Maddalena, Verdon e Col de Turini in moto
Il 22 maggio 2026 il giro parte da Beguda, poco sopra Borgo San Dalmazzo, con la Ducati Multistrada V4 Pikes Peak già nel suo ambiente naturale: strada vera, quota che sale presto, ritmo da tenere pulito e una giornata lunga davanti. La traccia GPX controllata conferma un anello di circa 434 chilometri, con quota massima poco sopra i 2100 metri e ritorno sempre nel Cuneese. Non è il classico giro “vado a prendere un caffè oltre confine”, anche se poi il caffè ci sta sempre. È una traversata ampia tra Alpi Marittime, Ubaye, Alta Provenza, Verdon, entroterra nizzardo e rientro dal Tenda, con un continuo cambio di paesaggio, lingua, odori, cartelli e modo di stare in strada.
Da Beguda si prende la SS21 verso Demonte, Vinadio e Argentera. La Valle Stura sale con decisione ma senza cattiveria, seguendo un fondovalle largo, poi sempre più alpino. L’asfalto italiano è generalmente buono, ma qualche rattoppo, giunto e residuo invernale ai bordi non mancano, soprattutto salendo verso Argentera. La Multistrada qui lavora bene di coppia, senza bisogno di cercare guida aggressiva: curve medie, tornanti più larghi mano a mano che si prende quota, carreggiata abbastanza leggibile. A maggio, sopra i 1500 metri, il microclima cambia in fretta. Sole sul fondovalle, aria tagliente più in alto, chiazze umide dove la luce arriva tardi. È il genere di strada dove il turismo in auto può comparire all’improvviso dietro una curva, magari con la solita convinzione umana che il centro della carreggiata sia un’opinione personale.
Il Colle della Maddalena, chiamato in Francia Col de Larche, segna il passaggio reale tra Italia e Francia. Siamo intorno ai 1991 metri, in un valico storico tra Alpi Cozie e Marittime, collegamento naturale tra Cuneese e valle dell’Ubaye. Qui il confine non è solo una linea amministrativa. Cambiano i cartelli, cambia la manutenzione della strada, cambia anche il comportamento medio degli automobilisti. Sul lato francese la D900 scende verso Larche e Barcelonnette con un disegno più aperto, più scorrevole, spesso con asfalto migliore ma anche con tratti dove ghiaietto e brecciolino si accumulano nelle zone d’ombra o all’esterno curva. La guida diventa meno spezzata e più rotonda. Conviene lasciar correre la moto senza forzare le staccate, perché la carreggiata invita, ma i margini alpini non perdonano l’entusiasmo da depliant.
Il passaggio di confine richiede documenti in ordine. Anche in area Schengen è necessario avere carta d’identità valida per l’espatrio o passaporto valido, patente, libretto, assicurazione e carta verde se prevista dalla propria compagnia, anche se per Francia e Italia normalmente la copertura RCA europea è già integrata. In Francia, per la moto, servono casco omologato, guanti certificati CE e gilet alta visibilità da tenere a bordo. Il gilet va indossato in caso di emergenza, e fuori dai centri abitati di notte o con visibilità ridotta. È una di quelle regole semplici che diventano importanti quando sei fermo sul bordo della D900 con il vento che ti sposta la giacca e i camper che passano come se stessero pilotando navi da carico.
Barcelonnette merita più di un attraversamento distratto. È il centro della valle dell’Ubaye e porta addosso una storia curiosa: tra Ottocento e primo Novecento molti abitanti della valle emigrarono in Messico, fecero fortuna nel commercio e nel tessile, poi tornarono costruendo ville borghesi con influenze Art Nouveau, Art Déco e gusto esotico. Le cosiddette ville messicane sono ancora visibili, soprattutto lungo i viali alberati. È un dettaglio che racconta bene la zona: alpina, francese, ma con una memoria migratoria inattesa. Dal punto di vista motociclistico Barcelonnette è anche un buon punto per rifornire, controllare pressione mentale e livello reale di stanchezza. La benzina qui conviene farla, perché più avanti il giro si fa lungo e frammentato.
Da Barcelonnette si prosegue verso Saint Laurent e poi verso il Col Saint Jean e il Col du Fanget. Qui il percorso cambia carattere. Le strade diventano più secondarie, la vegetazione si addensa, il ritmo si abbassa. Il Col du Fanget supera i 1400 metri e attraversa una zona meno celebrata ma molto interessante per chi guida: sede stradale più stretta, curve cieche, fondo variabile, presenza possibile di sporco portato da mezzi agricoli o dal dilavamento. Non è una strada difficile, ma chiede attenzione. I tornanti non sono scenografici come quelli da cartolina, sono più pratici, inseriti in un territorio vissuto, dove una curva può aprirsi su un pascolo o chiudersi tra alberi e rocce senza preavviso. Lì la Pikes Peak va tenuta composta, evitando di sfruttare tutta la carreggiata, perché sul secondario francese ogni tanto arriva un furgone locale con idee molto chiare sulla propria traiettoria.
La D7 e poi la D900A conducono verso Digne les Bains, attraversando un territorio che lascia gradualmente l’alta montagna e scende verso l’Alta Provenza. La luce cambia, più secca, più netta. La roccia diventa protagonista. Digne non è solo una città termale, è anche uno dei centri del Geoparco UNESCO dell’Alta Provenza, con la celebre Dalle aux Ammonites e un patrimonio geologico che racconta centinaia di milioni di anni. In moto si percepisce dalla strada: versanti piegati, strati inclinati, gole, pareti chiare e scure. Non serve essere geologi per capire che qui la montagna è stata torchiata, sollevata, piegata e poi consegnata ai motociclisti, categoria che almeno qualche utilità evolutiva doveva averla.
Da Digne la N85 porta verso sud est. È la storica Route Napoléon, tracciato legato al ritorno di Napoleone dall’isola d’Elba nel 1815, anche se la moto, per fortuna, non pretende di rifare la storia con cavalli, proclami e fanfare. La guida qui si fa più veloce, ma resta tecnica. L’asfalto è generalmente buono, la carreggiata ampia, le curve più leggibili. Il Col de l’Orme, poi la zona di Chaudon Norante e Barrême, introducono un tratto dove la strada alterna saliscendi e pieghe morbide. Attenzione però ai controlli di velocità e al diverso modo francese di gestire i limiti: nei centri abitati il limite inizia dal cartello del paese e finisce al cartello barrato. Non serve sempre il cartello numerico. Sembra una sottigliezza, fino a quando non arriva la multa a ricordare che la grammatica stradale francese è più importante del proprio umore.
Barrême è uno di quei paesi dell’Alta Provenza che si attraversano facilmente senza fermarsi, ma il suo contesto racconta bene il passaggio tra montagna interna e territorio provenzale. La N202 verso il Col des Robines e poi verso il Verdon diventa uno dei tratti più piacevoli del giro. La strada segue vallate più aperte, con curve veloci, pareti rocciose e tratti dove il vento laterale può farsi sentire. Il fondo è quasi sempre sincero, ma in prossimità di accessi laterali e zone boschive è prudente aspettarsi pietrisco. La guida qui deve rimanere fluida. Frenare forte dentro la curva non serve, salvo voler discutere con l’elettronica della Ducati, che è educata ma non miracolosa.
Il Verdon arriva con il Lac de Castillon e Saint Julien du Verdon. Il lago artificiale di Castillon, sul corso del Verdon, è uno specchio d’acqua incassato tra montagne e pendii, lungo diversi chilometri, con rive frequentate in stagione per balneazione e attività nautiche. Per chi viaggia in moto è soprattutto una pausa visiva: dopo ore di roccia, valichi e fondovalle, il blu del lago cambia il passo mentale. Saint Julien du Verdon si appoggia sopra l’acqua con una dimensione raccolta, più quieta rispetto alle zone più note delle gole. A maggio il traffico è ancora gestibile, molto meglio che in piena estate, quando camper, auto a noleggio e turismo distratto trasformano anche le strade belle in un test psicologico.
Dal Col de Toutes Aures si scende e si risale verso Rouaine e Pont de Gueydan, entrando in una parte di percorso più complessa. Qui le strade non vanno sottovalutate. La D4202 e la D6202 lavorano tra vallate strette, pareti, ponti, gallerie e paesi. La zona di Puget Théniers, scritto correttamente così e non come lo pronuncerebbe un navigatore in crisi esistenziale, è un punto importante della valle del Var. Da qui il giro punta verso Plan du Var e poi sale con la M2565 verso il Col de Turini. Il passaggio è netto: dal fondovalle più caldo si entra nell’entroterra nizzardo, boscoso, tortuoso, verticale. La strada si stringe, la vegetazione torna fitta, l’umidità può rimanere sotto gli alberi anche quando altrove è asciutto.
Il Col de Turini, a circa 1600 metri, è uno dei nomi più noti delle Alpi Marittime anche per il Rallye Monte Carlo. Su due ruote non va preso come una pista, e sarebbe utile tatuarlo sul serbatoio di qualcuno. È una strada magnifica perché tecnica: tornanti stretti, cambi di pendenza, sequenze di curve che obbligano a guardare lontano, ma anche fondo non sempre omogeneo, zone d’ombra, aghi di pino, umidità e ciclisti. La Pikes Peak qui è precisa, forse perfino troppo comunicativa se il polso destro si lascia convincere dalla scenografia. Meglio entrare larghi il giusto, chiudere puliti, uscire senza tagliare. La carreggiata non è sempre generosa e i muretti di pietra non sono morbidi per tradizione locale.
Da Turini si scende verso Sospel, altro luogo dove il confine culturale si sente. La Francia qui è già quasi mediterranea ma ancora alpina, con architetture liguri, colori più caldi, ritmo diverso. Sospel ha un centro storico interessante, il ponte sul fiume Bévéra e una posizione strategica lungo le vie tra Nizza, Mentone, la Roya e il Piemonte. Nei paesi francesi conviene tenere un comportamento sobrio: casco tolto prima di entrare nei locali, saluto, pazienza, niente parcheggi da “tanto sto solo due minuti”. La moto viene rispettata, ma il motociclista rumoroso e invadente resta quello che è: un problema mobile con scarico aftermarket.
Il rientro passa per il Col de Pérus e il Col de Brouis, altri due passaggi molto guidati, più raccolti rispetto al Turini ma non meno interessanti. Il Col de Brouis collega il settore di Sospel con la valle della Roya, in un ambiente dove la strada si appoggia ai versanti con curve medie, tornanti e tratti panoramici. Dopo Breil sur Roya e Tende, il percorso arriva al tunnel del Colle di Tenda, punto delicato del giro. Dopo anni di lavori e chiusure, il nuovo tunnel è stato riaperto con circolazione regolata a senso unico alternato e fasce orarie. Il 22 maggio 2026, essendo venerdì, il transito andava considerato dentro le finestre previste, con possibili attese. Prima di pianificare questo giro oggi, è indispensabile verificare gli orari aggiornati su fonti ufficiali, perché il Tenda non è un valico da improvvisare a fine giornata con il serbatoio basso e la fiducia nell’universo. L’universo, in genere, non gestisce la viabilità ANAS.
Superato il tunnel, il ritorno in Italia cambia di nuovo il tono della giornata. Limone Piemonte riporta alla valle Vermenagna, con la SS20 che scende verso Vernante, Robilante e Borgo San Dalmazzo. Qui la guida torna più familiare, ma non va mollata l’attenzione. Dopo oltre quattrocento chilometri e molte ore di sella, il rischio vero non è il tornante difficile, è quello facile preso con la testa già alla doccia. L’asfalto italiano alterna buoni tratti e zone più segnate, il traffico locale aumenta scendendo, e il rientro verso Borgo San Dalmazzo chiude un anello completo, duro il giusto, molto vario e decisamente più serio di quanto dica la distanza sulla carta.
La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog. In questo caso è particolarmente utile perché il percorso attraversa molte denominazioni francesi non immediate, colli secondari, cambi di strada e paesi dove sbagliare svolta è facilissimo. I nomi sembrano messi lì per umiliare chi scrive in italiano, ma seguendo la traccia si resta sul percorso corretto senza trasformare una giornata alpina in una raccolta di deviazioni creative. Il giro finisce a Borgo San Dalmazzo, con la sensazione netta di aver attraversato tre mondi in un giorno: il Piemonte alpino, la Francia interna dell’Ubaye e dell’Alta Provenza, poi l’entroterra delle Alpi Marittime fino al ritorno dal Tenda.
Maddalena, Verdon e Col de Turini in moto
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