Croazia e Bosnia in moto da Zara a Pisak
Maggio 2026, BMW R12 GS, Croazia e Bosnia. La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog.
Questo è uno di quei giri in cui la mappa, prima ancora della strada, ti fa capire che non stai entrando in un percorso da cartolina facile. Zara, Benkovac, Radučić, Knin, poi la 33, la M142, Bosansko Grahovo, Drvar, Šipovo, Glamoč, Livno, Buško Jezero, Aržano e Pisak. Scritti così sembrano già più ordinati, ma dal vivo i nomi cambiano faccia a ogni cartello, con accenti, grafie locali, varianti croate e bosniache. Non è un problema, anzi è parte del viaggio. Però è il motivo per cui qui la traccia GPX non è un accessorio elegante da blogger con la giacca pulita. È il filo da seguire per non trasformare una giornata di guida in un esercizio di interpretazione slava applicata alla segnaletica.
La partenza da Zara ha ancora la luce dell’Adriatico, quella chiara e tagliente che sul casco arriva di lato e rende il mare una presenza continua anche quando non lo vedi più. Uscendo dalla città si lascia la costa e si entra nell’interno della Dalmazia, verso Benkovac, dove il paesaggio si asciuga subito. La strada cambia ritmo senza fare cerimonie. Meno turismo, meno traffico ordinato da lungomare, più pietra, cespugli bassi, muretti, case sparse e quella sensazione di retroterra balcanico che non concede troppe decorazioni. L’asfalto in questa prima parte è generalmente buono, ma non va guidato con leggerezza. Ci sono tratti regolari alternati a rattoppi, giunti secchi, brevi cambi di grip e qualche ingresso laterale dove può comparire ghiaietto portato dai mezzi agricoli. La R12 GS qui lavora bene, perché non chiede una guida nervosa. Va lasciata respirare tra una piega e l’altra, senza cercare la linea perfetta da pista, che su certe strade è una fantasia da gente che guarda troppi video promozionali.
Verso Radučić e Knin il terreno prende più corpo. Knin non è solo un nome sulla mappa. È una città legata alla storia croata, con la grande fortezza che domina dall’alto e ricorda quanto questa zona sia stata frontiera, passaggio, presidio, ferita. Chi viaggia in moto lo percepisce anche senza fermarsi troppo. Le strade non scorrono come in una regione qualsiasi. Qui ogni valle sembra avere avuto un ruolo, ogni collina pare messa in posizione di controllo. Dal punto di vista della guida, si passa da tratti più larghi e leggibili a segmenti dove la strada si stringe e si appoggia al rilievo, con curve più lente e visibilità ridotta. A settembre il caldo della costa si attenua, ma nelle ore centrali il sole resta serio. In compenso, appena si sale di quota e ci si avvicina alle zone interne, l’aria diventa più secca, meno marina, e la vegetazione cambia. Meno oleandro da cartolina, più bosco, pietra, pascoli e silenzio.
Il passaggio verso la Bosnia non è solo una riga sul navigatore. È un cambio concreto. La Croazia è Unione Europea, Schengen, euro, standard più familiari per chi arriva dall’Italia. La Bosnia ed Erzegovina è un altro mondo amministrativo e culturale, non peggiore, non migliore, semplicemente diverso. Alla frontiera conviene arrivare già pronti, senza rovistare nelle borse come se il passaporto potesse materializzarsi per compassione. Servono documento valido per l’espatrio, patente, carta di circolazione, assicurazione e, anche se il Certificato Internazionale di Assicurazione non risulta più obbligatorio per l’ingresso in Bosnia, una copia della cosiddetta Carta Verde è ancora prudente portarla. Fa parte di quelle cose che occupano poco spazio e possono risparmiare discussioni, cioè una delle poche magie vere del viaggio moderno.
Dopo il confine, entrando verso Bosansko Grahovo, la strada si fa più rada. I paesi si allungano lungo la carreggiata, le case hanno cortili aperti, legna accatastata, piccoli negozi essenziali, stazioni di servizio che non sempre sembrano nate ieri. Qui è meglio non fare i raffinati: quando trovi benzina, fai benzina. Non perché si attraversi il Sahara, ma perché l’idea italiana del distributore ogni dieci minuti non funziona sempre. La moneta è il marco convertibile, anche se in alcune zone turistiche l’euro può essere accettato informalmente, con tutte le approssimazioni del caso. Meglio avere contante locale, pagare senza fare i professori di cambio e salutare con calma. In Bosnia il rapporto con le persone è spesso diretto, sobrio, poco incline alla teatralità. Gentilezza sì, invadenza no. Nei bar e nei piccoli locali conviene entrare con rispetto, chiedere prima, non fotografare persone, case o situazioni private come se il mondo fosse un fondale gratuito per social network. La civiltà, a quanto pare, ogni tanto richiede ancora fatica.
La M142 verso Drvar è una delle parti più interessanti del giro. Il tracciato attraversa altopiani e zone boscose dove la quota si sente più nella temperatura che nel numero. La traccia supera i mille metri in più punti e arriva oltre i 1300 metri, abbastanza per cambiare luce, odore e ritmo della guida. Le curve non sono sempre spettacolari nel senso turistico del termine, ma sono vere. Alcune si aprono dolcemente, altre chiudono senza preavviso, e nei tratti ombreggiati il fondo può trattenere umidità o sporco anche quando il cielo è pulito. L’asfalto bosniaco lungo questo tipo di percorrenza è variabile. Ci sono pezzi dignitosi, quasi sorprendenti, e poi improvvisi rattoppi, avvallamenti, bordo carreggiata consumato, ghiaia sottile nelle curve vicino agli accessi sterrati. La guida migliore è quella rotonda, con traiettorie conservative e freno motore usato bene. La BMW R12 GS, con la sua impostazione più classica rispetto alle maxi enduro ipertecnologiche, qui ha senso. Non serve aggredire. Serve leggere.
Drvar porta con sé una storia pesante. È legata alla Seconda guerra mondiale, alla resistenza jugoslava e alla figura di Tito, con la celebre grotta che fu rifugio e simbolo durante gli eventi del 1944. Non è un luogo da liquidare con due foto e una battuta. Attraversarlo significa entrare in una Bosnia interna dove la memoria jugoslava, la guerra recente e la vita quotidiana convivono in modo non sempre facile da decifrare. Per il motociclista questo si traduce in un atteggiamento semplice: rispetto. Niente commenti da bar sulle bandiere, sulle religioni, sulle guerre, sulle etnie. In Bosnia convivono bosgnacchi, croati e serbi, con tradizioni cattoliche, ortodosse e musulmane, e chi arriva da fuori farebbe bene a ricordarsi di essere ospite. Strano concetto, essere ospiti. Pare serva ancora.
Da Drvar verso Podovi, Kolunić e poi lungo la M5 il viaggio prende una dimensione più ampia. La strada alterna boschi e aperture improvvise, con carreggiate che invitano a tenere andatura, ma non bisogna farsi ingannare. I limiti in Bosnia sono più bassi rispetto all’abitudine italiana sulle statali veloci: in genere 50 nei centri abitati, 80 fuori dai centri, 100 sulle strade riservate ai veicoli a motore e 130 in autostrada dove presente, salvo diversa segnaletica. I fari anabbaglianti vanno tenuti accesi, il casco è obbligatorio, il gilet riflettente è una di quelle dotazioni che sarebbe sciocco non avere a portata di mano. I controlli di polizia esistono, spesso discreti ma presenti, e sulle strade balcaniche l’idea di fare il fenomeno funziona male. Molto male.
La zona di Jezero e Šipovo cambia ancora registro. L’acqua torna protagonista, con il sistema del Pliva e del Janj, corsi d’acqua limpidi che tagliano un territorio più verde, montano, meno aspro rispetto agli altopiani nudi. Qui la guida diventa più morbida, quasi rilassata, ma solo se non ci si distrae. Le curve seguono il terreno, l’umidità vicino ai fiumi può cambiare la percezione del fondo e nei paesi bisogna aspettarsi cani, trattori, pedoni, auto ferme dove non dovrebbero stare. Il mondo, del resto, non è stato progettato per il motociclista europeo col navigatore aggiornato. Gravissima mancanza.
Da Gerzovo e Mlinište verso la M15 si risale dentro una Bosnia più alta, forestale, con la strada che lavora tra salite lunghe e discese dove i freni vanno usati con criterio. È un tratto da fare senza fretta, specialmente se il meteo cambia. A settembre il tempo può passare dal sole pulito alla nuvola bassa in poco, e quando l’aria si raffredda in quota anche l’asfalto perde quella confidenza immediata che aveva poco prima. Le ombre dei boschi tagliano la carreggiata, il microclima cambia a ogni versante, e il motociclista attento lo sente sulle mani prima ancora che sul termometro.
Glamoč appare con il suo campo ampio, severo, quasi sospeso. È uno di quei luoghi dove la Bosnia sembra aprirsi tutta insieme, senza mare, senza fronzoli, con spazio e vento. La strada qui può dare soddisfazione, perché la visuale si allunga e la moto scorre bene, ma resta il solito discorso: attenzione al fondo, agli animali, ai mezzi lenti, alle curve che arrivano dopo lunghi rettilinei e sembrano più facili di quello che sono. Livno, più a sud, riporta una presenza urbana più definita e un paesaggio famoso anche per i cavalli selvatici dell’area del Cincar e dell’altopiano di Kruzi. Non sempre si vedono, e non è un safari da pretendere su appuntamento. Però sapere che quella vita esiste lì attorno cambia lo sguardo sul territorio.
Da Livno verso Buško Jezero la luce si apre ancora. Il lago artificiale, tra i più estesi della Bosnia ed Erzegovina, distende l’orizzonte e prepara mentalmente al rientro verso la Croazia. La M16 e le strade successive riportano gradualmente verso il confine, Aržano e poi la discesa verso Pisak, dove l’Adriatico ricompare come una lama blu in fondo alla strada. Dopo ore di altopiani, boschi, frontiere e paesi dai nomi duri, il mare sembra quasi troppo facile. In realtà è solo il finale naturale di un giro che ha attraversato due paesi vicini e diversi, due modi di abitare lo stesso spazio balcanico, due culture separate da una frontiera vera e da una storia che non si cancella con un timbro.
L’arrivo verso Pisak chiude il cerchio con una discesa che va guidata pulita, senza lasciarsi prendere dalla voglia di arrivare. Le strade costiere croate sanno essere splendide e traditrici insieme, con traffico turistico, auto distratte, pullman, camper e accessi laterali. Dopo la Bosnia interna, ordinata a modo suo e spesso più silenziosa, la costa sembra quasi rumorosa. La R12 GS si rimette in linea sul mare, il casco prende di nuovo odore di sale, e la traccia finisce dove la Dalmazia torna a fare quello che le riesce meglio: ricordarti che sei arrivato, ma che la strada, naturalmente, non aveva nessuna intenzione di spiegarti tutto.
Croazia e Bosnia in moto da Zara a Pisak
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