Sulla Strada del Jafferau: tra nuvole, polvere e pietra

Di Pampuco - Opera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento

Ci sono percorsi che non si dimenticano, e poi ci sono quelli che ti restano addosso come la polvere che si attacca ai pantaloni dopo una lunga giornata in sella. L’itinerario che sale da Moncellier di Sopra fino a Bardonecchia, passando per il Forte Pramand e il maestoso Forte Jafferau, è uno di quei giri che ti fanno capire cosa significa davvero “andare in quota”. Un anello di circa 41 chilometri, percorribile interamente in moto, in parte su sterrato e in parte su vecchie strade militari scolpite nella montagna tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando l’Italia si difendeva ancora dalle Alpi e non dai click di un confine virtuale.

Appena si lascia Moncellier di Sopra, il paesaggio cambia tono. I boschi si diradano, il rumore del motore si mescola con l’eco dei ruscelli e con il sussurro del Rio Secco, un corso d’acqua che spesso porta solo il ricordo dell’acqua. Da qui parte la Strada Militare Fenil–Pramand–Föens–Jafferau, una delle più celebri vie militari del Piemonte occidentale. Realizzata tra il 1890 e il 1910 per collegare i forti del sistema difensivo di Bardonecchia e del Monginevro, è un miracolo di ingegneria e ostinazione: chilometri di pietra, ghiaia e curve costruite a colpi di piccone, spesso oltre i 2000 metri di quota.

La salita verso il Forte Pramand regala subito emozioni forti. Le curve si stringono, la vista si apre sulle valli di Susa e di Bardonecchia, e la sensazione è quella di salire verso un’altra dimensione. Il forte, costruito a 2162 metri d’altitudine, è una cicatrice di pietra perfettamente incastonata nella montagna. Appartiene al cosiddetto “Sbarramento del Jafferau”, parte della Linea difensiva italiana contro la Francia. Oggi il Pramand è in rovina, ma ancora imponente, con le sue gallerie e feritoie che sembrano scrutare il confine come occhi socchiusi nel tempo.

Poco oltre, si incontra uno dei tratti più suggestivi e leggendari dell’intero percorso: la Galleria del Seguret. Un tunnel scavato nella roccia di 876 metri, costruito per proteggere le truppe dalle valanghe e dagli attacchi nemici. Percorrerla in moto è un’esperienza che lascia senza fiato: il buio è quasi totale, la luce del faro si riflette sulle pareti umide, e il ruggito del motore si trasforma in un tuono cavernoso. All’interno, l’umidità e il silenzio raccontano ancora le storie di soldati che qui hanno atteso ordini, freddo e paura. È uno di quei luoghi dove la montagna si fa eco della Storia, dove ogni goccia d’acqua che cade dal soffitto sembra scandire il tempo di un altro secolo.

All’uscita della galleria, si apre lo scenario delle Grotte del Seguret e della vecchia caserma, oggi ridotta a ruderi che il vento scompone e ricompone a suo piacimento. Qui il panorama è immenso: la Roche de l’Aigle, la “Roccia dell’Aquila”, domina l’orizzonte come un guardiano silenzioso. Da questo punto, la strada sale ancora, più ripida e più sassosa, verso il leggendario Forte Jafferau.

Costruito a 2775 metri, il Jafferau è uno dei forti più alti d’Europa. Un avamposto strategico, collegato via telegrafo ottico agli altri forti della zona: Pramand, Föens, Bramafam. D’inverno era una trappola di ghiaccio e vento, d’estate un miraggio nella nebbia. Qui la vita era fatta di isolamento, ordini brevi e pasti freddi, ma anche di orgoglio. Nel 1940, quando l’Italia dichiarò guerra alla Francia, il forte venne riattivato e servì per osservazioni e tiri d’artiglieria. Oggi, rimangono solo le sue mura, i corridoi di pietra, le cupole dei cannoni ormai arrugginite e il silenzio. Un silenzio che vale il viaggio.

Raggiungere il Jafferau non è solo una prova per il mezzo e per il pilota, è un’esperienza di tempo e spazio. Da lassù, si dominano le Alpi Cozie, il Monte Chaberton e il Pic de Rochebrune. Se la giornata è limpida, si vede persino la pianura torinese, piatta e lontana come un’altra realtà. E quando le nuvole arrivano all’improvviso – come spesso accade – sembra di essere in mezzo a un mare di nebbia sospeso tra Italia e Francia, tra ieri e oggi.

Scendendo, si intravede di nuovo la valle. Le strade si allargano, l’asfalto torna a mordere le ruote e Bardonecchia accoglie con i suoi tetti d’ardesia e il profumo del legno. Una cittadina elegante e vivace, che vive di turismo ma conserva ancora la dignità delle sue origini montane. D’estate è base per escursionisti, motociclisti e bikers che inseguono le creste e le mulattiere militari; d’inverno è regno di sciatori e ciaspolatori. Ma sotto la superficie mondana, Bardonecchia è un libro aperto di storie di confine: contrabbandieri, alpini, emigranti, e turisti che hanno cercato la libertà tra queste rocce.

La gastronomia locale è un’altra tappa obbligata per chi scende dal Jafferau con ancora il sapore del vento in bocca. Nei ristoranti del centro si trovano piatti come le tajarin al burro d’alpeggio, la polenta concia, le miasse e la fontina d’alpe. In autunno, il profumo dei funghi porcini e del tartufo bianco si mescola a quello del vino rosso delle Langhe, in un contrasto che racconta il Piemonte meglio di qualsiasi guida turistica.

E poi ci sono le storie, quelle che si raccontano solo davanti a un bicchiere di genepy. Come quella del minatore che viveva tutto l’anno in una baita sopra il Pramand perché “aveva paura del paese”, o quella dei soldati francesi che, negli anni ’50, attraversavano di notte il confine solo per bere un bicchiere di vino con gli italiani. Oppure quella dei motociclisti che ogni estate risalgono il tracciato per rivedere, ancora una volta, quel cielo che qui sembra più vicino.

Questo itinerario è uno di quei giri che non si fanno per arrivare, ma per attraversare. Per ascoltare il respiro delle Alpi, il rumore delle proprie ruote sulla ghiaia, il battito del motore che accompagna il pensiero. Ogni curva è una parentesi di storia, ogni tornante un ricordo di chi qui ha vissuto, combattuto o semplicemente cercato un po’ di pace.

E quando infine si arriva a Bardonecchia, con la moto coperta di polvere e il casco che odora di montagna, si capisce che questo percorso non è solo una strada: è un viaggio dentro il tempo. Una linea tracciata tra la pietra e il cielo, tra la memoria e la libertà.


Sulla Strada del Jafferau: tra nuvole, polvere e pietra

  • Formato pronto per computer, tablet e smartphone. Ottimizzato per OSMAND

Formato TRACCIA GPX

Download gratuito · 🔒 Accesso controllato tramite email
Scaricando questa traccia GPX accetti il trattamento dei dati personali ai fini della gestione del download e delle comunicazioni relative al progetto Mister Patterson Dog on the Road. I dati non saranno ceduti a terzi. Puoi richiedere la cancellazione in qualsiasi momento. Consulta la Privacy Policy.


Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

error: Content is protected !!