Arte a Parte
Arte a parte: il libro che scrissi nel 2007, quando combattere significava imparare a vivere
Nel 2007 pubblicai Arte a parte. Sono trascorsi quasi vent’anni e, rileggendolo oggi, mi sono accorto che quelle pagine non raccontano soltanto ciò che facevo allora. Raccontano soprattutto l’uomo che ero, le persone che avevo incontrato e il bisogno, già molto evidente, di trasformare ogni esperienza in un pensiero da lasciare sulla carta.
Il titolo completo potrebbe quasi essere quello riportato nelle prime pagine: un «breviario filosofico, etico e morale di un mondo che chiama a gran voce vita». Una definizione certamente poco timida. Del resto, nel 2007 non ero particolarmente portato per le mezze misure. Nemmeno oggi, a dire il vero, ma con gli anni ho imparato almeno a fingere meglio.
Arte a parte nasce dentro il mondo del Survival Fight, il sistema di combattimento e difesa personale al quale avevo dedicato vent’anni di studio, pratica, insegnamento ed esperienze. Sarebbe però sbagliato considerarlo soltanto un manuale tecnico. Le tecniche ci sono, così come le metodologie di allenamento, la difesa personale, il combattimento ravvicinato, lo studio della vigilanza, della paura e della sopravvivenza. Ma sono soltanto una parte del viaggio.
Il vero argomento del libro è l’essere umano.
Un’arte che non si pratica: si vive
Nelle prime pagine scrivevo una frase che ancora oggi riconosco come mia:
Un’arte marziale non la si pratica. La si vive.
È probabilmente questa la chiave per comprendere tutto il libro. Il combattimento non viene presentato come esibizione di forza, collezione di cinture o sfilata di titoli da appendere alla parete. Viene interpretato come uno strumento per conoscere se stessi, controllare la paura, assumersi responsabilità e imparare a distinguere ciò che merita davvero di essere difeso.
La forza fisica, da sola, vale poco. Può impressionare qualcuno per alcuni minuti, soprattutto se accompagnata da una faccia abbastanza truce e da una fotografia scattata con la luce giusta. Ma se non è governata da una coscienza, da un’etica e dalla capacità di fermarsi, rimane soltanto forza bruta. E di forza bruta il mondo è sempre stato pieno: è la materia prima preferita dagli stupidi perché non richiede particolare addestramento intellettuale.
Il principio centrale del Survival Fight era invece la salvaguardia della vita. Prepararsi al combattimento per imparare a evitarlo; conoscere la violenza per non diventarne schiavi; comprendere la paura senza vergognarsene. Nel libro scrivevo: «Non temere la paura, amala. Solo nella tua paura troverai il tuo coraggio». È una frase che oggi utilizzerei anche fuori da una palestra, perché la paura cambia abito ma non mestiere. A vent’anni può essere quella dello scontro fisico; più avanti diventa paura di perdere, fallire, invecchiare, cambiare strada o restare soli. Sempre paura è. E sempre dobbiamo decidere se lasciarle il volante oppure tenerla seduta accanto, possibilmente senza permetterle di toccare la radio.
Cinque parti, un unico viaggio
Le 212 pagine di Arte a parte sono divise in cinque sezioni.
La prima presenta il Survival Fight e il mio modo di intendere le arti marziali e la difesa personale. Cercavo una via intermedia tra la tradizione ridotta a cerimonia immobile e la modernità puramente tecnica, efficace ma spesso priva di anima. Da questa posizione nasceva l’espressione “arte a parte”: qualcosa che non voleva appartenere completamente a nessuno dei due estremi, ma costruire un ponte tra efficacia, disciplina, filosofia ed etica.
La seconda parte, La chiusura del primo cerchio, racconta un momento di cambiamento vissuto dalla scuola e dai praticanti più anziani. È il passaggio tra una stagione conclusa e una nuova fase ancora da costruire. Perché i cerchi, nella vita, non si chiudono necessariamente per decretare una fine. A volte si chiudono perché abbiamo finalmente capito da dove ripartire.
La terza sezione raccoglie storie e testimonianze dedicate ai Survival Fighters: allenamenti, esperienze condivise, prove affrontate insieme e piccoli episodi che, a distanza di anni, hanno assunto un valore molto più grande. Erano una sorta di debriefing scritto a caldo, quando ancora si sentivano la fatica nei muscoli e l’adrenalina nel sangue. Oggi rappresentano la memoria di una comunità, degli allievi e di un periodo irripetibile.
La quarta parte contiene L’arte del buon combattimento, il codice filosofico del sistema. Qui il combattimento diventa una metafora della vita: scegliere il modo, trovare lo spazio, riconoscere il tempo giusto, mantenere l’atteggiamento e avere fede in ciò che si fa. Si parla della necessità di cadere e rialzarsi, dei nemici esterni e di quelli interni, molto più subdoli perché conoscono perfettamente dove teniamo nascoste le chiavi di casa.
Infine ci sono i “pensieri skizzati”: testi brevi, lettere, ricordi e riflessioni annotati spesso su un piccolo quaderno che portavo con me. Sono forse la parte più personale del libro. Vi entrano la solitudine, l’amicizia, la perdita, la ribellione, la ricerca della libertà, Tiziano Terzani, l’Adige, la felicità e quella necessità quasi fisica di mettere per iscritto ciò che continuava a girarmi nella testa.
In quelle pagine compare già una convinzione che avrebbe accompagnato anche ciò che avrei scritto molti anni dopo: una vita non può essere misurata soltanto da quello che possediamo, ma da ciò che siamo riusciti a diventare. Il resto è inventario. Molto utile per l’assicurazione, decisamente meno per capire chi siamo.
Rileggersi dopo quasi vent’anni
Presentare oggi Arte a parte significa anche fare i conti con il tempo. Non rinnegherei quelle pagine, ma non fingerei nemmeno di poterle scrivere nello stesso modo. Appartengono al Sergio De Amicis del 2007: più impetuoso, assoluto, marziale e convinto che ogni pensiero dovesse entrare nella stanza sfondando la porta.
Il linguaggio è diretto, in alcuni passaggi duro, in altri intimo e quasi poetico. Non è un libro costruito a tavolino per piacere a tutti. Anzi, sembra impegnarsi con una certa disciplina per evitare il pericolo. Dentro ci sono convinzioni, contraddizioni, ferite, slanci e quella sana dose di presunzione necessaria per pubblicare ciò che si pensa sapendo che qualcuno, prima o poi, sentirà il bisogno di spiegarti perché avresti dovuto pensarlo diversamente.
Ma è proprio questo a renderlo autentico.
Rileggendolo ho riconosciuto molti elementi che sono ancora presenti nel mio modo di scrivere: l’attenzione verso chi rimane ai margini, l’insofferenza per il conformismo, la diffidenza verso chi scambia l’autorità per autorevolezza, la ricerca della libertà personale e la convinzione che pensiero e azione debbano procedere insieme.
In fondo, anche il Venerabile Ordine e molti dei miei scritti di oggi affondano qualche radice in quelle pagine. Sono cambiati il linguaggio, l’esperienza e lo sguardo sul mondo, ma non la necessità di mettere in circolo pensieri. Continuo a credere che non serva esibire un titolo per fare una domanda, raccontare un’esperienza o proporre una riflessione. Il pensiero vale per ciò che riesce a smuovere, non per la cornice dorata appesa dietro la testa di chi lo pronuncia.
Perché leggerlo oggi
Arte a parte può interessare a chi pratica arti marziali o difesa personale, ma anche a chi vuole conoscere una parte meno recente del mio percorso. È il racconto di una scuola, di un gruppo di persone e di un sistema di combattimento, ma soprattutto è la fotografia di un uomo che cercava una propria mappa interiore.
Non contiene verità definitive. Fortunatamente, perché le verità definitive sono comodissime: una volta trovate permettono di smettere di pensare e dedicarsi serenamente a giudicare gli altri.
Contiene invece una ricerca. A volte ordinata, altre volte rumorosa; in certi punti tecnica, in altri profondamente personale. Una ricerca guidata dall’idea che conoscere il combattimento debba servire prima di tutto a proteggere la vita e che il vero avversario, molto spesso, non sia quello che abbiamo davanti.
La frase posta all’inizio del libro recita: «Ogni giorno qualcosa di meno, non di più». Oggi ne comprendo forse meglio il significato. Crescere non vuol dire soltanto accumulare esperienze, oggetti, risposte e cicatrici da mostrare durante le cene. Significa anche togliere ciò che non serve: le pose, le certezze inutili, la necessità di avere sempre ragione e il peso delle opinioni di chi pretende di decidere quale strada dovremmo percorrere.
Arte a parte è questo: una parte della mia storia. Non tutta, naturalmente, perché il viaggio è continuato e continua ancora. Ma per capire alcune delle strade che percorro oggi, può essere utile tornare al punto in cui molte di esse hanno cominciato a prendere forma.
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