In moto dopo gli “anta: non si smette, si cambia modo di viaggiare
A vent’anni potevo dormire quattro ore, fare colazione con un caffè che avrebbe sciolto una chiave inglese, salire in moto e macinare chilometri fino a sera. Il pranzo era un panino trovato in un distributore dimenticato da Dio, la pausa consisteva nel tempo necessario a fare benzina e il mal di schiena veniva considerato una forma di debolezza morale.
Il giorno dopo ero di nuovo pronto.
O almeno questo è ciò che ricordo. La memoria, del resto, è una sceneggiatrice molto generosa: elimina i dolori, taglia le scene imbarazzanti e ci riconsegna sempre giovani, belli e invincibili. Persino quando giovani lo eravamo davvero, belli non è detto e invincibili decisamente mai.
Oggi mi avvicino ai sessant’anni e continuo a viaggiare in moto. Affronto ancora giornate lunghe, passi di montagna, strade bianche, caldo, pioggia e qualche itinerario progettato con l’ottimismo di un esploratore ottocentesco e la prudenza di uno che, però, la mattina dopo deve riuscire ad alzarsi dal letto.
Posso ancora fare quasi tutto quello che facevo anni fa.
Il punto è quel “quasi”.
E soprattutto il modo in cui lo faccio.
Invecchiare non significa necessariamente smettere di andare in moto. Significa smettere di guidare affidandosi soltanto alla forza, alla resistenza e alla convinzione che il proprio corpo sia coperto da una garanzia illimitata. Garanzia che, peraltro, nessuno ha mai trovato nel libretto di uso e manutenzione.
Significa conoscere meglio il motociclista che siamo diventati, invece di continuare a inseguire quello che ricordiamo di essere stato trent’anni fa.
Non è una resa. È un aggiornamento del sistema operativo.
La moto continua a regalare la stessa libertà. Forse persino di più, perché a questa età sappiamo quanto costa conquistarci una giornata tutta nostra. Conosciamo il valore di una strada vuota, di un passo raggiunto senza fretta, di un albergo trovato prima del temporale e di una birra bevuta quando la moto è già parcheggiata. Quest’ultima precisazione è importante: siamo motociclisti maturi, non protagonisti di un documentario giudiziario.
Quello che cambia è il rapporto con la fatica, con il rischio, con il tempo e con l’orgoglio.
Il motociclista che siamo oggi
Cinquanta, sessanta e settant’anni non sono tre categorie rigide. La carta d’identità misura il tempo trascorso, non la capacità reale di guidare una moto.
Esistono settantenni allenati, lucidi e perfettamente in grado di affrontare un lungo viaggio. Ed esistono cinquantenni che dopo due ore in sella assumono la posizione di un comodino Luigi XVI. Contano la salute, l’allenamento, il peso, le abitudini, l’esperienza, la moto e il modo in cui abbiamo trattato il nostro corpo nei decenni precedenti.
Il problema è che il corpo conserva una contabilità precisa. Noi possiamo dimenticare, lui no.
Con gli anni possono diminuire forza, mobilità, equilibrio e velocità di recupero. La vista cambia, la guida notturna diventa più impegnativa, le articolazioni iniziano a esprimere opinioni non richieste e alcune posizioni che un tempo mantenevamo per ore diventano rapidamente oggetto di trattativa sindacale.
Il ginocchio chiede una pausa. La cervicale pretende una modifica al contratto. La schiena minaccia lo sciopero generale.
Non significa che siamo diventati fragili. Significa che dobbiamo imparare a leggere i segnali prima che arrivino le raccomandate.
La buona notizia è che, nel frattempo, abbiamo accumulato esperienza. Dopo molti anni in moto sappiamo leggere meglio la strada. Riconosciamo l’automobilista che sta per cambiare corsia senza guardare, il furgone che uscirà dal cancello, la ghiaia sospetta all’ombra e il compagno di viaggio che ha appena deciso di trasformare una strada provinciale in una prova speciale del mondiale rally.
L’esperienza ci permette di anticipare molti pericoli. Ci rende più fluidi, più attenti e, almeno in teoria, meno inclini a fare stupidaggini.
In teoria.
Perché l’esperienza possiede anche un lato oscuro: può trasformarsi in presunzione.
“Questa strada la conosco.”
“Ho sempre guidato così.”
“Ho fatto viaggi molto più lunghi.”
“Non sarà certo un po’ di stanchezza a fermarmi.”
Sono frasi perfette per accompagnare decisioni sbagliate. Il fatto di aver fatto qualcosa cento volte non garantisce che saremo in grado di farla bene anche la centunesima, soprattutto se siamo stanchi, disidratati, doloranti o meno concentrati del solito.
L’esperienza compensa molte perdite fisiche, ma non le annulla. Non modifica il peso della moto, non restituisce lucidità alla testa e non convince un tornante a diventare meno stretto per rispetto della nostra anzianità di servizio.
La domanda corretta non è: “Sono ancora capace di farlo?”
La domanda corretta è: “Nelle condizioni di oggi, posso farlo conservando un margine di sicurezza?”
È una differenza enorme. Ed è probabilmente una delle differenze che ci permette di continuare a viaggiare.
A vent’anni partivamo e poi vedevamo cosa sarebbe successo. Oggi possiamo ancora partire, ma è consigliabile vedere qualcosa anche prima: percorso, meteo, chilometri, soste, albergo, autonomia e possibili alternative. L’improvvisazione resta affascinante finché non ci ritroviamo alle sette di sera, sotto la pioggia, con altri centocinquanta chilometri da percorrere e la sensibilità di una sedia da cucina nelle mani.
Organizzare meglio non rende il viaggio meno avventuroso. Evita soltanto che l’avventura degeneri in una raccolta di decisioni cretine prese quando eravamo troppo stanchi per accorgercene.
Anche il rapporto con i chilometri dovrebbe cambiare.
Il numero che compare sul navigatore non misura il valore del motociclista. Percorrere ottocento chilometri in un giorno può essere necessario, piacevole o perfettamente gestibile. Può anche essere una pessima idea. Dipende dalla strada, dal meteo, dalla moto, dalla preparazione e da ciò che ci aspetta il giorno successivo.
La vera domanda non è quanti chilometri riusciamo a percorrere, ma in quali condizioni arriviamo.
Se concludiamo una tappa completamente distrutti e la mattina successiva abbiamo bisogno di un argano per alzarci dal letto, non abbiamo battuto nessun record. Abbiamo semplicemente trasferito il costo del viaggio al giorno dopo, con interessi poco convenienti.
Nei viaggi di più giorni il secondo e il terzo giorno raccontano la verità. Il primo si affronta con l’entusiasmo della partenza. Poi arriva il corpo a presentare il conto: sonno, rigidità, dolori, stanchezza accumulata e concentrazione meno brillante.
La stanchezza mentale è particolarmente insidiosa perché non sempre fa male.
Cominciamo a sbagliare strada, a perdere precisione, a entrare nelle curve con traiettorie meno pulite. Ci irritiamo per ogni rallentamento, fissiamo l’asfalto senza leggerlo davvero e continuiamo a guidare perché manca “soltanto un’ora”.
Quell’ora, però, può essere molto più lunga e pericolosa delle sei che l’hanno preceduta.
La meta non scappa. La concentrazione qualche volta sì.
Cambiare senza smettere
Cambiare modo di viaggiare significa innanzitutto accettare che la moto giusta non è necessariamente quella più potente, costosa o capace di farci sembrare reduci dalla Dakar mentre andiamo a comprare il pane.
Dopo i cinquant’anni diventano interessanti numeri che prima guardavamo poco: peso, altezza della sella, larghezza, baricentro e facilità di manovra.
Una moto può essere straordinaria in movimento e trasformarsi in un pianoforte a coda appena ci fermiamo in contropendenza.
La prova vera non avviene soltanto sulla strada davanti al concessionario. Bisogna capire se riusciamo a tirarla fuori dal garage, parcheggiarla su un fondo irregolare, spostarla con i bagagli, fare inversione su una strada stretta e sostenerla quando comincia a inclinarsi.
Una moto adatta è quella che il proprietario riesce a gestire anche da ferma.
Se per continuare a viaggiare dobbiamo scegliere una moto più leggera, abbassare la sella, modificare il manubrio o rinunciare a qualche cavallo, non stiamo retrocedendo. Stiamo facendo manutenzione al futuro.
I cavalli servono quando apriamo il gas. Il peso presenta il conto ogni volta che ci fermiamo.
Lo stesso vale per i bagagli. Per qualche ragione, prima di partire siamo tutti convinti di dover affrontare una spedizione senza possibilità di rifornimento. Carichiamo vestiti, attrezzi, ricambi e oggetti che non utilizzeremo mai. Se ci dirigiamo verso la Francia, prepariamo la moto come se oltre il confine non avessero ancora inventato i negozi.
Poi, al ritorno, scopriamo di aver usato sempre le stesse due magliette.
Il bagaglio che lasciamo a casa non può sbilanciare la moto, affaticare le sospensioni o complicare una manovra. Viaggiare più leggeri è una delle poche forme di rinuncia che produce immediatamente maggiore libertà.
Cambiare significa anche preparare il corpo. Non è necessario diventare atleti, indossare abbigliamento fluorescente e pubblicare sui social fotografie di frullati verdi dall’aspetto punitivo.
Serve molto meno, ma serve continuità.
Camminare, mantenere mobili anche e spalle, rinforzare gambe e addome, curare equilibrio e coordinazione aiuta a salire sulla moto, sostenerla e rimanere efficienti durante il viaggio. L’attività fisica regolare conserva capacità che sulla moto utilizziamo continuamente, anche se ce ne accorgiamo soltanto quando cominciano a mancare.
Non dobbiamo allenarci per sembrare giovani. Dobbiamo allenarci per restare autonomi.
Poi c’è la capacità più difficile: fermarsi.
Fermarsi prima di essere esausti. Fermarsi quando il caldo sta svuotando le energie. Fermarsi se la vista è affaticata, se la testa non è più lucida o se il dolore modifica il modo in cui controlliamo la moto.
Vertigini, debolezza improvvisa, confusione, dolore toracico, difficoltà respiratoria insolita o disturbi importanti della vista non sono fastidi da motociclista duro. Sono segnali che richiedono di interrompere la guida e chiedere assistenza. Stringere i denti non è una terapia e il casco non conferisce competenze mediche.
Fermarsi non è una sconfitta.
Accorciare una tappa non è una sconfitta.
Dormire un’ora in più, evitare la guida notturna, cambiare strada o rinunciare a un passo coperto dal maltempo non sono sconfitte.
La sconfitta sarebbe trasformare una passione meravigliosa in un esame permanente, nel quale dobbiamo dimostrare agli altri di essere ancora quelli di una volta.
Non dobbiamo tenere il passo dei più giovani, dei più veloci o di quelli che raccontano al bar di non essere mai stanchi. Questi ultimi, curiosamente, sono spesso gli stessi che alla prima sosta scendono dalla moto producendo rumori simili a quelli di un vecchio armadio spostato sulle scale.
Possiamo viaggiare più lentamente senza viaggiare meno.
Possiamo scegliere strade diverse, concederci soste più lunghe, visitare davvero i luoghi invece di limitarci ad attraversarli. Possiamo arrivare prima in albergo, fare una doccia, cenare con calma e ripartire il giorno dopo ancora capaci di riconoscere il nostro nome.
Forse è proprio questo il vantaggio dell’età: non avere più bisogno di trasformare ogni viaggio in una dimostrazione.
A vent’anni volevamo arrivare lontano. Oggi vogliamo anche capire dove siamo arrivati.
Questa collana parlerà di stanchezza, forza, equilibrio, dolori, vista, concentrazione, paura, scelta della moto, bagagli, allenamento e gestione degli imprevisti. Parlerà dei viaggi in solitaria, della pressione del gruppo, delle cadute da fermo e di quel momento delicato in cui dobbiamo decidere se proseguire oppure cambiare programma.
Non sarà un ambulatorio e nemmeno una raccolta di frasi motivazionali con il tramonto sullo sfondo.
Sarà il racconto realistico di ciò che cambia continuando a viaggiare in moto dopo i cinquant’anni. Senza considerarci vecchi, senza raccontarci immortali e senza permettere alla carta d’identità di decidere tutto al posto nostro.
Io non voglio dimostrare di essere ancora il motociclista che ero trent’anni fa.
Voglio costruire quello che potrò essere tra dieci anni.
Perché in moto dopo i cinquant’anni non si smette. Si ascolta di più, si sceglie meglio, si viaggia con maggiore intelligenza e, quando serve, si mette finalmente a tacere quell’orgoglio idiota che ci accompagna da quando abbiamo comprato il primo casco.
Non dobbiamo guidare come quando avevamo vent’anni. Dobbiamo guidare in modo da poterlo fare ancora per molti anni.
Io sono Mister Patterson. Dog on the Road.
