Da Quinzano a Dobbiaco, un viaggio in moto che tocca il cielo.
Partire da Quinzano, quando Verona è ancora addormentata e l’aria bassa della Valpolicella tiene dentro l’odore di vigneti e terra umida, significa entrare in viaggio senza bisogno di preparativi mentali. La moto scivola fuori dal quartiere con quella sensazione tipica delle partenze vere, quelle in cui la città resta alle spalle senza clamore. I primi chilometri sono di asfalto familiare, curve morbide, pendenze leggere, il traffico che al mattino presto è ancora un’ipotesi. La strada sale progressivamente verso le colline occidentali della città, passando tra muri a secco, filari ordinati, cantine storiche che qui non hanno bisogno di insegne appariscenti. L’asfalto è buono, drenante, con qualche giunto longitudinale che invita a non distrarsi. È una partenza che non chiede nulla, se non di prendere il ritmo.
Lasciandosi alle spalle la Valpolicella, la salita verso la Lessinia cambia la percezione della guida. Il paesaggio si apre, la vegetazione si dirada, l’aria diventa più fresca già sopra i 700 metri. Le curve si stringono, il fondo resta generalmente in buone condizioni ma non mancano tratti rattoppati, specialmente nelle zone d’ombra dove l’inverno lascia il segno più a lungo. Qui la moto lavora di assetto, la sospensione anteriore assorbe piccole sconnessioni, il posteriore copia bene se si mantiene un’andatura pulita. È una guida che premia la fluidità. Il traffico è scarso nei giorni feriali, qualche ciclista, rari mezzi agricoli. La Lessinia non è mai una salita aggressiva, ma una progressione costante che ti accompagna verso l’altopiano senza strattoni.
L’altopiano della Lessinia è un passaggio di respiro. L’altitudine si stabilizza intorno ai 1.200 metri, il panorama si fa ampio, ondulato, con pascoli e malghe isolate. La strada qui è scorrevole, con curve ampie, visibilità buona, asfalto generalmente uniforme ma più freddo al mattino. Nei mesi estivi è facile incontrare animali al pascolo, soprattutto nelle prime ore del giorno. Serve attenzione, non tanto per la velocità quanto per le improvvise ombre che attraversano la carreggiata. È una zona che invita a mantenere un’andatura regolare, senza forzare, lasciando che la moto scorra in terza e quarta marcia.
La discesa verso la valle dell’Adige riporta lentamente nel traffico. Il fondo migliora, le curve si allargano, compaiono i primi centri abitati più strutturati. L’ingresso nella valle è sempre un cambio netto. L’aria si fa più calda, il traffico aumenta, la guida diventa più tecnica in senso difensivo. Attraversare il fondovalle richiede pazienza. Le strade sono larghe, ben asfaltate, ma frequentate. È uno di quei tratti dove conviene mantenere una velocità costante, sfruttare le rotonde senza fretta e puntare con decisione verso la salita successiva, che in questo itinerario è una delle più interessanti.
La salita verso il Passo della Mendola è un classico che non stanca mai. I primi tornanti sono stretti, ben disegnati, con un asfalto che alterna tratti perfetti a zone più vissute, soprattutto in uscita di curva. Qui la moto va guidata con precisione. Le pendenze sono decise, la sequenza dei tornanti è regolare e permette di trovare facilmente il proprio ritmo. L’altitudine sale rapidamente, il traffico è spesso presente ma generalmente composto da motociclisti e auto turistiche. La visibilità è buona, ma nelle ore centrali della giornata il passaggio può essere intenso. Meglio affrontarlo al mattino o nel tardo pomeriggio.
Superato il passo, l’ingresso in Val di Non è immediato e sorprendente. Il paesaggio cambia ancora, i meleti si estendono a perdita d’occhio, la strada si fa più veloce, con curve ampie e scorrevoli. L’asfalto è in ottime condizioni, la carreggiata larga, la guida rilassante. È un tratto che permette di recuperare energie, lasciando lavorare il motore a regimi medi, senza stress. Nei mesi estivi l’aria profuma di frutta, mentre in primavera e autunno la luce gioca tra i filari creando continui cambi di contrasto.
La Val di Sole arriva senza clamore, seguendo il corso del Noce. Qui la strada si restringe leggermente, il fondo resta buono ma più irregolare in alcuni tratti, soprattutto dove il fiume si avvicina alla carreggiata. Le curve tornano ad essere più frequenti, meno ampie rispetto alla Val di Non, ma sempre leggibili. È una guida tecnica quanto basta, mai faticosa. I centri abitati si susseguono, offrendo numerose possibilità di sosta e rifornimento. È uno dei tratti più pratici dell’itinerario, dove tutto è a portata di mano.
La salita verso Campo Carlo Magno segna un nuovo cambio di passo. L’altitudine cresce, la vegetazione si fa più fitta, le curve diventano più serrate. L’asfalto è generalmente buono, ma nelle zone più alte non mancano avvallamenti e piccoli rappezzi. Qui la temperatura scende sensibilmente, anche in piena estate. È una salita che richiede attenzione, soprattutto nei fine settimana, quando il traffico turistico può essere intenso. La sequenza dei tornanti è regolare, mai estrema, e permette una guida pulita e precisa.
Superato il passo, l’arrivo a Madonna di Campiglio è rapido. Il contesto è noto, turistico, ma la strada che attraversa la località resta ben mantenuta. Conviene attraversarla senza indugi, puntando subito verso la Val Rendena. La discesa è scorrevole, le curve ampie, l’asfalto di buona qualità. Il traffico qui è spesso presente, ma raramente caotico. La valle accompagna la guida senza stress, permettendo di mantenere un’andatura fluida.
Risalendo verso le Dolomiti, il paesaggio cambia nuovamente. Le pareti rocciose si fanno più vicine, la strada si incassa nella montagna. Il Passo di Costalunga introduce nel mondo del Catinaccio e del Latemar. Le curve sono più tecniche, l’asfalto alterna tratti perfetti a zone più vissute. Qui la moto va guidata con attenzione, soprattutto nelle prime ore del mattino quando l’umidità può rendere il fondo insidioso. La luce cambia rapidamente, entrando e uscendo dal bosco, richiedendo un continuo adattamento visivo.
Il Passo Pordoi è uno dei punti più alti e spettacolari dell’itinerario. La salita è costante, i tornanti ampi, il fondo generalmente buono ma esposto alle intemperie. L’altitudine supera i 2.200 metri, l’aria è rarefatta, la temperatura sensibilmente più bassa. Qui la guida diventa quasi contemplativa. Il traffico può essere intenso, ma la strada è larga e ben progettata. Serve solo pazienza e attenzione.
La discesa verso Arabba riporta gradualmente a quote più basse, ma resta tecnica. Le curve sono numerose, l’asfalto alterna tratti nuovi a sezioni più segnate. È importante mantenere una guida pulita, evitando ingressi aggressivi in curva. Da Arabba si prosegue verso il Falzarego, un passo che non ha bisogno di presentazioni. La strada è ampia, ben mantenuta, con una sequenza di curve che invita alla fluidità. Il panorama è aperto, la visibilità eccellente, ma il traffico turistico è una costante da mettere in conto.
Scendendo verso Cortina d’Ampezzo, la guida cambia ancora. L’ambiente si fa più urbano, il traffico aumenta, la strada resta comunque in ottime condizioni. Conviene attraversare Cortina senza fermarsi, puntando subito verso il Passo Cimabanche. Qui la strada torna a scorrere, le curve si allungano, l’altitudine sale gradualmente fino a superare i 1.500 metri. È un tratto spesso sottovalutato, ma molto piacevole da guidare.
L’ultimo tratto verso Dobbiaco è una progressione dolce. La strada è ampia, ben asfaltata, con curve leggere e visibilità ottima. Il traffico è generalmente scorrevole. L’arrivo a Dobbiaco avviene senza strappi, con quella sensazione tipica dei viaggi lunghi che finiscono senza clamore. La moto rallenta, il motore scende di giri, il viaggio trova il suo punto finale in modo naturale.
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Da Quinzano a Dobbiaco, un viaggio in moto che tocca il cielo.
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