Quando la strada non regala niente
Ci sono giorni in cui la strada non offre panorami perfetti, curve da ricordare o quella luce capace di trasformare ogni fotogramma in una fotografia. Restano i chilometri, il vento che insiste dalla parte sbagliata, la schiena che comincia a presentare il conto e una domanda piuttosto semplice: continuare ha ancora senso? È una parte del viaggio in moto di cui si parla poco, forse perché raccontare una giornata complicata fa meno scena. Eppure sono proprio quei momenti a dire molto sul motociclista.
La BMW R 12 GS procede lungo una strada d’alta quota alternando fondo sterrato e asfalto. La carreggiata bianca sembra facile, ma richiede attenzione. La ghiaia si sposta sotto le ruote, le traiettorie più pulite cambiano continuamente e basta irrigidire le braccia per rendere la moto meno precisa. Non serve velocità. Serve osservare qualche metro più avanti, lasciare lavorare l’avantreno e accettare che il fondo non sarà mai uniforme. Anche una strada apparentemente tranquilla può contenere pietre smosse, avvallamenti e piccole zone dove il materiale si accumula proprio all’esterno delle curve.
La moto può avere sospensioni efficaci, controllo di trazione, modalità dedicate e pneumatici adatti. Tutto utile. Nessun sistema elettronico, però, sa quanto siamo stanchi, quanta strada resta o quanto rapidamente stia cambiando il cielo dietro una cresta. Questa valutazione rimane affidata a chi guida, cioè all’unico componente della moto che spesso dimentica di controllare sé stesso.
Viaggiare significa anche riconoscere i segnali meno evidenti. Una frenata iniziata un attimo più tardi. Una curva letta male. Il bisogno di correggere spesso la traiettoria. La sensazione di guidare trattenendo il respiro. Non sono necessariamente errori gravi, ma possono indicare che la concentrazione sta diminuendo. Fermarsi qualche minuto, bere, controllare la posizione e osservare il percorso successivo non interrompe il viaggio. Ne fa parte.
Quando si è soli questa responsabilità diventa ancora più chiara. Non c’è un compagno che nota la stanchezza, propone una sosta o ricorda che il distributore successivo è parecchio lontano. Bisogna ragionare prima che la situazione diventi urgente. Controllare autonomia, meteo, luce disponibile e chilometri rimanenti non toglie libertà. Al contrario, permette di conservarla.
Il vero problema nasce quando il programma diventa più importante della realtà. Avevamo deciso di raggiungere un passo, completare un anello o percorrere una determinata strada, quindi continuiamo anche quando le condizioni sono cambiate. Il percorso preparato a casa diventa quasi un obbligo. Ma una traccia non conosce la pioggia arrivata durante la notte, una frana recente, il fondo scavato dall’acqua o la nostra condizione fisica. La traccia GPX è uno strumento prezioso, non un contratto firmato con la montagna.
Su sterrato la prudenza passa anche dalla scelta della velocità. Andare piano non significa procedere senza tecnica. Occorre mantenere abbastanza equilibrio da permettere alla moto di superare le irregolarità, evitando però di trasformare ogni tratto libero in un’accelerazione inutile. La ghiaia cambia consistenza, le buche possono essere nascoste dalla luce e le curve cieche non garantiscono che dall’altra parte non arrivi un fuoristrada, un ciclista o un mezzo di servizio.
Poi torna l’asfalto. Istintivamente ci si rilassa, quasi che il colore scuro della carreggiata rappresenti una garanzia. In montagna non funziona così. L’asfalto può essere fessurato, rattoppato, sporco ai bordi oppure attraversato da ghiaia trascinata dalle piogge. Nei punti in ombra può restare umido molto più a lungo rispetto ai versanti esposti al sole. Anche la temperatura cambia rapidamente con la quota, la vegetazione e l’orientamento della strada.
La guida conservativa nasce da queste osservazioni. Non è una guida lenta per principio e non consiste nell’affrontare ogni curva con timore. Significa conservare sempre una parte di margine. Spazio per correggere una traiettoria. Tempo per frenare davanti a un ostacolo. Energia sufficiente per affrontare l’ultima parte della giornata. Una riserva che spesso sembra inutile, almeno fino al momento in cui diventa necessaria.
Anche tornare indietro appartiene al viaggio. Non è una sconfitta e non cancella i chilometri già percorsi. Una strada può essere affrontata in un altro giorno, con condizioni diverse. La montagna resterà dove si trova, con una puntualità che gli esseri umani potrebbero perfino tentare di imitare. Insistere soltanto per poter dire di aver completato un percorso serve poco, soprattutto quando la decisione aumenta il rischio senza aggiungere nulla all’esperienza.
La preparazione aiuta proprio in queste situazioni. Avere acqua, una protezione termica, strumenti essenziali, un sistema di navigazione affidabile e un telefono di riserva non significa aspettarsi un disastro. Significa evitare che un contrattempo diventi un problema più grande. La moto porta lontano, ma è la preparazione che permette di tornare a casa.
Il viaggio continua quando la strada torna regolare e la quota comincia lentamente a diminuire. Le ombre si allungano, l’aria cambia temperatura e le curve diventano più scorrevoli. Non resta il bisogno di dimostrare qualcosa. Restano la moto, il rumore del motore e la consapevolezza di aver scelto il ritmo giusto.
La strada non deve essere sempre bella per essere vera. Alcune giornate servono a ricordare che viaggiare significa anche saper leggere ciò che cambia, riconoscere i propri limiti e decidere senza lasciarsi comandare dall’orgoglio. A volte si continua. A volte ci si ferma. Qualche volta si torna indietro, e la strada verso casa diventa semplicemente quella corretta.
Sergio De Amicis
Mister Patterson – Dog on the Road
