Dalle Langhe al Monferrato in moto passando per la Liguria interna

Mr Patterson

Partire da Borgo San Dalmazzo il 23 maggio 2026 con una Ducati Multistrada V4 S Pikes Peak significa avere già chiaro che la giornata non sarà una semplice passeggiata tra colline. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, e in questo caso serve davvero seguirla con attenzione, perché il giro cambia pelle più volte: pianura cuneese, prime ondulazioni verso le Langhe, passaggio sul Bormida, ingresso nella Liguria interna, poi risalita verso l’Ovadese e il Novese, fino a chiudere nei pressi di Libarna, dove la strada moderna passa accanto a quella memoria romana che ogni tanto ricorda a noi motociclisti che l’idea di viaggiare scomodi non l’abbiamo inventata noi.

Da Borgo San Dalmazzo si parte a circa 640 metri di quota, con l’aria ancora fresca della valle e le montagne alle spalle. La zona non è neutra: qui il territorio porta addosso la memoria delle valli cuneesi, delle vie di transito verso la Francia e della Resistenza. Uscendo verso Boves, la strada si muove con andamento ordinato, ancora largo, senza quella cattiveria sottile che arriverà più avanti. Boves merita rispetto prima ancora che una sosta. Il paese è legato all’eccidio del 19 settembre 1943, una delle prime rappresaglie tedesche contro civili dopo l’armistizio. Passarci in moto non significa fare turismo della memoria, formula orrenda che qualcuno prima o poi stamperà su una brochure. Significa attraversare un luogo reale con il casco acceso anche dentro la testa.

La SP311 verso Morozzo lascia progressivamente il clima di valle. Il fondo è generalmente scorrevole, ma su queste provinciali piemontesi conviene non innamorarsi troppo della traiettoria pulita: qualche rattoppo, giunti consumati, residui agricoli ai margini e brecciolino nei tagli delle curve fanno parte del paesaggio tanto quanto i campi. La Multistrada Pikes Peak qui lavora bene, anzi benissimo, purché non la si tratti come se ogni provinciale fosse una pista appena lavata da commissari svizzeri. Morozzo introduce alla pianura più aperta, quella dove l’occhio prende respiro e il motore resta basso, con una guida di raccordo. Il traffico è locale, mezzi agricoli compresi, più evidente nelle ore centrali e vicino ai paesi. Al mattino presto la strada è più pulita come ritmo, non sempre come fondo.

Rocca de’ Baldi arriva con un cambio di tono. Il castello, nato come struttura difensiva e poi trasformato nei secoli in residenza signorile, oggi ospita anche il Museo Storico Etnografico Augusto Doro, dedicato alla cultura contadina del territorio. È un passaggio coerente con il giro, perché qui la moto attraversa un Piemonte meno celebrato e più concreto, fatto di cascine, fossi, cortili, case basse e strade che non cercano effetti speciali. Dopo Rocca de’ Baldi e Mirabello la traccia comincia a puntare verso le colline vere. Non è ancora Langa scenografica da cartolina, e meglio così. Le curve diventano più frequenti, il piano si rompe, il paesaggio prende pieghe lunghe.

Murazzano è uno dei punti alti del giro, anche in senso culturale. Siamo nelle Langhe cuneesi, con colline più asciutte, noccioleti, prati, boschi e crinali che guardano verso la valle del Belbo e del Bormida. Il paese dà il nome al Murazzano DOP, formaggio a pasta fresca prodotto con latte ovino di pecora delle Langhe, puro o misto con quota prevalente ovina. È una notizia utile anche al motociclista, perché le soste non servono solo a fare foto al cupolino. Servono a capire dove si sta passando e magari a mangiare qualcosa che non sia l’ennesimo panino industriale con consistenza da guarnizione per lavandino.

La salita verso Murazzano e poi l’andamento per Bragioli mettono in evidenza la parte più bella della guida. La quota si avvicina agli 800 metri, la luce cambia, l’aria si asciuga, la vegetazione passa da campi aperti a tratti più ombrosi. Le curve non sono tutte uguali: alcune entrano morbide e chiudono in ritardo, altre si appoggiano al versante e invitano a far scorrere la moto, ma basta poco per trovare ghiaia nel punto in cui un trattore è uscito da una laterale. Il ritmo giusto non è quello aggressivo. È quello continuo, pulito, da terza marcia intelligente, una cosa che l’umanità potrebbe applicare anche alle discussioni sui social, ma non pretendiamo miracoli.

Dopo il fiume Bormida, Gottasecca segna un passaggio più severo. Qui il paesaggio diventa meno pettinato. La SP9 e poi la SP33 bis entrano in un territorio di crinali, boschi e valloni, dove il confine culturale inizia a farsi sentire ancora prima di quello amministrativo. Il Piemonte agricolo delle Langhe alte lascia spazio a una zona di margine, storicamente abituata ai passaggi, agli scambi, alle strade secondarie. Lodisio e la SP29 bis accompagnano verso Piana Crixia, ormai in provincia di Savona. Il cambio di regione non è un cartello e basta. È una variazione di dialetto, di edilizia, di vegetazione, di luce. Le case sembrano più liguri anche quando il mare non si vede, le strade si fanno più strette e il fondo pretende più attenzione.

Piana Crixia è uno dei punti geologicamente più interessanti del percorso. Il Parco naturale regionale è noto per i calanchi e per il Fungo di pietra, una formazione alta circa 15 metri costituita da un masso ofiolitico sostenuto da una colonna modellata dall’erosione. Qui la moto attraversa una Liguria interna che non ha nulla della cartolina costiera. Niente stabilimenti, niente traffico da infradito, niente scooter che spuntano da ogni pertugio come zanzare con assicurazione. Solo colline scavate, argille, strade che seguono il terreno e un microclima diverso, più umido nei fondovalle e più ventilato sui dossi.

Da Piana Crixia verso Squaneto e Mioglia la guida diventa più raccolta. La carreggiata può restringersi, l’asfalto alterna tratti discreti a zone più vissute, con rattoppi e avvallamenti. In primavera inoltrata, dopo piogge recenti, nei sottoboschi e nelle curve in ombra si può trovare sporco portato dall’acqua. La Multistrada Pikes Peak, con il suo avantreno preciso, dà molta confidenza, ma proprio per questo bisogna ricordarsi che la fiducia è una brava compagna solo finché non diventa presunzione. La SP216 sale verso Cimaferle con andamento più mosso. Qui si sente la quota più che leggerla: l’aria cambia, il bosco chiude, la strada richiede mani leggere e sguardo lungo.

Il passaggio verso la SP208 e Cassinelle porta dentro l’Appennino ligure piemontese, una terra che non ama le definizioni facili. Si entra e si esce da identità diverse: Liguria interna, Monferrato meridionale, Ovadese, colline dell’Alessandrino. Il confine culturale è concreto. In pochi chilometri cambiano il modo di parlare, i prodotti, il vino, persino il modo in cui i paesi stanno sulla collina. Da queste parti il comportamento corretto è semplice: velocità bassa nei centri abitati, niente sorpassi teatrali, attenzione a ciclisti, escursionisti, animali domestici e veicoli agricoli. Sembra banale, ma evidentemente per alcuni serve ancora scriverlo, magari in corpo 72 sul serbatoio.

Molare e Belforte Monferrato riportano verso un Piemonte più aperto, ma non meno interessante. Il traffico può aumentare avvicinandosi ai collegamenti principali dell’Ovadese. I distributori diventano più facili da trovare nei centri maggiori, ma sulle tratte interne conviene non giocare alla roulette della riserva. Su un giro di circa 200 chilometri non è un problema serio, però partire con il pieno resta una di quelle abitudini noiose che evitano storie ancora più noiose. Per la documentazione, essendo un percorso interamente italiano, non serve nulla di diverso da ciò che un motociclista dovrebbe avere sempre con sé: patente valida, carta di circolazione, assicurazione in regola, revisione del mezzo, documento personale. Il casco è obbligatorio, e il buon senso, purtroppo, non ancora imposto dal Codice della Strada.

Casaleggio Boiro e Parodi Ligure preparano l’arrivo verso Gavi. Qui cambia di nuovo il tono. Il territorio comincia a parlare di Monferrato, di vigneti, di antiche vie tra Genova e la Pianura Padana. Gavi è dominata dal suo Forte, struttura militare legata alla Repubblica di Genova e poi alla storia sabauda. Nel 2026 le visite vanno verificate sul calendario ufficiale, anche perché sono indicati lavori e aperture programmate. Per chi arriva in moto, Gavi è una sosta naturale: strade più ordinate, paese vivo, colline coltivate, vino bianco Cortese che qui ha trovato una delle sue espressioni più note. Naturalmente chi guida assaggia con la testa, non con il bicchiere pieno. Siamo già abbastanza creativi senza aggiungere alcol e tornanti.

Il tratto finale verso Libarna chiude il viaggio con una nota storica precisa. L’area archeologica, nel comune di Serravalle Scrivia, conserva i resti della città romana di Libarna, emersa soprattutto a partire dai lavori ottocenteschi per la Strada Regia dei Giovi e per le linee ferroviarie. È una fine coerente per un giro nato a Borgo San Dalmazzo, passato per Boves, le Langhe, la Liguria interna e il Monferrato. Si parte da un Piemonte alpino e resistente, si attraversa un mondo agricolo e collinare, si entra per poco in una Liguria senza mare ma piena di carattere, e si finisce davanti a una strada antica, quasi a ricordare che ogni tracciato nuovo passa sopra tracce precedenti.

La giornata non è estrema, ma richiede attenzione costante. La quota non è alta come sui grandi passi alpini, però il dislivello complessivo si sente. Le salite e le discese sono continue, il fondo cambia spesso, la luce nei boschi può nascondere umido o sporco, e le curve delle provinciali non sempre perdonano l’ingresso allegro. Il periodo migliore resta la tarda primavera o l’inizio autunno, evitando le ore più calde e i fine settimana affollati nei pressi dei borghi più conosciuti. Il 23 maggio, con la vegetazione già piena e l’aria ancora non soffocante, la strada offre il suo lato più leggibile. Borgo San Dalmazzo resta alle spalle, Libarna arriva senza clamore, e la moto si spegne dopo un giro che ha cambiato provincia, regione, accento e fondo stradale senza mai perdere il filo.


Dalle Langhe al Monferrato in moto passando per la Liguria interna

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Sergio De Amicis "Mr Patterson"

Sergio De Amicis è una figura eclettica di Verona, noto per la sua attività imprenditoriale, sportiva e avventurosa. È co-fondatore di Enetek Servizi, azienda specializzata in impianti di climatizzazione e riscaldamento. Il suo lavoro tecnico si affianca a una forte passione per le arti marziali, che pratica e insegna da decenni, con esperienze nel Vovinam Viet Vo Dao, nel Krav Maga, nel Kali filippino e nella difesa personale con il metodo Survival Fight, di cui è fondatore. Avventuriero per vocazione, è uno dei soci fondatori dei SerCant Adventures, club noto nel mondo del canyoning, con centinaia di esplorazioni in forre italiane e internazionali. È anche autore del blog Mister Patterson – Dog on the Road, dove racconta i suoi viaggi in moto attraverso l’Italia e l’Europa, pubblicando itinerari GPX gratuiti, foto, video e racconti che uniscono turismo, cultura, enogastronomia e spirito solitario. Nel suo tempo libero si dedica alla scrittura e alla spiritualità legata alla natura, ed è anche pastore della religione del Dudeismo. Mantiene una riservatezza discreta sulla vita privata, condividendo online solo ciò che riguarda passioni, esperienze e progetti.

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