Motociclisti e social: informarsi senza farsi condizionare
La sera prima di affrontare la Via del Sale avevo fatto quello che ormai fanno quasi tutti prima di partire per una strada che non conoscono: avevo cercato informazioni. Video, racconti, commenti, immagini dei passaggi più difficili. Più guardavo e più cresceva la sensazione che mi aspettasse qualcosa di molto più impegnativo di quanto avessi previsto. Pietre, moto a terra, tratti esposti, difficoltà raccontate con toni quasi epici. A fine serata, invece di sentirmi più preparato, ero semplicemente più preoccupato.
Il giorno dopo sono partito e, una volta entrato davvero sulla Via del Sale, mi sono accorto che la realtà era molto diversa da quella che mi ero costruito davanti allo schermo. Non voglio dire che sia una strada da prendere alla leggera. Si guida comunque una moto su fondo naturale, in montagna, con tratti sconnessi e situazioni nelle quali una distrazione può avere conseguenze serie. Servono attenzione, prudenza, una velocità adeguata e la capacità di capire dove mettere le ruote. Ma, con le dovute cautele, personalmente la trovai molto più semplice di quanto i video della sera precedente mi avessero fatto immaginare.
Quell’esperienza mi è rimasta in mente perché racconta bene uno dei problemi del modo in cui oggi ci prepariamo a un viaggio. Abbiamo a disposizione una quantità enorme di informazioni, probabilmente più di quante ne abbia mai avute qualsiasi generazione di motociclisti prima di noi. Possiamo vedere una strada prima ancora di esserci arrivati, controllare il fondo, osservare un tornante, individuare una salita o capire dove potrebbe esserci un tratto complicato. È uno strumento straordinario. Il problema nasce quando dimentichiamo che ciò che stiamo guardando non è la strada, ma il racconto che qualcuno ha deciso di farne.
Un video deve attirare attenzione. È inevitabile. Se durante cinquanta chilometri di sterrato un motociclista incontra trecento metri realmente impegnativi, è molto probabile che proprio quei trecento metri diventino la parte principale del filmato, la fotografia di copertina e forse anche il titolo. Una moto che procede senza problemi su una strada bianca non genera particolare tensione. Una moto inclinata tra le pietre, magari accompagnata da una frase come “il tratto più difficile del percorso”, funziona decisamente meglio. Non significa necessariamente che chi realizza quel contenuto voglia ingannare qualcuno. Significa semplicemente che il linguaggio dei social tende a privilegiare ciò che sorprende, spaventa o emoziona.
Per chi ha molta esperienza è relativamente facile mettere tutto nella giusta prospettiva. Per un motociclista giovane o alle prime esperienze, invece, può essere diverso. Guardando una serie di video simili si rischia di partire con un livello di ansia completamente sproporzionato rispetto alla difficoltà reale. Oppure, e questo può essere ancora più pericoloso, si può cadere nell’errore opposto: vedere qualcuno affrontare un passaggio con apparente facilità e pensare che debba essere semplice per tutti.
Una strada, però, non possiede una difficoltà assoluta. La stessa traccia può essere quasi banale per un motociclista e impegnativa per un altro. Cambiano la moto, il peso, le gomme, il carico, il meteo, le condizioni del terreno e soprattutto l’esperienza di chi guida. Chi arriva dall’enduro leggerà un tratto sterrato in maniera completamente diversa da chi ha percorso per anni soltanto asfalto. Chi conduce una moto leggera avrà margini differenti rispetto a chi deve gestire una maxienduro carica di bagagli. Perfino la stessa persona può trovare semplice una strada al mattino e molto più difficile a fine giornata, quando arrivano stanchezza e perdita di concentrazione.
Per questo ho imparato a diffidare delle definizioni troppo nette. “Facile”, “difficile”, “estremo”, “impossibile” sono parole che spesso descrivono più il motociclista che il percorso. Possono essere utili come indicazione generale, ma non dovrebbero mai sostituire una valutazione personale. Quando preparo un viaggio continuo a guardare video e leggere racconti. Non avrebbe senso rinunciare a strumenti così utili. Cerco però di osservare elementi concreti: il tipo di fondo, la larghezza della strada, la presenza di pietre, fango o sabbia, eventuali tratti esposti, la possibilità di fare inversione, la distanza da un centro abitato, il meteo previsto e la difficoltà di recuperare la moto in caso di caduta. È questo che mi interessa, non sapere se qualcuno ha definito quel percorso “pazzesco”.
C’è poi un’altra cosa che vorrei ricordare soprattutto a chi sta costruendo la propria esperienza in moto: non bisogna dimostrare niente a nessuno. Il fatto che un influencer, un amico o un motociclista più esperto abbia affrontato un passaggio non significa che dobbiamo farlo anche noi. Fermarsi a osservare, scendere dalla moto per controllare il terreno, scegliere una traiettoria diversa o decidere di tornare indietro non sono segni di debolezza. Sono decisioni. E saper decidere è una delle capacità più importanti che si possano sviluppare viaggiando in moto.
L’esperienza vera nasce proprio così, un poco alla volta. Si comincia da percorsi semplici, si impara come si muove la moto sulla ghiaia, come cambia la frenata, cosa succede quando il fondo si rompe, quanto pesa davvero una moto quando bisogna recuperarla da ferma. Dopo qualche migliaio di chilometri si sviluppa un proprio metro di giudizio e succede una cosa interessante: si cominciano a guardare gli stessi video in maniera completamente diversa. Un passaggio che prima sembrava terribile viene riconosciuto per quello che è, magari solo un tratto da affrontare lentamente. Al contrario, una situazione presentata come insignificante può farci notare elementi che suggeriscono prudenza.
La Via del Sale, almeno per me, è stata una piccola lezione in questo senso. La sera prima pensavo soprattutto alle difficoltà che avevo visto raccontare dagli altri. Il giorno dopo, una volta sulla strada, ho potuto valutarle con i miei occhi e con la mia esperienza. Alcune richiedevano attenzione, altre erano assolutamente normali. In ogni caso erano molto meno inquietanti delle immagini che avevo continuato a guardare poche ore prima.
Ai motociclisti più giovani direi quindi di utilizzare Internet fino in fondo, perché sarebbe assurdo rinunciare alla quantità di informazioni che oggi abbiamo a disposizione. Guardate video, leggete esperienze, studiate le tracce e ascoltate chi conosce i luoghi. Ma mantenete sempre una certa distanza da ciò che vi viene raccontato. Non lasciate che qualcun altro decida quanto dovete avere paura di una strada e nemmeno quanto dovete sentirvi capaci di affrontarla.
Quando arriverete davanti al primo tratto difficile, l’influencer sarà rimasto dentro il telefono. Sulla moto ci sarete voi.
Ed è lì che comincia il viaggio vero.
