Pirenei in moto: da Perpignan ad Andorra, l’inizio di una lunga linea verso ovest


Se c’è un momento in cui l’avventura smette di essere un’idea sulla mappa e inizia a vibrare sotto il serbatoio, quel momento è l’inizio di un viaggio che ti porta a tagliare una catena montuosa intera, un taglio netto, dall’acqua salata di un mare antico fino alle propaggini di un oceano selvaggio. La traversata dei Pirenei, da est a ovest, non è una semplice collezione di chilometri; è una dichiarazione d’intenti. È un duello, cavalleresco ma implacabile, tra la volontà dell’uomo e l’implacabile maestosità della pietra, della foresta, e delle intemperie. La mia scelta, caduta sull’Ottobre del 2022, non è stata casuale. Non amo la folla estiva, il caldo appiccicoso che trasforma ogni sosta in una battaglia contro la sete e ogni curva in una gimcana tra auto a noleggio e camper sonnolenti. Ottobre è il mese della Verità, quando l’aria si fa tagliente, promettendo piogge o, peggio, le prime spruzzate di neve sopra i duemila metri, ma in cambio offre una luce dorata, quasi mistica, e strade che respirano di nuovo, liberandosi dall’assalto turistico.

La moto, naturalmente, non poteva che essere Lei: la mia fedele, insostituibile, iper-tecnologica BMW R 1250 GS. Non c’è macchina migliore, a mio avviso, per affrontare un percorso di questa natura. Non è solo potenza bruta o coppia inesauribile, anche se il ShiftCam in montagna si fa sentire, eccome. È la sua intrinseca versatilità, la sua capacità di rendere confortevole un’autostrada e di trasformarsi in un bisturi preciso non appena l’asfalto si increspa e la pendenza si impenna. Sapevo che avrei affrontato 250 km di pura tortura stradale per questa prima tappa, il tratto iniziale di un progetto ben più vasto. La traccia GPX che avevo caricato, intitolata senza fronzoli “1 traversata dei pirenei 1”, era l’unico vero libro di bordo, il testo sacro di questa giornata. Un’analisi preliminare mi aveva già messo in guardia: non era una passeggiata. Si trattava di una successione quasi ininterrotta di passi, salite e discese che avrebbero spremuto fino all’ultima goccia me e la moto, portandoci dal livello del mare a sfiorare i duemila metri per ben due volte.

L’alba su Perpignan era di un blu freddo e promettente. La GS, già completamente equipaggiata per l’autonomia di più giorni, con le borse laterali cariche ma non troppo – perché la leggerezza, in montagna, è la vera eleganza – scalpitava. Il rituale è sempre lo stesso: caffè nero, controllo della pressione degli pneumatici (settati per la montagna, leggermente più morbidi, per massimizzare il grip sulla fredda superficie mattutina), accensione. Il boxer prende vita con quel suo borbottio inconfondibile, una promessa di chilometri e fatica. E poi via, l’assalto.

La fuga dalla pianura è rapida e quasi aggressiva. Lasciamo la route nationale e ci infiliamo subito sulla D 618, una strada che è come un tendine d’Achille che si ritira nel cuore della montagna. Boulenterre scompare nello specchietto retrovisore. Il paesaggio cambia con una velocità sorprendente. Se pochi minuti prima si respirava l’aria salmastra, ora si sente il profumo intenso e resinoso dei pini marittimi e della terra umida. Il primo valico significativo, il Col de la Fourton, è un riscaldamento muscolare, una curva dopo l’altra che mi permette di sentire la moto, di ritrovare quell’intimità fisica che si stabilisce solo dopo lunghe pause. La GS si butta in piega con una naturalezza disarmante. Uso la modalità Dynamic, perché anche se la giornata è lunga, non voglio compromessi sulla reattività. L’elettronica lavora in background, impercettibile, ma essenziale, mantenendo l’aderenza su un asfalto che comincia a essere coperto da un sottile velo di foglie morte e rugiada notturna.

Dopo il Col de la Fourton, la strada si fa più sinuosa e complessa. Entriamo nel vivo del Roussillon, una regione di confine, aspra e ricca di storia catalana. Si passa per strade come la Rue de la Trinité, nomi che sanno di fede antica e pietra dura. Il Col d’en Xataro è meno noto ma non meno divertente: brevi rampe violente, seguite da tratti veloci in discesa. È qui che la traccia GPX si rivela fondamentale, perché non ci sono indicazioni chiare, solo bivi che portano a mas isolati o a foreste impenetrabili. La mappa sul navigatore è la mia unica guida.

Taulis, Amelie les Bains Palada. Soste brevissime, quasi sacrileghe, giusto il tempo di guardare il fiume Tech che si fa sempre più un torrente selvaggio e ribelle. Amelie-les-Bains, con le sue terme e la sua atmosfera di Belle Époque decadente, è un contrasto affascinante con la nostra missione, che è tutto fuorché riposo. Ma l’obiettivo è la salita. La D 54 ci porta verso l’alto, verso Mont Ferrer, dove l’aria si raffredda in modo percepibile. Siamo ancora in Francia, ma stiamo puntando dritti al cuore della Serra di frontiera. La D 44 e poi la D 115 ci lanciano a capofitto verso l’inizio del vero scontro.

La caratteristica di questo primo tratto di Pirenei è la fitta successione di passi minori che sembrano preparare il terreno per i giganti che verranno. Il Col de la Seille e il Col de la Guilla sono due gemelli cattivi, strade strettissime, a volte poco più larghe di un sentiero asfaltato, dove la vegetazione si chiude sopra di te e il sole fatica a penetrare. Qui è necessario un cambio di setting. Passo in modalità Road, ammorbidendo leggermente la sospensione elettronica. Su queste strade, dove la superficie è imprevedibile e piena di detriti, la maggiore escursione e la capacità della GS di digerire ogni asperità sono una benedizione. Il peso della moto, normalmente un potenziale svantaggio sui tornanti stretti, qui si traduce in stabilità, in una sensazione di controllo inossidabile.

E poi arriva Lui, il primo grande arbitro della giornata: il Col d’Ares. 1513 metri, il confine naturale e storico. La salita è un classico pirenaico: ampia, aerea, con tornanti larghi quanto basta per aprire il gas in uscita senza timore e godersi l’eco del boxer che rimbalza tra le valli. Sulla cima, il cartello, foto di rito. La vista è già maestosa: il blu intenso dei Pirenei che si stagliano, stratificati, contro l’orizzonte. L’aria, ora, è definitivamente fredda.

La discesa ci porta in Spagna, in Catalogna. Mollò e poi Camprodon, due nomi che profumano di pietra antica, di lana grezza e di frontiera contesa. La transizione è quasi impercettibile se non fosse per la comparsa della segnaletica gialla e della lingua catalana. La qualità dell’asfalto, a volte, tradisce il cambio di gestione, ma l’impegno stradale rimane costante. Siamo sulla C-38 e poi sulla GI-401 in direzione di Ripoll.

Ripoll, con il suo monastero imponente, è un centro di gravità, un luogo da cui la storia catalana è spesso ripartita. Ma noi siamo motociclisti, non storici. La nostra storia è quella che si scrive sull’asfalto, chilometro dopo chilometro. Da Ripoll, la vera ascensione catalana ha inizio.

La GI-401 e la GI-402 ci spingono verso il nord, verso l’interno più montuoso. Attraversiamo Gombren. La traccia GPX, lo ribadisco, è cruciale in questa zona. È qui che il percorso aveva previsto quei famigerati “brevi tratti di sterrato facilmente aggirabile se chiuso”. Per un purista del tassello, saltare lo sterrato è quasi un peccato. Ma Ottobre non perdona. Una sezione che, in estate, sarebbe stata un divertente tratto di off-road leggero, ora, dopo le piogge notturne, si presentava come un guazzabuglio di fango e sassi smossi. La scelta è stata rapida, pragmatica, pattersoniana: la sicurezza prima del purismo. La GS si destreggia magistralmente su una deviazione asfaltata parallela, dimostrando ancora una volta la sua natura di adventure capace di adattarsi.

Il Col de la Merolla è un passo più stradale, meno alpino, ma serve da trampolino di lancio per il secondo, più impegnativo gruppo di valichi. Scendiamo verso la B-402, e la mente si prepara al cambio di scenario. La Pobla de Lillet è l’ultimo paese significativo prima che il mondo si trasformi in pura montagna. È l’ultima occasione per un rifornimento, per un panino veloce, per un momento di quiete prima dell’attacco al tetto della tappa.

Il tratto successivo, sulla BV 4031, è, per me, il capolavoro nascosto di questa giornata. Una strada stretta, che si arrampica con tornanti secchi e panorami sempre più vasti, un nastro di asfalto scuro gettato con disprezzo sulle pendici rocciose. La moto è in sintonia perfetta. Sfrutto ogni singola marcia, tenendo il motore sempre nella sua zona di coppia ideale, usando il freno motore con precisione per bilanciare la moto prima di ogni ingresso in curva. Non è una corsa, è un flusso. È qui che si capisce il valore di un motore elastico e di sospensioni telelever e paralever che mantengono la moto composta e stabile anche quando si spinge al limite.

E poi, in un attimo, il paesaggio si apre in modo drammatico. Il manto vegetale si dirada, lasciando spazio a rocce grigie, pascoli gialli bruciati dal primo gelo e alla sensazione schiacciante dell’altitudine. Siamo sul Col de la Creueta. Superiamo i 1920 metri, il punto più alto della nostra intera tappa. Qui, il vento non scherza. È un vento freddo, che sa già di inverno. La temperatura sul display scende pericolosamente vicino allo zero. Ma lo spettacolo è indescrivibile: le montagne che ci circondano sono come onde immobili, picchi rocciosi che sembrano nuotare in un mare di nebbia bassa.

L’analisi del GPX aveva preannunciato questo profilo altimetrico a doppia gobba: prima l’innalzamento graduale fino a questo picco, e poi la brusca discesa per risalire subito dopo. È un percorso che richiede non solo abilità di guida, ma anche resistenza fisica e mentale.

Dalla Creueta, ci gettiamo in una discesa vertiginosa per raggiungere la Collada de Toses. Toses è un valico storico, un crocevia di comunicazione e commercio, ma anche un luogo dove la montagna esercita il suo dominio totale. Qui l’asfalto, ora sulla N-260 (la grande arteria pirenaica), si fa più veloce, più ampio, concedendoci un attimo di tregua, una serie di curve lunghe e veloci che ci permettono di far scorrere la moto, di sentire il vento sulla visiera come un premio per la fatica appena compiuta.

La N-260 ci porta fino a Puigcerdà, un altro centro di grande importanza, strategicamente posizionato sulla frontiera franco-spagnola. È un luogo di passaggio, un punto di biforcazione. Ma la nostra rotta è chiara: dobbiamo puntare alla bandiera finale di questa prima battaglia, il Principato di Andorra.

La vera, ultima sfida del giorno ci aspetta: il Col de Puymorens. Abbandoniamo la N-260 e ci infiliamo sulla N-320. Questa è la salita finale, l’ultimo sforzo che la montagna ci richiede. Se la Creueta era selvaggia, Puymorens è maestoso, una porta d’accesso costruita per sopportare il traffico pesante, ma che in Ottobre ritrova la sua solitudine alpina. La strada sale con pendenze costanti, curve ampie e ben disegnate. È il palcoscenico perfetto per sfruttare la potenza del motore Boxer.

La 1250 GS è semplicemente sublime in questa fase. La trazione è totale. Anche a quote elevate, dove l’aria è più rarefatta, il motore non sembra perdere un cavallo. La si può guidare di coppia, lasciando che il motore spinga fuori dalle curve con una spinta titanica, senza la necessità di scalare continuamente. E mentre saliamo, la luce del tardo pomeriggio si tinge di arancio e viola. Il cielo si fa drammatico. I 1920 metri del Col de Puymorens vengono raggiunti in un crescendo di adrenalina e freddo. Breve sosta sulla cima. Il silenzio è quasi offensivo dopo il rumore martellante del vento e del motore.

Da lì, è tutta una discesa, rapida e controllata, fino all’ultima deviazione che ci proietta sulla N-22, il corridoio finale che porta alla dogana Francia-Andorra. Il rumore del motore si mescola a quello del traffico in avvicinamento al Principato, il segno che la civiltà, in qualche modo, si è riappropriata del paesaggio.

250 km. Una distanza che, in pianura, si copre con un’unica, monotona immissione di gas. Qui, è stata una sinfonia di oltre cinquanta valichi, salite e discese, una continua variazione sul tema della curva. Il polso e la schiena sono stanchi, ma l’anima è rigenerata. La prima tappa è completata. Il GPX si ferma alla frontiera, ma per me, l’avventura è appena iniziata. Ho lasciato il Mediterraneo. Davanti a me, il cuore nero e profondo dei Pirenei. E un Principato senza confini per l’anima di un motociclista. La GS è lì, immobile, fumante, l’ombra di un guerriero che ha combattuto bene. Domani si riparte, ancora più a ovest. Ma oggi, la vittoria è nostra. La traversata è iniziata. E il vento freddo di ottobre ne è stato il testimone.


Pirenei in moto: da Perpignan ad Andorra, l’inizio di una lunga linea verso ovest

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Sergio De Amicis "Mr Patterson"

Sergio De Amicis è una figura eclettica di Verona, noto per la sua attività imprenditoriale, sportiva e avventurosa. È co-fondatore di Enetek Servizi, azienda specializzata in impianti di climatizzazione e riscaldamento. Il suo lavoro tecnico si affianca a una forte passione per le arti marziali, che pratica e insegna da decenni, con esperienze nel Vovinam Viet Vo Dao, nel Krav Maga, nel Kali filippino e nella difesa personale con il metodo Survival Fight, di cui è fondatore. Avventuriero per vocazione, è uno dei soci fondatori dei SerCant Adventures, club noto nel mondo del canyoning, con centinaia di esplorazioni in forre italiane e internazionali. È anche autore del blog Mister Patterson – Dog on the Road, dove racconta i suoi viaggi in moto attraverso l’Italia e l’Europa, pubblicando itinerari GPX gratuiti, foto, video e racconti che uniscono turismo, cultura, enogastronomia e spirito solitario. Nel suo tempo libero si dedica alla scrittura e alla spiritualità legata alla natura, ed è anche pastore della religione del Dudeismo. Mantiene una riservatezza discreta sulla vita privata, condividendo online solo ciò che riguarda passioni, esperienze e progetti.

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