Allenarsi per andare in moto, non per diventare atleti


A sessant’anni il problema non è essere in forma come a trenta. È conservare abbastanza forza, mobilità e resistenza per guidare bene oggi e poterlo fare ancora domani.

Chi arriva ai sessant’anni con un passato sportivo possiede spesso un vantaggio importante. Conosce la fatica, sa cosa significa allenarsi con costanza, distingue abbastanza bene uno sforzo normale da qualcosa che non va. Magari ha corso, pedalato, sciato, giocato a tennis, frequentato una palestra per anni oppure praticato sport agonistico quando le fotografie si facevano ancora con il rullino.

Quel passato lascia qualcosa.

Ma può lasciare anche una trappola.

La memoria conserva molto bene lo sportivo e il motociclista che siamo stati. Il corpo, invece, tiene una contabilità decisamente più aggiornata.

A sessant’anni possiamo essere ancora molto allenati, magari persino più efficienti di molti quarantenni sedentari. Ma non siamo semplicemente una versione leggermente ingrigita di noi stessi a trentacinque anni. Cambiano il recupero, la forza esplosiva, la mobilità articolare, la capacità di compensare rapidamente uno squilibrio e la tolleranza a una giornata fisicamente impegnativa.

Per questo allenarsi per andare in moto non significa inseguire la prestazione. Significa costruire margine.

Margine quando dobbiamo sostenere una moto carica su un piazzale inclinato. Margine dopo cinque ore di guida. Margine quando mettiamo male un piede. Margine quando dobbiamo spostare la moto all’indietro. Margine, soprattutto, quando il viaggio è al terzo giorno e l’entusiasmo è ancora quello della partenza, mentre le gambe hanno cominciato a presentare il conto.

Questo è il tipo di preparazione fisica che interessa davvero a un motociclista di sessant’anni.

Chi ha praticato sport per molto tempo parte certamente avvantaggiato. Numerosi studi sugli atleti Masters, cioè persone che continuano ad allenarsi e talvolta a competere anche in età avanzata, mostrano che un’attività fisica mantenuta nel tempo consente di conservare capacità aerobiche, forza e funzionalità nettamente superiori rispetto a quelle dei coetanei sedentari.

Ma la questione interessante è un’altra: l’allenamento rallenta alcuni effetti dell’età, non li cancella.

Ed è una distinzione fondamentale.

Aver corso maratone a quarant’anni non significa avere automaticamente, vent’anni dopo, le gambe più adatte a sostenere una maxienduro carica di bagagli. Anni di ciclismo possono aver lasciato una buona capacità cardiovascolare, ma non garantiscono equilibrio laterale o mobilità delle anche. Una lunga frequentazione della palestra può aver conservato molta forza, ma non necessariamente coordinazione, rapidità di reazione e resistenza posturale.

Ogni sport costruisce adattamenti specifici.

Anche andare in moto richiede capacità specifiche.

Durante una guida scorrevole su strada non serve una forza muscolare straordinaria. La moto, quando si muove, fa gran parte del lavoro. I problemi arrivano spesso nei momenti meno spettacolari.

Nel parcheggio dell’albergo.

In una retromarcia su un leggero pendio.

Nel tornante preso quasi da fermo.

Quando bisogna mettere la moto sul cavalletto centrale.

Quando il passeggero decide di salire proprio mentre non siamo ancora perfettamente preparati.

Oppure quando una ruota finisce in una piccola depressione e il piede cerca il terreno qualche centimetro più in basso del previsto. Bastano pochi centimetri per trasformare una normale sosta in quella famosa sequenza mentale composta da tre rapidissimi “no, no, no” seguiti dal rumore della valigia sull’asfalto.

È in quei momenti che serve una buona riserva di forza.

E non principalmente nei bicipiti.

Gambe, glutei e muscolatura del tronco sono molto più importanti di quanto suggerisca l’immagine classica del motociclista che governa la moto a forza di braccia.

Uno squat eseguito correttamente, la salita controllata su un gradino, un affondo adeguato alle proprie capacità o anche il semplice gesto di sedersi e rialzarsi da una sedia senza aiutarsi con le mani allenano movimenti estremamente utili.

Non dobbiamo trasformare il garage in un centro di preparazione olimpica.

Dobbiamo mantenere abbastanza forza da non utilizzare il cento per cento delle nostre possibilità ogni volta che la moto si inclina qualche grado più del previsto.

Questo concetto del margine è probabilmente più importante della forza assoluta. Essere fisicamente preparati significa compiere una normale manovra utilizzando soltanto una parte delle proprie risorse. Quello che rimane disponibile serve per l’imprevisto.

Dopo i sessant’anni entra poi in gioco un altro elemento: la rapidità con cui siamo capaci di produrre forza.

Forza e potenza non sono esattamente la stessa cosa. Possiamo avere muscoli ancora robusti, ma essere meno rapidi nell’utilizzarli.

Sulla moto questa differenza conta parecchio.

Quando perdiamo leggermente l’equilibrio a un semaforo non abbiamo dieci secondi per organizzare la risposta. Quando lo stivale scivola sulla ghiaia serve una correzione immediata. Quando dobbiamo spostare rapidamente il peso del corpo, conta non soltanto quanta forza possediamo, ma quanto velocemente riusciamo a utilizzarla.

Per questo ha senso continuare ad allenare le gambe anche dopo i sessant’anni. Molto meno senso ha inseguire i carichi massimali che utilizzavamo trent’anni prima soltanto perché ricordiamo ancora il numero scritto sul bilanciere.

Al motociclista interessa conservare movimenti solidi, controllati e sufficientemente rapidi.

Lo stesso discorso vale per l’equilibrio.

Chi guida una moto da quarant’anni potrebbe quasi sentirsi offeso sentendosi dire che dovrebbe allenarlo. Poi arriva un parcheggio in pendenza, con una moto da 240 chili, le valigie montate e il terreno irregolare, e improvvisamente tutta l’esperienza accumulata sulla traiettoria ideale del Passo dello Stelvio serve relativamente poco.

L’equilibrio fisico è una capacità allenabile e merita attenzione anche nelle persone sportive.

Le indicazioni sanitarie rivolte alla popolazione più adulta sottolineano infatti l’importanza di combinare attività aerobica, forza ed esercizi dedicati all’equilibrio e alla capacità funzionale. Non perché a 65 anni scatti misteriosamente un interruttore biologico, ma perché queste qualità tendono progressivamente a ridursi se non vengono utilizzate.

Per un motociclista ha senso pensarci già prima.

Non servono esercizi da circo. Stare alcuni secondi su una gamba vicino a un appoggio sicuro, lavorare sulla stabilità delle caviglie, camminare controllando bene gli appoggi oppure eseguire semplici esercizi di coordinazione può essere sufficiente per mantenere capacità che sulla moto utilizziamo continuamente.

Per chi proviene dallo sport questi esercizi possono sembrare troppo semplici.

Ed è proprio per questo che spesso vengono ignorati.

La mobilità è un altro elemento sottovalutato, finché non comincia a mancare.

A un motociclista non interessa necessariamente riuscire a toccarsi le punte dei piedi con le ginocchia tese. Interessa poter passare agevolmente una gamba sopra una sella con le valigie montate. Interessa poter ruotare testa e busto per controllare quello che succede dietro. Interessa avere caviglie sufficientemente mobili per usare bene cambio e freno posteriore, anche abbastanza libere da non trasformare ogni sosta in una procedura ortopedica e spalle capaci di lavorare per ore senza irrigidirsi.

La domanda utile è molto semplice: alla fine della giornata riusciamo ancora a scendere dalla moto normalmente oppure impieghiamo i primi trenta metri a ricordare al nostro scheletro come funziona la deambulazione?

Se la risposta comincia a diventare imbarazzante, non è detto che sia colpa della moto.

Può essere arrivato il momento di dedicare maggiore attenzione alla mobilità.

Pochi minuti eseguiti regolarmente su anche, caviglie, colonna toracica e spalle possono essere molto più utili di una lunga sessione di stretching praticata una volta ogni tanto, magari alla vigilia della partenza quando ormai pretendiamo di recuperare in mezz’ora ciò che abbiamo ignorato per sei mesi.

Anche la resistenza cardiovascolare rimane importante.

Un motociclista allenato di sessant’anni può percorrere distanze considerevoli, ma il parametro interessante non è soltanto quanti chilometri riesce a fare.

Conta soprattutto come arriva alla fine di quei chilometri.

Guidare significa mantenere concentrazione, postura, controllo e capacità decisionale mentre siamo esposti per ore al vento, alle vibrazioni, alle variazioni di temperatura e alla necessità di compiere migliaia di piccole correzioni.

Una buona capacità aerobica offre riserva.

Camminare a passo sostenuto, andare in bicicletta, nuotare o fare trekking sono attività perfettamente sensate. Non è indispensabile correre e soprattutto non è necessario trasformare ogni allenamento in una competizione.

Ed è proprio qui che chi ha un passato sportivo rischia di commettere l’errore più tipico.

“Una volta facevo…”

È probabilmente una delle frasi più pronunciate dagli ex sportivi dopo i sessant’anni.

Una volta facevo cento chilometri in bicicletta.

Una volta correvo i dieci chilometri in cinquanta minuti.

Una volta caricavo cento chili sul bilanciere.

Una volta sciavo dalle otto del mattino alla chiusura degli impianti.

Tutto vero.

Ma “una volta” è un luogo piacevole per conservare i ricordi e abbastanza pericoloso dal quale programmare l’allenamento di oggi.

Il passato sportivo deve diventare patrimonio tecnico, non riferimento prestativo.

La domanda utile non è più: quanto facevo a quarant’anni?

È: di cosa ho bisogno oggi per continuare ad andare in moto bene?

La risposta cambia completamente la prospettiva.

Un motociclista di sessant’anni può tranquillamente organizzare la propria settimana prevedendo due sessioni dedicate alla forza generale, due o tre attività aerobiche moderate, qualche breve lavoro sull’equilibrio e sulla coordinazione e una dose regolare di mobilità.

Soprattutto dovrebbe considerare il recupero parte dell’allenamento.

Non una pausa colpevole.

Questo vale ancora di più per chi ha alle spalle decenni di attività sportiva, perché insieme alla memoria delle prestazioni spesso porta con sé anche una discreta collezione di piccoli danni.

Una spalla operata vent’anni fa, un ginocchio che ha conosciuto più campi da calcio di quanti ne desiderasse, una caviglia mai completamente recuperata, una vecchia ernia o una schiena che ogni tanto decide di ricordarci alcuni episodi della nostra biografia fanno parte della situazione attuale.

Ignorarli perché “ho sempre fatto sport” non è determinazione.

È soltanto un modo molto elaborato di discutere con l’anagrafe.

In presenza di patologie cardiovascolari, problemi articolari importanti, vertigini, dolore anomalo, lunghi periodi di inattività o dopo interventi chirurgici, la ripresa dell’attività fisica dovrebbe essere concordata con il medico e, quando necessario, con un professionista qualificato.

Per tutti gli altri rimane una considerazione molto semplice.

Continuiamo spesso a investire grandi cifre per rendere la moto più adatta a noi. Cerchiamo selle migliori, alleggeriamo il bagaglio, cambiamo sospensioni, abbassiamo qualche chilo, scegliamo modelli con un baricentro più favorevole.

Tutte scelte perfettamente sensate.

Ma sarebbe curioso spendere migliaia di euro per togliere dieci chili alla moto senza dedicare qualche ora alla settimana al corpo che dovrà guidarla.

A sessant’anni, soprattutto con un passato sportivo, allenarsi dovrebbe avere un obiettivo diverso rispetto a quello di molti anni prima.

Non migliorare continuamente una prestazione.

Non battere qualcuno.

Nemmeno battere noi stessi.

Lo scopo è conservare il più a lungo possibile quella combinazione di forza, equilibrio, mobilità, resistenza e lucidità che consente di usare una moto senza trasformare ogni manovra in una prova fisica.

Il risultato non si misura necessariamente con il cronometro o con i chili sollevati.

Si misura magari dopo quattro giorni di viaggio, quando parcheggiamo davanti all’albergo, scendiamo normalmente dalla moto e abbiamo ancora voglia di fare due passi per vedere il posto nel quale siamo arrivati.

Si misura nella capacità di affrontare una strada di montagna perché ci piace, non perché dobbiamo dimostrare che siamo ancora capaci di farlo.

Si misura nel margine che abbiamo quando qualcosa non va esattamente come previsto.

E, soprattutto, nella possibilità di pensare al prossimo viaggio sapendo che il nostro corpo ha ancora buone probabilità di voler venire con noi.

Dopo i sessant’anni non dobbiamo allenarci per diventare atleti.

Alcuni di noi, in fondo, atleti lo sono già stati.

Adesso abbiamo un obiettivo più interessante: allenarci per poter essere motociclisti ancora a lungo.

Sergio De Amicis "Mr Patterson"

Sergio De Amicis è una figura eclettica di Verona, noto per la sua attività imprenditoriale, sportiva e avventurosa. È co-fondatore di Enetek Servizi, azienda specializzata in impianti di climatizzazione e riscaldamento. Il suo lavoro tecnico si affianca a una forte passione per le arti marziali, che pratica e insegna da decenni, con esperienze nel Vovinam Viet Vo Dao, nel Krav Maga, nel Kali filippino e nella difesa personale con il metodo Survival Fight, di cui è fondatore. Avventuriero per vocazione, è uno dei soci fondatori dei SerCant Adventures, club noto nel mondo del canyoning, con centinaia di esplorazioni in forre italiane e internazionali. È anche autore del blog Mister Patterson – Dog on the Road, dove racconta i suoi viaggi in moto attraverso l’Italia e l’Europa, pubblicando itinerari GPX gratuiti, foto, video e racconti che uniscono turismo, cultura, enogastronomia e spirito solitario. Nel suo tempo libero si dedica alla scrittura e alla spiritualità legata alla natura, ed è anche pastore della religione del Dudeismo. Mantiene una riservatezza discreta sulla vita privata, condividendo online solo ciò che riguarda passioni, esperienze e progetti.

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