In moto tra Spagna, Pirenei, Atlantico e Vercors


Settembre 2021. Tremilanovecentotrentacinque chilometri per attraversare alcune tra le regioni più belle, strane, ruvide e sorprendenti d’Europa. Partenza il 4 settembre al mattino, rientro il 9 settembre alla sera. Sei giorni pieni, tirati, intensi, con la sensazione costante di avere davanti troppa strada e troppo poco tempo, che poi è esattamente il genere di problema che un motociclista tende a cercarsi da solo, perché evidentemente stare comodi sul divano non ci ha mai convinti del tutto.

Sono partito in sella alla mia BMW, quella che ormai chiamo “la motonave”. Un po’ per il rumore, un po’ per quella precisione teutonica nel rimanere allo stesso passo per ore, senza scomporsi, senza lamentarsi, senza dare l’impressione di chiederti nulla se non benzina e un minimo di rispetto. Una volta premuto il pulsante del cruise control, lei si sistema sulla sua andatura e sembra dirti: tu guarda la strada, al resto ci penso io. Non è una moto nata per fare velocità folli, e lo si capisce presto. Non è fatta per strappare il collo sul rettilineo o per trasformare ogni curva in una dichiarazione di guerra. Però è una moto che ti porta lontano. Molto lontano. E lo fa con quella calma solida delle cose progettate bene, che non devono dimostrare niente a nessuno.

Questo viaggio mi ha confermato una cosa che forse sapevo già, ma che dovevo provare davvero sulla pelle: con la moto giusta puoi attraversare asfalti, passi, statali, autostrade, campagne, montagne e perfino piste sassose e polverose senza sentire mai davvero di essere fuori posto. La mia motonave, quando ha messo le ruote nelle piste ghiaiose del deserto spagnolo, si è trasformata. O forse sono stato io a capirla meglio. Lì, in mezzo alla polvere, tra sassi, ghiaia e macchine che procedevano guardinghe, lei sembrava finalmente nel suo elemento naturale. La guardavi e capivi che era stata pensata anche per quello. Non per fare la posa davanti al bar, quella triste liturgia moderna dove troppi motociclisti lucidano più la moto che la propria capacità di usarla. No. Lei era lì per correre sullo sporco, per galleggiare sui sassi, per tenere la traiettoria quando il fondo si muove sotto le ruote.

E in quel momento l’ho amata davvero. Come solo un motociclista può capire. C’era quell’istante preciso in cui, in piedi sulle pedane, con il sedere fuori dalla sella, le ginocchia strette al serbatoio e il busto leggermente avanzato, ti senti volare sulle pietre. La ruota anteriore lavora, la posteriore spinge, il manubrio vibra tra le mani ma non scappa. Tu non stai semplicemente guidando. Stai dialogando con una macchina che, se la tratti bene, ti restituisce fiducia. Superare auto e moto ai cento all’ora sui sassi, nella polvere, con il casco pieno di rumore e il corpo teso ma felice, è una di quelle cose che spiegate a tavolino sembrano follia. E forse lo sono anche un po’. Però dentro quel momento c’è tutto: adrenalina, controllo, tecnica, libertà. Il mondo intorno si cancella. Resti solo tu, il motore, il fondo che cambia, la traiettoria che devi leggere in anticipo. E ridi. Ridi dentro il casco, magari urli anche, tanto nessuno ti sente. Sei libero. Completamente libero.

Dopo la Spagna sono arrivati i Pirenei, con i loro passi, le loro salite e quella sensazione netta di confine naturale tra mondi diversi. Le montagne lì hanno un carattere particolare. Non sono solo alte, sono severe. Ti fanno capire subito che il meteo, la luce e la temperatura possono cambiare in pochi chilometri, come se qualcuno sopra le nuvole si divertisse a spostare gli interruttori. Le strade salgono decise, alternano curve ampie a tratti più stretti, attraversano vallate dove la vegetazione cambia rapidamente e il traffico, a seconda dell’ora, può passare dal nulla assoluto al piccolo ingorgo turistico, perché l’umanità ha questa tendenza geniale a concentrarsi tutta nello stesso punto nello stesso momento.

Poi Andorra la Vella. Che dire. Una specie di incrocio tra San Marino e Livigno, solo più trafficata, più compressa, piena di luci, negozi, insegne e movimento. Una città incastrata tra le montagne, a quota importante, dove la sensazione è quella di essere entrati in un luogo sospeso tra turismo, commercio e alta valle. Non proprio il silenzio contemplativo dell’eremita, ecco. Però anche quello fa parte del viaggio. Non tutto deve essere romantico, selvaggio e puro. A volte attraversi luoghi strani, affollati, contraddittori, e proprio per questo restano in memoria.

Lasciati i Pirenei, il viaggio ha cambiato pelle. Sono entrato nella bassa Guascogna, tra pinete immense e paesaggi più distesi. Una cosa che mi ha colpito davvero è stata vedere quei pini nascere dalla sabbia, ancora a più di cinquanta chilometri dall’oceano. Un territorio diverso da quello alpino o appenninico, dove la strada sembra scorrere più morbida, più orizzontale, tra lunghi rettilinei, ombre regolari e profumo di resina. La moto lì cambia ritmo. Non devi più aggredire la curva o lavorare sul dislivello. Devi lasciarla andare, ascoltare il motore, accettare la distanza. E la distanza, in Francia, sa essere enorme. Non sempre spettacolare nel senso facile del termine, ma profonda. Campagne, boschi, paesi ordinati, campanili, strade secondarie che sembrano fatte apposta per ricordarti che l’Europa non è solo autostrada, caselli e aree di servizio con panini tristi.

Poi Contis Plage. Le dune sabbiose, enormi, e davanti l’oceano Atlantico. Lì il viaggio cambia ancora. Dopo giorni di strada, polvere, montagne e paesi attraversati, trovarsi davanti a quell’acqua infinita fa un certo effetto. L’Atlantico non ha la misura del Mediterraneo. È più largo, più fisico, più rumoroso. Sta lì e non deve piacerti per forza. Si impone. I surfisti inseguono le onde con quella pazienza ostinata di chi sa che la natura non concede appuntamenti precisi. Il vento porta sabbia, sale, umidità. La moto parcheggiata poco distante sembra quasi fuori contesto, arrivata lì da un altro mondo, sporca di viaggio, polvere e insetti. E invece era perfettamente al suo posto.

Da ovest ho poi attraversato la Francia verso est, tagliandola longitudinalmente tra boschi, colline, campagne e piccoli centri abitati. È stata una delle parti più belle del giro, forse proprio perché meno appariscente. Niente effetto cartolina sparato in faccia, niente scenografie costruite per convincere il turista distratto. Solo strada, paesaggi che cambiano lentamente, case in pietra, campi, fiumi, curve morbide, villaggi dove passi e in pochi secondi sei già oltre. La Francia interna ha una qualità particolare per chi viaggia in moto: ti fa macinare chilometri senza annoiarti. Ogni tratto sembra simile al precedente, poi cambia la luce, cambia il colore dei tetti, cambia il profilo delle colline, e ti accorgi che stai attraversando un territorio enorme, vario, pieno di dettagli.

Verso la fine del viaggio sono arrivate due meraviglie naturali che da sole varrebbero la strada: le gole dell’Ardèche e il Parco naturale del Vercors. Le gole dell’Ardèche formano un canyon lungo circa trenta chilometri, scavato nell’altopiano calcareo tra il Pont d’Arc, vicino a Vallon Pont d’Arc, e Saint Martin d’Ardèche. Guidare lì significa seguire una strada che si affaccia su pareti, curve, belvedere e profondità scavate dall’acqua nel tempo. Il canyon non è solo bello da vedere. È interessante da guidare. La strada richiede attenzione, perché tra traffico turistico, soste improvvise e curve cieche non conviene mai lasciarsi prendere troppo dalla poesia. La poesia va bene, ma l’asfalto non perdona gli entusiasmi mal gestiti. Meglio godersi il panorama quando ci si ferma, e guidare quando si guida. Concetto semplice, infatti spesso dimenticato dall’essere umano medio.

Il Vercors, invece, è un altro mondo ancora. Un massiccio calcareo imponente, segnato da strade spettacolari, pareti verticali, gole e passaggi scavati nella roccia. Gli itinerari di Combe Laval, del passo del Rousset nella Drôme, delle gole della Bourne e del canyon di Écouges nell’Isère sono tra quei percorsi che restano impressi perché uniscono tecnica e paesaggio. La moto lì si muove tra pareti, strapiombi, gallerie, cambi di luce improvvisi. Entri in ombra, esci al sole, passi dal fresco delle gole all’aria più aperta dei tratti alti. L’asfalto può essere buono, ma non bisogna mai fidarsi troppo: umidità, detriti, piccoli rattoppi e traffico turistico obbligano a tenere sempre un margine. Ed è proprio quel margine che ti permette di goderti davvero la strada. Chi guida sempre al limite, alla fine, non vede niente. E spesso arriva anche male.

Sono uscito dalla Francia passando alto, attraverso il Colle del Piccolo San Bernardo, concedendomi un po’ di Valle d’Aosta. Dopo tanti chilometri francesi, rientrare in Italia da lì ha avuto il sapore di una chiusura naturale. Il passo, con i suoi paesaggi aperti e la quota, accompagna il rientro senza spezzarlo bruscamente. Avevo in mente una sosta serale e notturna sul Colle del Nivolet, uno di quei luoghi che meritano tempo, silenzio e cielo pulito. Purtroppo il maltempo ha deciso diversamente. E siccome dormire sotto l’acqua per poi ripartire al mattino con tutta l’attrezzatura bagnata non è avventura, è solo una forma umida di stupidità, ho preferito rinunciare. Ho tirato dritto, facendo le ultime ore di viaggio verso casa.

Sono rientrato stanco, pieno di chilometri addosso, con la moto sporca e quella sensazione difficile da spiegare che arriva solo dopo un viaggio lungo. Non è solo soddisfazione. È qualcosa di più fisico. Ti restano nelle braccia le vibrazioni del manubrio, negli occhi le luci diverse dei paesi attraversati, nel corpo le ore di sella, nella testa alcuni momenti precisi: la polvere della Spagna, i Pirenei, l’Atlantico, le gole dell’Ardèche, il Vercors, il rientro dal Piccolo San Bernardo. Appena mi sarà possibile mi prenderò il tempo per descrivere meglio le tappe più importanti di questo viaggio, e per elaborare i video da pubblicare sul canale di Mr. Patterson. Per ora resta questo primo racconto, scritto ancora con un po’ di strada nelle ossa e con la conferma che, quando una moto ti porta così lontano e ti riporta a casa, qualcosa tra te e lei è successo davvero.

Mr. Patterson

 


Motogiro - Bardenas Real - Guascogna - Ardeche - Vercors

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