Come rialzare una moto caduta da soli senza farsi male
Una moto appoggiata a terra fa sempre una certa impressione. Ancora di più quando pesa parecchio, è carica per un viaggio e intorno non c’è nessuno a cui chiedere una mano. Può succedere durante una manovra quasi da fermo, su uno sterrato, entrando in una piazzola con il fondo sconnesso oppure semplicemente mettendo male un piede. Non serve necessariamente una vera caduta. A volte bastano pochi centimetri oltre il punto di equilibrio e, quando una moto pesante decide di andare, discutere con la gravità diventa rapidamente una trattativa persa.
Il problema vero comincia subito dopo. L’istinto suggerisce di afferrare la moto e tirarla su il più velocemente possibile, magari ancora con l’adrenalina addosso. È probabilmente il modo peggiore di affrontare la situazione. Prima viene il motociclista, poi la motocicletta. Bisogna controllare di non essersi fatti male, verificare il traffico se siamo su strada e osservare dove è finita la moto. Su una carreggiata, dietro una curva o in una posizione poco visibile, la priorità non è salvare una leva da qualche graffio ma evitare che una banale scivolata diventi qualcosa di molto più serio.
Solo dopo si guarda la moto. Motore spento, sempre. Bisogna controllare che non vi siano perdite evidenti, componenti rotti o parti taglienti, facendo attenzione anche a collettori e scarico ancora caldi. Se ci sono valigie pesanti e possono essere rimosse facilmente, alleggerire la moto prima del recupero ha perfettamente senso. Venti chili tolti da una valigia sono venti chili con i quali le nostre gambe non dovranno discutere qualche minuto dopo.
La moto dovrebbe essere inserita in marcia. È un dettaglio importante perché impedisce alla ruota posteriore di girare liberamente mentre iniziamo il sollevamento. Su asfalto piano sembra quasi irrilevante. Su ghiaia, terra oppure su una strada inclinata cambia parecchio. Anche il terreno sotto gli stivali merita attenzione. Sollevare una maxienduro mentre un piede scivola sulla ghiaia è un sistema piuttosto efficace per trasformare un piccolo problema in due problemi.
La tecnica più interessante non consiste nel sollevare realmente la moto con le braccia. Consiste nell’utilizzare geometria, appoggio e forza delle gambe. Il manubrio dalla parte appoggiata al terreno viene portato verso di noi fino a fine corsa. Una mano controlla quella zona, l’altra cerca un punto strutturalmente robusto della moto, come una maniglia passeggero, il telaio o una parte del paramotore adatta alla presa. Non una plastica, non il portatarga e nemmeno il primo pezzo che capita. Le motociclette moderne hanno molti componenti dall’aspetto robusto che smettono rapidamente di esserlo quando vengono utilizzati come maniglia.
A questo punto ci si posiziona con la schiena rivolta verso la moto e le gambe piegate. Il bacino entra in contatto con la sella o con una zona stabile della fiancata. La schiena deve rimanere il più possibile neutra. Non si deve eseguire una specie di stacco da terra da palestra con duecento e passa chili di motocicletta attaccati alle mani. Sono le gambe a produrre la spinta.

Quando si comincia a salire, piccoli passi all’indietro permettono alla moto di ruotare progressivamente sulle ruote. All’inizio sembra che non succeda quasi nulla, poi l’angolo diminuisce e il peso percepito cambia sensibilmente. È questo il punto nel quale la tecnica mostra il proprio vantaggio. Non stiamo portando tutto il peso della motocicletta, stiamo sfruttando una leva e accompagnandola verso il suo punto di equilibrio.
Serve però controllo fino all’ultimo centimetro. Rialzare una moto per lasciarla cadere dall’altra parte sarebbe una dimostrazione notevole di costanza, ma conviene evitarla. Se la moto è appoggiata sul lato destro e il cavalletto laterale è raggiungibile, predisporlo prima del sollevamento offre un appoggio quando si arriva oltre la verticale. In ogni caso l’ultima parte della manovra va fatta lentamente, senza cercare l’effetto spettacolare.
Su una pendenza le cose cambiano. Se possibile bisogna evitare di sollevare la moto verso valle perché, una volta superato il punto di equilibrio, controllarla diventa molto più difficile. Anche fango, sabbia profonda e ghiaia smossa possono rendere inefficace una tecnica che su un piazzale funziona perfettamente. In queste condizioni fermarsi, valutare e cercare aiuto non significa essere incapaci. Significa evitare di lesionarsi una schiena per dimostrare qualcosa a una motocicletta, la quale peraltro non ne rimarrebbe particolarmente impressionata.
Con un secondo motociclista il recupero diventa naturalmente più semplice. Uno può controllare la parte anteriore mentre l’altro aiuta posteriormente lavorando sul telaio o su un punto stabile. È importante coordinare il movimento, evitando che entrambi tirino in direzioni diverse. Anche in due valgono le stesse regole: gambe, posizione stabile, movimento progressivo.
Una volta tornata verticale, la moto non dovrebbe essere immediatamente rimessa in moto e lanciata verso la destinazione. Conviene controllare leve, pedane, paramani, specchi, valigie, cerchi e pneumatici. Bisogna verificare che non siano comparsi liquidi sotto il motore e che manubrio, comandi e ruote lavorino normalmente. Una leva piegata può essere evidente, un comando danneggiato molto meno.
Per chi viaggia da solo questa è una manovra che avrebbe senso provare almeno una volta in condizioni controllate, con qualcuno accanto e magari su un terreno morbido. Scoprire come reagisce la propria moto quando è già sdraiata su una pista forestale isolata non è il momento migliore per la prima esercitazione.
La forza aiuta, naturalmente. Ma tecnica e lucidità aiutano molto di più. Ed è una considerazione che, in moto, continua a tornare utile molto oltre il semplice problema di rimetterla sulle ruote.
Mister Patterson – Dog on the Road
