La paura che arriva con l’età: nemica o prezioso sistema di allarme?


A vent’anni avevo paura anch’io. Solo che ero troppo occupato a sentirmi immortale per accorgermene.

Oggi capita che, davanti a un tornante stretto, a una discesa sporca o a una moto parcheggiata in pendenza, nella testa si accenda una piccola spia. Non sempre è terrore. A volte è soltanto una voce che domanda: «Se qui sbaglio, quanto mi costa?». Anni fa quella voce parlava piano e il motore la copriva facilmente. Con l’età ha alzato il volume, forse perché ha capito che continuavo a fingere di non sentirla.

La paura che compare con il passare degli anni viene spesso interpretata come un cedimento. Il primo segnale della ritirata. La prova che non siamo più i motociclisti di una volta. È un pensiero comprensibile, ma anche piuttosto ingeneroso. Nei confronti dell’età, certamente, ma soprattutto nei confronti dell’esperienza accumulata.

Non abbiamo necessariamente più paura perché siamo diventati deboli. Spesso ne abbiamo di più perché conosciamo meglio le conseguenze.

A vent’anni una caduta era una storia da raccontare agli amici. Oggi sappiamo che può significare una spalla bloccata, settimane senza lavorare, una moto da riparare e un fisioterapista che, mentre ci tortura con garbo professionale, continua a ripetere che dobbiamo rilassarci. Come se fosse facile rilassarsi mentre qualcuno cerca di separarti un braccio dal resto della famiglia.

La paura, quindi, non è automaticamente una nemica. È uno dei sistemi con cui il cervello ci prepara a reagire a un pericolo percepito. Il problema nasce quando l’allarme suona davanti a un rischio reale e noi lo ignoriamo, oppure quando continua a suonare anche quando il pericolo non giustifica più quella reazione. Nel primo caso siamo imprudenti. Nel secondo rischiamo di diventare prigionieri della prudenza.

Quando la paura ci sta dicendo qualcosa di utile

Con l’età cambia la percezione del rischio perché cambiamo noi. Possono modificarsi vista, udito, forza, mobilità, capacità di recupero e rapidità con cui elaboriamo situazioni complesse. Non accade nello stesso modo e nello stesso momento per tutti. La carta d’identità non misura i riflessi e nemmeno il buon senso, altrimenti certi venticinquenni non uscirebbero mai dalla motorizzazione con una patente in tasca.

Tuttavia, far finta che il tempo non esista sarebbe altrettanto sciocco.

Il National Institute on Aging ricorda che i cambiamenti della vista, dell’udito, della mobilità e perfino gli effetti di alcuni farmaci possono influenzare la sicurezza alla guida. Suggerisce di conoscere i propri limiti e di adattare le condizioni di viaggio, per esempio evitando la notte o il maltempo quando diventano difficili da gestire. Non significa smettere di guidare: significa scegliere quando e come farlo meglio. National Institute on Aging

In moto questa consapevolezza diventa ancora più importante. Un’automobile resta in piedi da sola, una moto no. Una frenata imprevista, una manovra in pendenza, un tornante chiuso male o pochi centimetri di ghiaia possono richiedere equilibrio, forza, lucidità e rapidità tutte insieme. La paura può allora essere il modo con cui il corpo ci avverte che stiamo esaurendo il margine.

Se improvvisamente una discesa ci mette a disagio, forse siamo semplicemente più stanchi del previsto. Se il traffico veloce ci sembra ingestibile, potremmo aver perso concentrazione. Se temiamo una manovra da fermo, magari la moto è troppo carica, il terreno è inclinato o una gamba non sta lavorando come dovrebbe. La paura non ci sta necessariamente dicendo: «Non sei più capace». Potrebbe dirci: «Così, adesso e in queste condizioni, il margine è troppo piccolo».

È un’informazione preziosa.

Il guaio è che molti motociclisti preferiscono insultare la spia invece di controllare il motore. La chiamano debolezza, vecchiaia o mancanza di coraggio e proseguono per dimostrare a se stessi qualcosa che nessuno aveva chiesto. È lo stesso sofisticato procedimento mentale con cui, da giovani, si cercava di impressionare gli amici. Solo che oggi gli amici stanno pensando alla trattoria, non alla nostra eroica entrata in curva.

Quando il sistema di allarme diventa una gabbia

La paura smette di proteggerci quando non ci aiuta più a valutare il rischio, ma decide al posto nostro.

Può iniziare in modo quasi invisibile. Prima evitiamo una strada bianca perché ha piovuto. Scelta ragionevole. Poi evitiamo tutte le strade bianche. Successivamente cominciamo a temere le strade strette, i tornanti, le partenze in salita e i parcheggi affollati. Alla fine il giro domenicale viene scelto non in base a ciò che vorremmo vedere, ma soltanto in base a tutto ciò che vogliamo evitare.

La differenza tra prudenza e paura paralizzante sta soprattutto nel margine di scelta. La prudenza osserva il pericolo e modifica il comportamento. La paura eccessiva restringe progressivamente il mondo.

Anche l’ansia è una risposta naturale quando ci sentiamo minacciati, ma può diventare un problema quando è sproporzionata rispetto al rischio o comincia a interferire con le normali attività. NHS Questo non significa trasformare ogni esitazione davanti a un tornante in una diagnosi psicologica. Significa riconoscere che, se la paura domina sistematicamente la guida, provoca panico o ci porta ad abbandonare attività che desideriamo ancora svolgere, merita di essere compresa e non nascosta sotto il tappeto del garage.

C’è poi la paura che arriva dopo una caduta o uno spavento serio. In quel caso il cervello ha registrato un’esperienza concreta e cerca di impedirci di ripeterla. Il problema è che può diventare fin troppo diligente. Un piccolo movimento della ruota anteriore, una curva simile o lo stesso tipo di fondo bastano a riaccendere l’intero allarme.

Non si risolve ordinandosi di essere coraggiosi. E nemmeno tornando subito sulla stessa strada per “fargliela vedere”. Il cervello non è un vicino di casa con cui regolare una questione condominiale.

Ascoltare la paura senza consegnarle il manubrio

La prima cosa utile è darle un nome preciso. Dire «ho paura di andare in moto» serve poco. Di che cosa abbiamo paura davvero?

Di non riuscire a tenere la moto nelle manovre lente? Di perdere l’anteriore sullo sporco? Di non vedere bene di notte? Di rimanere soli dopo una caduta? Di non riuscire più a seguire il gruppo? Di ripetere un errore già commesso?

Una paura definita può essere valutata. Una paura generica diventa nebbia.

Se il problema riguarda le manovre da fermo, si può lavorare sulla tecnica, sul carico, sull’altezza della sella e sulla scelta del parcheggio. Se riguarda la guida sul bagnato, si può riprendere gradualmente in un ambiente conosciuto, con pneumatici in ordine e senza la pressione di dover raggiungere qualcuno. Se nasce dalla stanchezza, bisogna ridurre la tappa, anticipare le soste o cambiare orario. Se è il gruppo a metterci in difficoltà, il problema potrebbe non essere la nostra paura, ma la compagnia.

Ricostruire sicurezza significa ridurre temporaneamente la difficoltà senza rinunciare alla guida. Percorsi conosciuti, uscite più brevi, condizioni meteorologiche favorevoli, meno bagagli e nessun appuntamento da inseguire. Non per vivere per sempre dentro una zona protetta, ma per recuperare sensazioni corrette un passo alla volta.

Può essere molto utile anche un corso di guida o qualche esercizio in uno spazio sicuro. Non perché dopo i sessant’anni dobbiamo tornare a scuola con il grembiule, ma perché molte insicurezze diminuiscono quando sostituiamo l’improvvisazione con un gesto tecnico allenato. L’esperienza accumulata è preziosa, ma a volte contiene anche abitudini che nessuno ha mai avuto il coraggio di correggerci.

La paura va poi confrontata con le condizioni reali. Prima di partire possiamo chiederci:

  • Sono riposato e concentrato?
  • La moto è adatta al percorso e riesco a gestirla anche da fermo?
  • Il meteo, il traffico e il fondo stradale sono compatibili con il mio stato di oggi?
  • Sto scegliendo liberamente oppure sto cercando di tenere il passo di qualcun altro?
  • Se la situazione peggiora, ho una via d’uscita?

Non è un interrogatorio da aeroporto. Bastano pochi secondi di onestà.

Fermarsi non significa avere perso

Ci sono momenti nei quali la paura deve vincere. Se compare insieme a confusione, vertigini, debolezza improvvisa, disturbi visivi, dolore toracico, difficoltà respiratoria o sensazione di svenimento, non è il momento di analizzare il proprio carattere. Bisogna fermarsi in sicurezza e chiedere assistenza. Sintomi nuovi, intensi o insoliti non devono essere automaticamente attribuiti all’ansia.

Allo stesso modo, se la paura provoca episodi ripetuti di panico, impedisce di usare la moto o continua a peggiorare nonostante un ritorno graduale, parlarne con un medico o con un professionista qualificato non è una resa. È manutenzione. Portiamo la moto in officina per un rumore sospetto e poi pretendiamo che la testa continui a funzionare senza mai controllarla: anche questa è una curiosa forma di meccanica italiana.

Fermarsi durante un viaggio non significa avere perso la capacità di andare in moto. Può significare che abbiamo conservato quella di prendere decisioni.

La meta non scappa, mentre la concentrazione qualche volta sì.

La paura giusta lascia ancora spazio al piacere

Non dobbiamo eliminare completamente la paura. Un motociclista senza paura non è necessariamente coraggioso; potrebbe essere soltanto uno che non ha ancora ricevuto il preventivo del carrozziere.

Dobbiamo imparare a distinguere la paura che illumina un pericolo da quella che spegne ogni possibilità. La prima ci fa rallentare prima di una curva cieca, scegliere un parcheggio migliore, rinunciare a una strada ghiacciata o fermarci quando siamo stanchi. La seconda ci convince che qualsiasi curva, pendenza o viaggio sia ormai fuori dalla nostra portata.

Con l’età possiamo diventare più prudenti senza diventare rinunciatari. Possiamo scegliere strade diverse, orari migliori, moto più gestibili e tappe meno assurde. Possiamo anche decidere che oggi un certo passaggio non fa per noi e tornarci in un momento differente. La vera libertà non consiste nel proseguire sempre. Consiste nel poter decidere.

La paura è una buona consigliera quando presenta i fatti. Diventa una pessima comandante quando pretende di stabilire da sola la destinazione.

Ascoltiamola, quindi. Facciamole spiegare che cosa ha visto. Controlliamo se il pericolo è reale, se possiamo ridurlo e se siamo nelle condizioni di affrontarlo. Poi riprendiamoci il manubrio.

Non dobbiamo guidare come quando avevamo vent’anni. Dobbiamo guidare in modo da poterlo fare ancora per molti anni.

Io sono Mister Patterson. Dog on the Road.

Sergio De Amicis "Mr Patterson"

Sergio De Amicis è una figura eclettica di Verona, noto per la sua attività imprenditoriale, sportiva e avventurosa. È co-fondatore di Enetek Servizi, azienda specializzata in impianti di climatizzazione e riscaldamento. Il suo lavoro tecnico si affianca a una forte passione per le arti marziali, che pratica e insegna da decenni, con esperienze nel Vovinam Viet Vo Dao, nel Krav Maga, nel Kali filippino e nella difesa personale con il metodo Survival Fight, di cui è fondatore. Avventuriero per vocazione, è uno dei soci fondatori dei SerCant Adventures, club noto nel mondo del canyoning, con centinaia di esplorazioni in forre italiane e internazionali. È anche autore del blog Mister Patterson – Dog on the Road, dove racconta i suoi viaggi in moto attraverso l’Italia e l’Europa, pubblicando itinerari GPX gratuiti, foto, video e racconti che uniscono turismo, cultura, enogastronomia e spirito solitario. Nel suo tempo libero si dedica alla scrittura e alla spiritualità legata alla natura, ed è anche pastore della religione del Dudeismo. Mantiene una riservatezza discreta sulla vita privata, condividendo online solo ciò che riguarda passioni, esperienze e progetti.

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