona. Da qui si può scendere di nuovo verso la Valpolicella e rientrare a Negrar, chiudendo l’anello. La parte finale è piacevole proprio perché accompagna il ritorno senza diventare noiosa. La guida resta interessante, ma il ritmo può farsi più rilassato. È il momento in cui il giro sedimenta.

E mentre si torna verso Negrar, ci si rende conto che questo itinerario ha funzionato perché non ha cercato di strafare. Non servono mille chilometri, cinque stati attraversati e tre lingue sbagliate al distributore per costruire un bel viaggio. A volte bastano una partenza ben scelta, una sequenza intelligente di strade e un territorio che cambia volto più volte nell’arco dello stesso anello.

Questo percorso merita perché unisce tre anime diverse. La prima è la Valpolicella, con la sua partenza morbida, collinare, elegante, perfetta per entrare nel giro senza fretta. La seconda è la Lessinia, più ruvida e autentica, fatta di pietra, prati, contrade, strade alte e panorami che non hanno bisogno di effetti speciali. La terza è il Monte Baldo e il Trentino meridionale, con la dorsale panoramica, la discesa verso l’Adige, la salita della Sdruzzinà e il passaggio da Sega di Ala e Passo Fittanze.

Per un motociclista italiano o europeo, questo anello è interessante perché concentra in pochi chilometri una varietà sorprendente. Si passa dalla collina vitivinicola alla montagna prealpina, dalla valle dell’Adige alle strade alte del Baldo, dalle curve tecniche della Sdruzzinà ai pascoli del Fittanze. È un giro compatto, ma mai povero. Anzi, è uno di quei percorsi che dimostrano quanto sia inutile misurare un viaggio solo con il contachilometri.

La moto qui lavora bene. Non serve una supersportiva, non serve un’enduro estrema, non serve presentarsi con una moto carica come se si stesse partendo per attraversare la Mongolia e invece si sta andando a mangiare un panino a quaranta chilometri da casa. Una crossover, una naked, una sport-tourer, una classica moderna o una maxienduro stradale vanno benissimo. Quello che serve davvero è guidare puliti, rispettare la strada e non confondere la passione con il bisogno infantile di fare rumore.

Il giro è adatto a motociclisti con un minimo di esperienza su strade di montagna. Non presenta difficoltà estreme, ma richiede attenzione nei tratti più stretti, nelle salite e nelle discese, soprattutto tra Sdruzzinà, Sega di Ala e Passo Fittanze.

Conviene controllare sempre il meteo prima di partire, perché in Lessinia e sul Baldo le condizioni possono cambiare rapidamente. In quota, anche in giornate apparentemente tranquille, vento, temperatura e fondo stradale possono essere diversi rispetto alla pianura. Dopo piogge recenti è bene aspettarsi qualche tratto sporco, ghiaia in curva o umidità nelle zone d’ombra.

Per chi arriva dall’estero o da altre regioni, Verona è un’ottima base di partenza. Si può organizzare il giro come anello giornaliero, inserendolo in un viaggio più ampio tra Lago di Garda, Dolomiti, Trentino, Lessinia e Valpolicella. Chi viaggia con calma può abbinarlo a una visita al Santuario della Madonna della Corona, a una sosta sul Lago di Garda o a un passaggio più lungo sulle strade della Lessinia.

Per mangiare, Sega di Ala resta una sosta perfetta: semplice, concreta, motociclisticamente sensata. Panino, birra, panorama e via. Perché non sempre serve un ristorante con tovaglia, spiegazione del menù e porzioni disegnate con le pinzette. A volte la felicità ha il rumore di un cavalletto laterale che scende e il profumo del pane appena tagliato.

L’anello Negrar, Ponte di Veja, Fosse, Peri, Spiazzi, dorsale del Baldo, Chizzola, Ala, Sdruzzinà, Sega di Ala, Passo Fittanze, Sant’Anna d’Alfaedo e ritorno a Negrar è uno di quei percorsi che spiegano bene perché il Nord Italia sia una zona straordinaria per andare in moto.

Non è un giro da collezionisti di passi famosi. Non è una passerella. Non è una gara mascherata da turismo. È un itinerario vero, vario, guidato, panoramico e profondamente godibile. Ha il fascino della Lessinia, l’apertura del Baldo, il carattere della Sdruzzinà e la sobrietà del Fittanze.

È una strada da percorrere senza fretta, con rispetto e con quella disposizione mentale che ogni motociclista dovrebbe coltivare: partire per guidare, non per dimostrare. Guardare il paesaggio, ascoltare la moto, lasciare che le curve facciano il loro lavoro.

Alla fine, il bello è tutto lì. Una buona strada, una moto pronta, un panino a metà giro e il ritorno verso casa con la sensazione netta di aver attraversato qualcosa di più grande di una semplice sequenza di chilometri.

Perché certi itinerari non servono solo a spostarsi.

Servono a ricordarsi perché si parte.


Lessinia, Monte Baldo e Sdruzzinà

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