TransAppenninica2021
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La mia attraversata degli Appennini da nord a sud, e ritorno, in solitaria in moto
Attraversare gli Appennini da nord a sud in moto non è semplicemente scegliere una linea sulla mappa e seguirla con ostinazione. Sarebbe troppo facile, e infatti l’essere umano, appena può, complica tutto con entusiasmo. È piuttosto un modo per leggere l’Italia dalla sua spina dorsale, passando attraverso montagne, valichi, boschi, borghi, strade secondarie e tratti dimenticati dove il turismo organizzato arriva poco e il motociclista, invece, trova spesso il senso vero del viaggio.
La mia traversata è stata un viaggio in solitaria, andata e ritorno, lungo quella catena che tiene insieme la penisola come una cucitura ruvida. Gli Appennini non hanno la verticalità teatrale delle Alpi, non cercano continuamente l’effetto scenico. Sono più discreti, più antichi nel modo di presentarsi, spesso più severi. Salgono e scendono senza troppa voglia di farsi addomesticare, cambiano pelle da una regione all’altra e chiedono attenzione. Non quella finta da cartolina, ma quella vera, fatta di sguardo sull’asfalto, lettura delle curve, controllo del meteo, benzina nel serbatoio e testa accesa.
Partendo dal nord, il primo contatto con l’Appennino è quello delle strade emiliane e tosco-romagnole, dove i passi storici hanno nomi che ogni motociclista conosce o dovrebbe conoscere: Cisa, Raticosa, Futa, Muraglione. Sono strade che hanno formato generazioni di viaggiatori su due ruote, con curve continue, salite regolari, discese tecniche e tratti in cui l’asfalto può essere ottimo per dieci chilometri e subito dopo presentarti rattoppi, avvallamenti, ghiaia portata dai mezzi agricoli o foglie umide nei punti in ombra. La moto lì non va solo guidata, va ascoltata. E ogni tanto anche rispettata, concetto che pare rivoluzionario in un’epoca in cui molti pensano che basti comprare cavalli per saperli usare.
Scendendo verso il cuore della penisola, l’Appennino cambia ritmo. Le Foreste Casentinesi, il Monte Falterona e Campigna portano il viaggio dentro una montagna più silenziosa, fatta di faggete, tornanti nel verde e paesi che sembrano messi lì a sorvegliare il passaggio del tempo. Qui la guida diventa più fluida, meno nervosa, ma non per questo distratta. L’umidità nei boschi può rendere l’asfalto più viscido del previsto, soprattutto al mattino o dopo un temporale. Le curve sono spesso cieche, la luce filtra tra gli alberi a tratti, e il fondo stradale può cambiare in pochi metri. È una scuola di guida sobria, senza effetti speciali. Ti insegna a non fare il fenomeno, e già questo basterebbe a giustificarne l’esistenza.
Lungo il percorso, i borghi diventano parte del viaggio quanto i valichi. Gubbio, con la sua pietra compatta e verticale, racconta l’Umbria più severa e medievale. San Marino, arroccata sul Monte Titano, ricorda invece quanto questa dorsale sia stata per secoli un territorio di confini, passaggi, autonomie e difese. Chiese, rocche, mura, pievi isolate e resti romani compaiono lungo la strada senza bisogno di trasformare ogni sosta in una conferenza universitaria. Basta fermarsi, togliere il casco, guardare. E magari bere qualcosa, perché anche la cultura va meglio se non sei disidratato come una lucertola dimenticata sull’asfalto.
Proseguendo verso sud, gli Appennini diventano più ampi, più ruvidi, più solitari. Tra Marche, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata e Calabria la montagna si allarga e si svuota. Le distanze tra un centro abitato e l’altro si fanno più importanti, i distributori non sono sempre dove la fantasia li vorrebbe, e la programmazione diventa una forma minima di intelligenza applicata. L’Abruzzo, con il Gran Sasso, la Majella e gli altopiani interni, offre una delle parti più potenti del viaggio. Strade aperte, vento, luce dura, paesi ricostruiti, paesi sospesi, pascoli e pietra. Qui la moto respira, ma il pilota deve restare presente. Le carreggiate possono essere larghe e invitanti, poi restringersi all’improvviso; un tornante pulito può precederne uno sporco; una discesa apparentemente facile può stancare più di una salita.
Il bello degli Appennini, se proprio vogliamo usare questa parola abusata fino alla denuncia penale, è che non offrono un solo paesaggio. In Toscana e in Emilia senti la montagna abitata, lavorata, attraversata da secoli. In Umbria e Marche trovi un equilibrio più raccolto, con colline, gole, boschi e borghi di pietra. In Abruzzo e Molise arriva la sensazione dello spazio, della quota, della solitudine vera. Più a sud, l’Appennino assume un carattere ancora diverso, con rilievi più aspri, strade spesso meno curate, vegetazione mediterranea che si mescola ai boschi e tratti dove il silenzio è così netto da sembrare una presa in giro al rumore quotidiano delle città.
Anche la cucina segue la strada. In Emilia arrivano crescentine, salumi, formaggi e piatti robusti, pensati evidentemente per persone che non avevano paura né del colesterolo né della felicità. In Toscana e Umbria compaiono zuppe, legumi, funghi, tartufi, carni alla brace e porchetta. In Abruzzo la tradizione pastorale si sente negli arrosticini, nei formaggi, nei piatti di montagna. Scendendo ancora, la cucina diventa più meridionale, più intensa, più legata all’olio, ai peperoni, ai salumi locali, ai formaggi stagionati. In moto bisogna saper scegliere: mangiare bene sì, trasformarsi in un mammifero sonnolento prima di un passo appenninico no. La digestione eroica lasciamola ai poemi cavallereschi.
Il ritorno verso nord non è stato una semplice replica del viaggio di andata. La stessa strada, percorsa al contrario, cambia completamente. Le salite diventano discese, le curve si leggono in modo diverso, la luce arriva da un’altra parte, i paesi appaiono con un altro ingresso e un’altra uscita. È qui che il viaggio in solitaria mostra il suo lato più vero. Non devi spiegare niente a nessuno, non devi rispettare il ritmo di un gruppo, non devi discutere se fermarti ora o tra venti chilometri. Sei tu, la moto, la strada e quella piccola contabilità mentale fatta di benzina, stanchezza, meteo, fame, chilometri e buon senso.
La traccia GPX completa è disponibile come sempre sul blog, perché affidarsi solo all’ispirazione poetica mentre si attraversano gli Appennini è una scelta romantica, certo, ma anche discretamente stupida. Una traccia non sostituisce l’attenzione, non elimina gli imprevisti e non garantisce che una strada sia sempre aperta o perfetta. Però aiuta a dare ordine al viaggio, a ricostruire il percorso, a condividere una linea reale e verificabile. Poi la strada, come sempre, decide il resto.
Attraversare gli Appennini da nord a sud e tornare indietro significa attraversare molte Italie diverse senza mai abbandonare davvero la montagna. È un viaggio tecnico, fisico, culturale e anche molto concreto. Non basta amare la moto. Bisogna accettare la fatica, i cambi di temperatura, l’asfalto imperfetto, le deviazioni, i tratti lenti, le soste non previste e quella meravigliosa sensazione di essere finalmente lontani dal superfluo. Alla fine resta la strada. Quella percorsa, quella sbagliata, quella ritrovata. E la moto, sporca quanto basta, che sembra sapere benissimo di aver fatto il suo mestiere.
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