Da zavorrina a pilota: come cambia la società vista da una motocicletta



Donne e motociclismo, il cambiamento dei costumi, del carattere e dei rapporti tra le persone attraverso lo sguardo di due generazioni.

C’è una parola che per molti anni ha fatto parte del nostro linguaggio motociclistico, pronunciata con naturalezza, spesso con simpatia e qualche volta persino con affetto: zavorrina.

Era la ragazza seduta dietro, la fidanzata, la moglie, la compagna di viaggio. Quella che saliva sulla moto, si sistemava sul sellino posteriore e condivideva la strada con chi teneva il manubrio.

Non ricordo che nella mia generazione ci si interrogasse particolarmente sul significato di quella parola. Era un’espressione comune, una di quelle che si imparano senza domandarsi da dove arrivino.

Oggi, però, osservando un numero crescente di donne alla guida della propria motocicletta, mi viene spontaneo riflettere non tanto sulla parola in sé, quanto sul mondo che rappresentava.

Perché dietro quella distribuzione apparentemente naturale dei posti c’era anche una certa idea dei ruoli.

L’uomo guidava. La donna accompagnava.

Naturalmente non era sempre così, ma era un’immagine sufficientemente diffusa da essere considerata normale.

Appartengo a una generazione cresciuta in una società nella quale molte distinzioni tra uomini e donne venivano accettate senza particolari discussioni.

In numerose famiglie il padre rappresentava la figura alla quale venivano attribuite le decisioni più importanti. La madre, anche quando lavorava, era spesso considerata la principale responsabile della casa e dei figli. Ai ragazzi venivano incoraggiate intraprendenza e autonomia; alle ragazze, più frequentemente, prudenza, moderazione e attenzione alle aspettative sociali.

Non tutte le famiglie erano così, e sarebbe scorretto dimenticare le molte donne che già allora conducevano una vita autonoma, lavoravano, prendevano decisioni e sfidavano le convenzioni.

Ma certi modelli culturali erano diffusi e contribuivano a orientare l’educazione, le ambizioni e perfino ciò che sembrava naturale desiderare.

La motocicletta si inseriva in questo scenario.

Era rumore, velocità, meccanica, rischio, indipendenza. Elementi che l’immaginario collettivo associava più facilmente al mondo maschile.

Una ragazza appassionata di motociclette non era necessariamente ostacolata, ma poteva essere considerata insolita. Una donna che desiderava guidarne una poteva incontrare osservazioni e perplessità che a un ragazzo con la stessa passione venivano rivolte meno frequentemente.

Oggi quel modello non è più l’unico riferimento.

E il cambiamento che mi incuriosisce non riguarda soltanto quante donne guidino una motocicletta, ma soprattutto la crescente naturalezza con cui possono decidere di farlo.

Per alcune donne della mia generazione scegliere una moto significava anche confrontarsi con aspettative sociali consolidate. Per molte ragazze di oggi può rappresentare semplicemente una passione, una scelta personale che non richiede particolari spiegazioni.

Naturalmente le differenze non dipendono soltanto dall’età. Contano il contesto familiare, l’ambiente sociale, la disponibilità economica e le esperienze individuali.

Tuttavia, osservando il cambiamento nel suo insieme, mi sembra evidente un ampliamento delle possibilità.

Ed è questo, più della motocicletta in sé, a meritare attenzione.

Per molto tempo abbiamo interpretato il carattere attraverso categorie abbastanza rigide.

Un uomo deciso veniva spesso considerato autorevole. Una donna con lo stesso atteggiamento poteva essere giudicata eccessivamente autoritaria. L’indipendenza maschile era facilmente associata all’intraprendenza, mentre quella femminile poteva suscitare maggiore diffidenza. Il desiderio di avventura di un ragazzo veniva incoraggiato più facilmente di quello di una ragazza.

Non erano regole universali, ma giudizi ricorrenti che potevano condizionare il comportamento delle persone.

Probabilmente molte donne hanno imparato a valutare le proprie aspirazioni anche in funzione delle reazioni che avrebbero provocato.

Oggi, almeno in una parte della società, queste aspettative stanno cambiando.

Una donna può desiderare di viaggiare da sola senza che questo debba essere interpretato come un rifiuto della famiglia o della vita di coppia. Può interessarsi alla meccanica senza che la sua passione venga considerata insolita. Può scegliere un’attività impegnativa senza che qualcuno senta il bisogno di attribuirle necessariamente un carattere ribelle.

Può esprimere determinazione, ambizione e autonomia senza doverle continuamente giustificare.

Questo, secondo me, è uno dei cambiamenti più significativi.

Non è la motocicletta ad aver cambiato il carattere delle donne. È la società che, almeno in parte, ha ampliato lo spazio nel quale ciascuna può esprimere liberamente il proprio.

E qui emerge un altro aspetto, forse ancora più interessante: il rapporto tra le persone.

Nella cultura della mia generazione, a molti uomini veniva insegnato a sentirsi responsabili della protezione e del benessere della famiglia, a prendere l’iniziativa e a risolvere i problemi.

Erano atteggiamenti che potevano nascere da sentimenti sinceri e da un autentico senso di responsabilità.

Ma in alcuni casi quella protezione poteva trasformarsi, anche involontariamente, nell’abitudine a decidere per qualcun altro.

La motocicletta offre un esempio molto semplice.

Quando una coppia viaggia sullo stesso mezzo, chi guida controlla materialmente la velocità, le traiettorie e le manovre. Questo non significa che decida necessariamente tutto: la destinazione, le soste e l’itinerario possono essere concordati insieme.

Ma le responsabilità della guida rimangono concentrate in una sola persona.

Adesso immaginiamo quella stessa coppia con due motociclette.

Ci sono due persone che guidano, ciascuna con le proprie capacità, i propri limiti e le proprie responsabilità.

Entrambe devono leggere la strada, affrontare le difficoltà, gestire la stanchezza e valutare i rischi.

È una situazione apparentemente semplice, ma rappresenta bene una possibilità che oggi troviamo sempre più spesso anche nei rapporti umani.

Condividere una direzione non significa necessariamente rinunciare alla propria autonomia.

Non vuol dire che viaggiare in due sulla stessa moto sia meno bello, meno libero o meno paritario. Molte coppie costruiscono proprio in questo modo un’intesa straordinaria.

La differenza sta nella possibilità di scegliere.

E questo cambiamento interessa anche gli uomini.

Quando si cresce all’interno di ruoli sociali abbastanza definiti, può essere necessario riconsiderare abitudini che per anni sono sembrate naturali.

Per alcune persone questo passaggio è semplice, per altre richiede più tempo.

Non necessariamente per ostilità, ma perché cambiare il proprio modo di interpretare una relazione significa talvolta modificare anche l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

Se siamo stati educati a dimostrare il nostro valore soprattutto attraverso la capacità di proteggere, decidere o renderci indispensabili, può essere necessario imparare a riconoscere altre forme di partecipazione e responsabilità.

L’autonomia di una persona, però, non sottrae valore, identità o dignità a chi le sta accanto.

E forse la qualità di un rapporto si misura anche nella capacità di accogliere l’indipendenza reciproca senza viverla come una minaccia.

Questo ragionamento ci porta ben oltre il motociclismo.

Riguarda l’educazione, il matrimonio, il lavoro, la famiglia e il modo in cui riconosciamo il valore delle persone.

Oggi, in molti contesti, le donne hanno maggiori opportunità rispetto alle generazioni precedenti di costruire una carriera, raggiungere l’indipendenza economica, scegliere il proprio percorso familiare e dedicare tempo a interessi personali.

Ma il cambiamento non è uniforme e non tutte le aspettative del passato sono scomparse.

Una donna può ancora sentirsi giudicata quando decide di utilizzare parte del proprio tempo per qualcosa che non riguarda il lavoro, i figli o le esigenze familiari.

Una madre che parte per un fine settimana in motocicletta può ricevere domande su come abbia organizzato la casa o a chi abbia affidato i bambini. In alcuni ambienti, a un padre che fa la stessa cosa vengono rivolte meno domande.

Naturalmente esistono moltissime famiglie nelle quali le responsabilità sono condivise e le scelte personali vengono rispettate senza distinzioni.

Ma certe differenze di aspettative continuano a essere riconoscibili.

E forse anche per questo, per alcune donne, acquistare una motocicletta rappresenta qualcosa di più di un semplice acquisto.

Può significare concedersi uno spazio personale, investire tempo e denaro in un interesse che appartiene a loro, organizzare un viaggio senza dover necessariamente adattare ogni scelta alle esigenze di qualcun altro.

Non è una condizione esclusivamente femminile. Anche molti uomini devono confrontarsi con responsabilità familiari, economiche e lavorative che limitano il tempo disponibile.

La questione interessante è comprendere se la società giudichi queste scelte nello stesso modo, indipendentemente da chi le compie.

E qui vorrei evitare un equivoco.

Non considero ogni donna che guida una motocicletta un simbolo di emancipazione.

Sarebbe un’altra forma di etichettatura.

Ci sono donne che guidano per passione, altre per comodità, altre perché amano viaggiare. Alcune preferiscono motociclette leggere, altre grandi viaggiatrici. Alcune affrontano percorsi impegnativi, altre non hanno alcun interesse a farlo.

E ci sono donne che preferiscono continuare a viaggiare sul sellino posteriore.

Non vedo nulla di sbagliato.

La libertà non consiste nel sostituire un comportamento ritenuto tradizionale con uno considerato moderno. Consiste nella possibilità di scegliere senza che il valore di una persona venga misurato sulla base di quella scelta.

In questo senso anche il mondo contemporaneo presenta qualche contraddizione.

Sui social network viene spesso celebrata l’immagine della motociclista indipendente, avventurosa, determinata, capace di affrontare lunghi viaggi e situazioni difficili.

È una rappresentazione che può incoraggiare altre donne a intraprendere esperienze nuove, ma può anche generare aspettative poco realistiche.

Perché una motociclista dovrebbe essere necessariamente straordinaria?

Perché dovrebbe affrontare un viaggio estremo, guidare una moto particolarmente impegnativa o dimostrare capacità superiori per ottenere il rispetto che normalmente riconosciamo a chi pratica questa passione?

Una donna dovrebbe poter essere inesperta senza che la sua inesperienza venga attribuita al genere. Dovrebbe poter sbagliare senza diventare la conferma di un pregiudizio. E dovrebbe poter essere particolarmente brava senza che qualcuno senta il bisogno di presentarla come un’eccezione.

Esattamente come un uomo.

Forse il segno più importante del cambiamento arriverà quando smetteremo di considerare insolito ciò che dovrebbe essere normale.

E questo richiede una riflessione anche sul nostro modo di osservare.

Noi motociclisti della mia generazione abbiamo trascorso decenni in un ambiente nel quale il linguaggio, le abitudini e la pubblicità erano prevalentemente costruiti intorno a un immaginario maschile.

Per molto tempo, nella comunicazione commerciale motociclistica, la donna è stata rappresentata anche come compagna del motociclista o come presenza decorativa accanto al mezzo, piuttosto che come persona interessata a guidarlo.

Oggi questa rappresentazione viene progressivamente messa in discussione.

Eppure, qualche residuo delle vecchie abitudini continua a emergere nelle conversazioni quotidiane.

Quando vediamo una donna alla guida di una moto di grossa cilindrata, ci capita ancora di sottolineare quanto sia sorprendente che riesca a gestirla?

Quando una motociclista affronta un viaggio da sola, ci stupiamo più di quanto faremmo davanti a un uomo?

E quando una coppia viaggia con due motociclette, consideriamo naturale che possa essere lei ad avere maggiore esperienza, migliori capacità di orientamento o semplicemente più voglia di guidare?

Non sono domande formulate per accusare qualcuno.

Le rivolgo anche alla mia generazione, me compreso, perché credo che le abitudini culturali meritino di essere osservate prima ancora di essere giudicate.

Non dobbiamo rinnegare il mondo nel quale siamo cresciuti, ma nemmeno considerarlo necessariamente il migliore soltanto perché ci è familiare.

Ogni generazione eredita convinzioni che sembrano naturali fino a quando qualcuno non comincia a metterle in discussione.

E la mia non fa eccezione.

C’è però un’ultima considerazione che vorrei fare.

Si parla spesso dei cambiamenti nei rapporti tra uomini e donne come se ogni nuova autonomia dovesse necessariamente comportare una perdita di ruolo per qualcun altro.

Personalmente trovo questa interpretazione limitata.

L’indipendenza di una persona non dovrebbe essere interpretata come una diminuzione dell’importanza di un’altra.

Una relazione può cambiare senza perdere valore. Può diventare più equilibrata, più consapevole o semplicemente diversa da quella che siamo stati abituati a considerare normale.

E soprattutto non esiste un unico modello di coppia valido per tutti.

Ci sono persone che preferiscono condividere quasi ogni esperienza e altre che hanno bisogno di conservare spazi maggiori di autonomia.

La qualità di questi rapporti non può essere giudicata dall’esterno osservando soltanto chi prende il manubrio.

Forse dobbiamo semplicemente imparare a distinguere meglio ciò che appartiene al carattere individuale da ciò che abbiamo imparato ad attribuire al genere.

La sensibilità non è una prerogativa femminile. Il coraggio non è una qualità maschile. La prudenza non è debolezza e l’indipendenza non è necessariamente egoismo.

Sono caratteristiche umane, presenti in forme differenti nelle persone.

E la motocicletta, proprio perché mette ciascuno davanti alle proprie capacità e ai propri limiti, può diventare un’occasione interessante per rendersene conto.

Guidare richiede attenzione, equilibrio, capacità di giudizio e consapevolezza del rischio.

Non serve dimostrare di appartenere a un determinato modello maschile o femminile.

Serve imparare a conoscere sé stessi.

Oggi, quando incontro una coppia che viaggia su due motociclette, non penso necessariamente che quella donna abbia conquistato qualcosa che prima le era proibito.

Vedo due persone che hanno scelto di condividere una passione mantenendo ciascuna la propria autonomia.

E quando vedo una donna viaggiare da sola, non sento il bisogno di considerarla un’eroina.

Vedo semplicemente una persona che ha deciso di partire.

Forse è proprio questo il cambiamento culturale più interessante.

Non una categoria di persone che prende il posto di un’altra, ma una società che comincia, lentamente e con tutte le sue contraddizioni, a mettere in discussione l’idea che certi ruoli debbano appartenere per tradizione a qualcuno.

Mi rimane però una domanda, e credo sia quella che merita maggiore attenzione.

Quanto del nostro modo di essere deriva davvero dal carattere individuale, e quanto invece da ciò che l’educazione, le abitudini e la società ci hanno insegnato a considerare normale?

Perché forse la trasformazione più interessante non riguarda chi siede davanti o dietro su una motocicletta.

Riguarda il momento in cui smettiamo di pensare che qualcuno debba occupare un determinato posto soltanto perché è sempre stato così.

E forse, prima ancora di cambiare la posizione sulla sella, dovremmo imparare a cambiare il nostro punto di vista.

Io sono Mister Patterson. Dog on the Road.

CONTROTRACCIA. Perché una traccia può mostrarci dove siamo passati. Una controtraccia può aiutarci a capire che cosa non avevamo visto.

Sergio De Amicis "Mr Patterson"

Sergio De Amicis è una figura eclettica di Verona, noto per la sua attività imprenditoriale, sportiva e avventurosa. È co-fondatore di Enetek Servizi, azienda specializzata in impianti di climatizzazione e riscaldamento. Il suo lavoro tecnico si affianca a una forte passione per le arti marziali, che pratica e insegna da decenni, con esperienze nel Vovinam Viet Vo Dao, nel Krav Maga, nel Kali filippino e nella difesa personale con il metodo Survival Fight, di cui è fondatore. Avventuriero per vocazione, è uno dei soci fondatori dei SerCant Adventures, club noto nel mondo del canyoning, con centinaia di esplorazioni in forre italiane e internazionali. È anche autore del blog Mister Patterson – Dog on the Road, dove racconta i suoi viaggi in moto attraverso l’Italia e l’Europa, pubblicando itinerari GPX gratuiti, foto, video e racconti che uniscono turismo, cultura, enogastronomia e spirito solitario. Nel suo tempo libero si dedica alla scrittura e alla spiritualità legata alla natura, ed è anche pastore della religione del Dudeismo. Mantiene una riservatezza discreta sulla vita privata, condividendo online solo ciò che riguarda passioni, esperienze e progetti.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

errore: Content is protected !!