In Viaggio con Papà: agosto 1981
Mio padre mi chiamava Figaro.
«Dai Figaro, monta che te porto a casa.»
«Figaro, andemo.»
«Te sì furbo come un gatto, Figaro.»
Basta una parola per riaprire una porta che credevi chiusa. Tornano una voce, un sorriso, una Fiat 125 Special blu notte con troppi chilometri sulle spalle e una roulotte agganciata dietro. Torna il rumore di una marmitta non proprio in perfetta salute, tanto che in famiglia quella macchina era diventata “il mostro ruggente”. E soprattutto torna mio padre, seduto al volante, pronto a portarci ancora una volta da qualche parte.
In viaggio con papà, pubblicato nel 2020, è nato così: non dal desiderio di ricostruire con precisione una vacanza, ma dal bisogno di non perdere ciò che quella vacanza aveva lasciato dentro di me.
Ero un ragazzino di undici o dodici anni quando partimmo da Verona per trascorrere un intero mese sulle strade d’Italia. Mio padre, mia madre, mia sorella e io. Una famiglia operaia, soldi contati, una vecchia automobile, una roulotte e la quattordicesima di agosto investita nella cosa più importante: stare insieme e vedere il mondo.
Oggi basterebbero cinque minuti sui social per trovare qualcuno disposto a spiegare che non avevamo il veicolo adatto, l’attrezzatura corretta, la prenotazione flessibile e probabilmente neppure il necessario equilibrio tra peso caricato e massa rimorchiabile. Noi, fortunatamente, non avevamo i social. Avevamo mio padre, una cartina, molta strada davanti e una certa disponibilità ad arrangiarci.
Il viaggio prima della destinazione
Partimmo all’alba, perché mio padre non amava guidare di notte. Voleva vedere ciò che attraversava. Non considerava la strada uno spazio inutile tra il punto di partenza e quello di arrivo. Il viaggio era già cominciato appena si chiudeva la porta di casa.
La velocità di crociera era quella consentita dal mostro ruggente con la roulotte al seguito: circa ottanta chilometri all’ora, quando il vento, il motore e gli dèi della meccanica erano tutti d’accordo. Mio padre aveva inventato il turismo lento prima che diventasse una filosofia da vendere nei resort con il centro benessere.
Il suo principio era semplice: «Movarse pian e godarse el viaggio».
Attraversammo la Transpolesana, Ostiglia e Argenta. Arrivammo a Porto San Giorgio, luogo al quale la mia famiglia sarebbe rimasta legata per molti anni. Scendemmo verso San Benedetto del Tronto, Vasto, il Gargano, Barletta, il Tavoliere e Taranto. Proseguimmo verso la Calabria, risalimmo passando per Amalfi, Pompei e Roma, quindi tornammo verso Verona attraverso l’Umbria e il lago Trasimeno.
Il percorso geografico, però, racconta soltanto metà del viaggio. L’altra metà è fatta di tavolini quadrati nei bar, pane e cioccolata, gingerino, campeggi, parcheggi, boschi, fotografie, discussioni, risate, parolacce e notti trascorse in luoghi dove oggi probabilmente arriverebbe qualcuno con un regolamento di centosettanta pagine per spiegarci che non potevamo stare.
Viaggiare significava guardare il mondo dal finestrino aperto, respirare gli odori delle città e delle campagne, leggere le targhe per capire quando cambiava la provincia e perdersi nelle proprie fantasie. Nessun tablet, nessun film sul poggiatesta e nessuna applicazione incaricata di impedire ai bambini di annoiarsi. Ci annoiavamo magnificamente, e proprio per questo imparavamo a osservare.
Mio padre, prima ancora della strada
Questo libro parla di un viaggio, ma soprattutto racconta l’uomo che ci guidava.
Mio padre possedeva quello che definisco un carattere universale. Avresti potuto lasciarlo in qualsiasi città o paese del mondo e, dopo dieci minuti, sarebbe diventato uno del posto. Non perché fosse un uomo semplice nel senso riduttivo del termine, ma perché era capace di stare con tutti senza sentirsi superiore e senza considerare la diversità una minaccia.
Non ricordo di averlo visto veramente scontento. Anche quando le cose diventavano complicate, trovava il modo di prendere in giro la vita. Cadeva, si rialzava, si rimboccava le maniche e ricominciava. Sapeva essere un adulto serio, responsabile e presente, ma conservava la capacità di tornare bambino. È una qualità rara, soprattutto in un mondo pieno di persone che diventano vecchie molto prima di diventare grandi.
Tra i ricordi più vivi c’è una strana parola d’ordine familiare: «Copa la vecia col flit». Quando io e mia sorella restavamo soli in casa, non dovevamo aprire a nessuno. Mio padre, arrivato sotto il condominio, suonava il campanello pronunciando la prima metà della frase. Noi rispondevamo: «Se non la more col gas».
Metodologia educativa forse discutibile, ma sistema di identificazione a due fattori sorprendentemente avanzato per l’epoca.
Questo era mio padre: affrontare seriamente un problema senza rinunciare alla possibilità di riderci sopra. Problema serio, soluzione efficace e possibilmente una battuta. Mi ha insegnato a reggere il peso dei doveri, ma anche a scrollarmi ogni tanto i fili di dosso e smettere di comportarmi come un burattino troppo obbediente.
Le prime lezioni di avventura
Durante una delle soste dormii da solo in una piccola tenda canadese piantata tra le dune di Vasto. Nella notte arrivò un temporale. Il vento scuoteva il telo, i lampi illuminavano tutto e il rumore del mare diventava sempre più forte.
Avevo paura. Controllavo con una torcia quadrata che l’acqua non entrasse e che la mia piccola imbarcazione immaginaria non affondasse. I miei genitori, dalla roulotte, probabilmente aspettavano che corressi al riparo. Invece rimasi nella tenda. Il temporale passò e alla fine mi addormentai.
La mattina dopo mi sentivo un grande marinaio. Mi ero spaventato parecchio, ma avevo resistito. Forse molte delle avventure affrontate negli anni successivi sono cominciate proprio lì, durante quella notte di vento e pioggia.
Ho dormito nei boschi, sotto le stelle, con la tenda, su un’amaca, su una brandina e qualche volta quasi direttamente dentro l’umidità. Ho praticato canyoning, arti marziali e viaggiato per migliaia di chilometri in moto. Ma quella prima notte sulle dune resta una piccola iniziazione.
I regali più importanti non arrivano necessariamente dentro una scatola. A volte assumono la forma di una paura superata, di una strada percorsa lentamente o di un padre che rimane poco distante, pronto a intervenire ma abbastanza intelligente da lasciarti provare.
Le fotografie che restano
Mio padre fotografava continuamente. Non gli interessava la fotografia artistica e difficilmente sprecava uno scatto per un panorama senza persone. Fotografava noi: mia madre, mia sorella, me, gli amici, le feste e i momenti vissuti insieme.
Allora ogni fotografia aveva un costo. Bisognava comprare il rullino, scegliere tra dodici, ventiquattro o trentasei scatti, portarlo a sviluppare e sperare che nessuno avesse chiuso gli occhi proprio nell’istante decisivo. Mio padre pretendeva che ogni foto venisse bene. Trasformava lo scatto in una piccola operazione militare: mettiti qui, spostati là, stai fermo, sorridi, non rompere le scatole e possibilmente non crescere mentre lui regolava la macchina.
Oggi quegli album sono diventati il backup della nostra memoria familiare. Quando vado a trovare mia madre, ne apro uno e sfoglio le pagine. Ogni tanto sfilo una fotografia e me la porto a casa. Ho il sospetto che faccia lo stesso anche mia sorella, perché alcune immagini spariscono con una regolarità difficilmente attribuibile al deterioramento della carta.
Mio padre cercava di fissare i momenti che non avrebbe voluto vedere finire. Allora non potevo comprenderlo. Oggi sì.
Un viaggio che non è terminato
Scrivere In viaggio con papà è stato il mio modo di trasformare le fotografie mentali in un dialogo. Non l’ho scritto per costruire un monumento a mio padre, perché i monumenti sono immobili e lui non lo era affatto. Ho cercato invece di rimetterlo in viaggio, restituendogli la voce, le battute, le contraddizioni, la generosità e quel modo tutto suo di affrontare la vita.
La morte ci ha separati materialmente. Non posso più parlargli, ascoltare le sue risposte o salire sul mostro ruggente mentre mi dice: «Dai Figaro, monta». Sono consapevole che nella vita dobbiamo imparare a lasciar andare anche le persone che amiamo di più. Ma lasciar andare non significa cancellare.
Mio padre continua a vivere in molti dei miei gesti. Nel modo in cui parto presto per vedere il mondo alla luce del giorno. Nella preferenza per le strade normali rispetto alle autostrade. Nella convinzione che la destinazione non debba divorare il viaggio. Nel piacere di incontrare persone diverse e nella capacità, almeno tentata, di trovare un sorriso anche quando la strada prende una piega complicata.
Forse anche Mister Patterson e Dog on the Road sono cominciati molto prima della moto, del blog e delle tracce GPX. Sono cominciati su quella Fiat 125 blu notte, guardando l’Italia scorrere attraverso un finestrino aperto.
In viaggio con papà non è soltanto il racconto di una vacanza. È un libro sulla memoria, sulla famiglia operaia, sull’Italia attraversata lentamente e su ciò che un padre riesce a insegnare senza sedersi mai in cattedra. È anche il tentativo di fare pace con un’assenza, riconoscendo che alcune persone se ne vanno senza smettere davvero di accompagnarci.
Il viaggio non è ancora finito.
Perché lui era mio padre e io sono suo figlio.
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